A QUELLI COME NOI

A quelli come noi, ci ha fregato la “sindrome da campeggio”, quella sensazione eterna di chi pensa che la vita sia una lunga, meravigliosa estate.

Che la vita sia piantare la tenda dove capita, perché tanto il mare è ad un passo. E ci si arriva correndo e gridando.

Che il campo da pallone sia sempre lì, alle spalle della pineta, dove possiamo giocarci per ore fino a che non faccia buio. Fino a che la cena non è pronta. Fino a che tuo padre non ti viene a cercare in bicicletta per sapere che fine hai fatto. Ignaro che tu ti sia sentito, per un interminabile pomeriggio, Ruben Sosa o Marco Van Basten.

A quelli come noi, ci hanno fregato i sorrisi. Quelli carpiti di sfuggita ma ugualmente catturati, durante i falò. Cantando Lucio Battisti e bevendo Peroni. E assaporati, finalmente, durante il bagno di mezzanotte. Quando il buio e il mare diventano i primi vetri appannati della nostra vita.

A quelli come noi, ci hanno fregato le amicizie che non muoiono mai, perché d’estate siamo tutti perfetti, senza difetti e indimenticabili. Tutti sempre con qualcosa di interessante da dire. Con una nuova barzelletta da raccontare. Perché in campeggio, non ci si annoia. E, soprattutto, non si invecchia. Mai. Al massimo, si cresce.

A quelli come noi, ci hanno fregato il calcio balilla e il tavolo da ping-pong, piccoli regni dove far risaltare la nostra prima virilità e i nostri talenti in erba. Anche contro gli adulti.

A quelli come noi ci ha fregato il gommone che ci accompagnava al largo. Dal quale facevamo i tuffi per ore, come se non ci fosse un domani.

A quelli come noi, ci ha fregato il panorama. Quell’orizzonte sconfinato che solo chi ha avuto il mare davanti può capire. Quella vastità che profuma di sogno e speranza. Di nuova opportunità.

A quelli come noi, ci ha fregato la doccia dopo la spiaggia. Quella fredda. Che ci toglieva gli ultimi residui di sabbia e che giustificava le mani un po’ ovunque. Quella che sulla pelle calda e abbronzata provocava un brivido di piacere e contrasto.

A quelli come noi, ci ha fregato l’estate.

Perché, nonostante gli anni che passano e le esperienze che si fanno, ci troviamo sempre impreparati quando la gente ci trascina giù.

Nel proprio inverno.

LA MIA MARATONA (10/4/2016)

“Perché corri?”

“Per sfidare me stesso.”

Con questo botta e risposta su Facebook con un mio amico che non capisce il perché la gente normale, non avendo velleità di vittoria, decide di partecipare ad una Maratona, me ne vado a letto presto, sabato sera. Perché la mattina dopo ho la sveglia alle cinque e mezza. Perché correrò la Maratona di Roma. Perché saranno quarantadue chilometri e centonovantacinque metri all’interno della mia città. Che amo e poi odio. E poi amo. E poi odio. Nemmeno fossi Mina.

Io non sono un runner. Ossia non sono uno che si sveglia alle sei del mattino, noncurante del freddo, della pioggia, dell’inverno che ti entra dentro, per rispettare la propria tabella di allenamento. Però sono uno che se si mette in testa una cosa, la fa. Ed alla corsa dedico un paio di allenamenti a settimana. Non più di quei dieci chilometri ad uscita che mi fanno stare in pace con me stesso.

Però la Maratona di Roma l’ho corsa anche lo scorso anno, per la prima volta, con un tempo discreto per uno che si allena poco come me: quattro ore, diciannove minuti e trentasette secondi. E pensavo non l’avrei più corsa. Sconfitto da una certa accidia che diventa mia fedele compagna nei mesi invernali.

Fino a quando.

Fino a quando due mesi fa, un cliente del negozio per cui lavoro, parlando del più e del meno, mi chiese: “Perché quest’anno non la fai? Dai che fai ancora in tempo a prepararla!”

E sarà stato il primo vero Sole primaverile che faceva capolino in negozio. Sarà stato che era giunto il momento di svegliarmi finalmente dal mio solito torpore invernale. Quel torpore che mi fa mettere da parte progetti, romanzi da scrivere, viaggi da programmare. Che è scattata in me quella scintilla senza la quale non puoi scatenare un incendio.

E allora ecco l’iscrizione. Ecco un piano di allenamento che mi permettesse di mettere nelle gambe abbastanza fiato e chilometri. Ecco un obiettivo davanti a me. Chiaro. Difficile. Ma affascinante. Una nuova sfida. Finalmente. Roma, 10 aprile 2016.

Ed ecco i miei occhi aperti alle quattro del mattino, noncuranti della sveglia fissata un’ora e mezza dopo. Ecco il girarmi e il rigirarmi nel letto cercando di racimolare un altro po’ di sonno. Ma niente. Niente. Occhi aperti a guardare il soffitto come nell’incipit di “Apocalypse now”. Ma anziché “The End” in sottofondo, quello è solo l’inizio di una giornata che comunque andrà, ricorderò per sempre. Comunque vada.

Alle cinque decido di alzarmi. Solita colazione. A cui aggiungo qualche fetta di bresaola. Di carboidrati ho fatto il pieno la sera prima a cena. Pasta. Pane. Patate. Le famose tre P. Preparo lo zaino. Faccio un rapido check prima di uscire. E so che dal momento in cui esco di casa, non potrò più tornare indietro. Amen.

A Roma ha piovuto la sera prima. Come lo scorso anno. Il cielo è grigio. Coperto. Le previsioni non danno pioggia. Ma le app del meteo, a volte, sono attendibili come Wanna Marchi che promette di toglierti il malocchio. Quindi, come sempre nella mia vita, mi fido solo di me stesso e di ciò che vedo. Ed è un tempo di merda.

Arrivo alla Stazione Termini. Parcheggio e scendo giù. Negli inferi di una Stazione che è stata la mia casa lavorativa per sette anni e che ogni volta, come un coltello piazzato in una ferita, mi lacera l’anima. Ricordi di errori, di vittorie, di sconfitte, di premi. Sembra un’altra vita ora. E forse, in fondo, lo è.

Mi guardo intorno e scopro che non sono solo. Comincio a vedere altri zaini azzurri come il mio. Altre Asics ai piedi come le mie. E se non sono Asics, sono Mizuno, Brooks, Saucony. Vestono i piedi di chi come me, correrà tra un po’. Mi faccio fiducia. Nonostante un dolore al bicipite femorale della gamba destra che mi accompagna da una settimana e che resta lì, latente. A farmi compagnia. Come una spada di Damocle sulla testa della mia prestazione. Indurisco la coscia ogni tanto quasi a chiedergli “Ci sei?” e lui compare subdolo e maligno come Pennywise nei tombini. Sibila. “Sì, ci sono. Farai i conti anche con me. Oltre che con la tua città e con la tua fatica.”

Scendiamo a Circo Massimo. L’uso del plurale mi rende più forte e sicuro di me. Mi fa capire che non sono solo. E in effetti, solo non mi ci sento. Tanta gente. Di tutti i tipi. Dal corridore navigato che è passato dalla StraBarletta alla Maratona di Sidney fino al principiante che cerca il suo posto nel mondo. Ognuno con il suo rito. Con il proprio look. Con i propri dolori e i propri demoni da sconfiggere. Cerco e trovo il mio tir di riferimento, al quale consegnerò il mio zaino, e mi ci siedo di fronte. È presto. Sono le sette. Ma mi sembra di essere sveglio da una vita. La partenza è tra due ore, quasi. Mi siedo e aspetto. Sulla riva del fiume dei miei pensieri.

Poi mi levo i pantaloni della tuta e resto in pantaloncini. Mi cambio i calzini e ne metto un paio a compressione graduata, lunghi fino al ginocchio. Mi tolgo la maglia e ne metto una super aderente, rossa, con lo stemma di Spiderman. Il mio supereroe preferito. Quello che ha accompagnato la mia infanzia da Peter Parker. Occhiali e timidezza a volontà. Prima di crearmi una maschera che mi facesse sentire invincibile. Fisso il pettorale numero 10483 alla maglietta celebrativa della Maratona e sono pronto. O quasi. Il mio vicino si sta massaggiando le gambe con l’olio canforato. Gliene chiedo un po’. E così anche io posso riscaldare i miei muscoli in anticipo. Mentre il Pennywise femorale sibila e mi ricorda che c’è. Sempre.

Consegno lo zaino e mi avvio. Passo sotto l’arco di Costantino e raggiungo via dei Fori Imperiali. Mostro il braccialetto arancione che fa molto privé e accedo al viale che mi porterà alla partenza. Mi scappa la pipì. E mi viene in mente Pippo Franco. Rimembranza trash di un’infanzia mai troppo rimpianta. Aspetto il mio turno in quello che è una sorta di rito pregara. Come la confessione prima del matrimonio. Svuotarsi di tutti i propri peccati prima del sacro evento.

Raggiungo finalmente la partenza. Sono nervoso. Pennywise sibila. Il cielo si sta un po’ aprendo ma fa freddo. Davanti a me c’è tanta gente ma, soprattutto, ci sono poco più di quarantadue chilometri da percorrere. Con l’obiettivo di migliorarmi anche di un solo secondo.

Mi guardo intorno, studio i volti, ascolto voci. Come Daredevil amplifico tutto quello che avviene intorno a me. Capto frammenti di vita, percepisco battute tra amici, mi concentro su tutto il resto per non concentrarmi su me stesso. Come spesso è capitato nella mia vita.

E in un attimo sono le otto e cinquantuno. L’ora della partenza. E tutto ciò che è stato pensato, non esiste più. Esiste Roma. Esistono i quarantadue chilometri. E soprattutto i centonovantacinque metri. Quelli finali. Quelli che non finiscono mai ma che vanno affrontati con il sorriso sulle labbra.

Passiamo sotto le telecamere della Rai e salutiamo. Un modo come un altro di farsi coraggio. Davanti a me, vedo i pacemaker con i palloncini segnalatori del tempo finale. Cerco quelli delle quattro ore e quindici. Il mio obiettivo. Li raggiungo e mi affianco a loro prima di arrivare a Piazza Venezia. Sono un gruppo di runner toscani. Decido che non li mollerò fino alla fine.

I sanpietrini ci danno il benvenuto subito, ricordandoci quanto di antico ancora c’è di Roma, nelle nostre giornate. Ma l’adrenalina è tanta e il vero sanpietrino nemico è quello degli ultimi due chilometri. Io mi guardo a destra e trovo i peacemaker. Sorrido. Mi sento sicuro. Pennywise è in letargo. Uscirà dopo.

Via dei Cerchi. Aventino. Ostiense. Air Terminal. La Basilica di San Paolo ci regala il primo ristoro. Bevo acqua. “Ricorda di bere sempre, ad ogni rifornimento. Se resti senza liquidi, sei finito!” il consiglio di un mio amico per la maratona dello scorso anno, lo tengo sempre a mente e lo faccio mio. Bevo. E i primi cinque chilometri sono volati via. Insieme a Pennywise.

Bello correre con chi ti dà il tempo. Hai un pensiero in meno. Ho il mio GPS finlandese al polso che mi aggiorna costantemente. Ma i toscani alla mia destra sono più simpatici e dispensano consigli. Ho la mente libera. Le gambe vanno. Bene.

Superiamo di slancio Ponte Marconi, giriamo subito a destra, circumnavighiamo Viale Marconi e a Piazzale della Radio tagliamo il traguardo dei dieci chilometri. Altro rinfresco. Bevo e mangio pure uno spicchio di mela. Non vedo l’ora di riprendere il lungotevere che ci riporta in Prati. Sono nato e cresciuto a Roma Nord. E in quelle zone mi sento fuori luogo. Ci togliamo dalle scatole Testaccio, sbuchiamo su via Marmorata e siamo finalmente sul lungotevere. Percorriamo i quattro chilometri che ci separano da Ponte Cavour in ventiquattro minuti. Di sabato sera, con la macchina, ce ne vogliono molti di più. La considerazione mi strappa un sorriso mentre affronto il terzo ristoro e qualche centinaio di metri dopo giro a sinistra sul ponte da cui si buttava Mister Ok a Capodanno.

Eccoci finalmente a piazza Cavour, una delle mie location preferite, quella del cinema Adriano e del capolinea del 49. Le colonne d’Ercole della mia infanzia. Ci arrivavo con l’autobus. Mi gustavo “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”, “Balla coi lupi”, “JFK”, “Batman” e tanti altri capolavori e poi tornavo a casa, con gli occhi e il cuore pieno di sogni, come Totò Cascio in “Nuovo Cinema Paradiso”.

E poi via Crescenzio, via della Conciliazione. San Pietro che ci osserva da lontano e poi ci accarezza e benedice mentre gli passiamo accanto, con la gente che ci incita e la banda a Piazza Risorgimento che ci accoglie.

A via della Giuliana, incrocio lo sguardo del Signor Mario, il padre di uno dei miei migliori amici, ex-maratoneta. Lo saluto. Mi sorride. Mi incita. Ed è uno stimolo in più a portare a termine la mia sfida.

Superiamo il traguardo della mezza Maratona a viale Mazzini, perfettamente in orario. Come i treni di una volta. Due ore e sette minuti. Esattamente la metà del nostro obiettivo.

“Pensavi me ne fossi andato, eh?!? E invece eccomi qua.”

Pennywise sbuca dal nulla e si infiamma. Leggermente. Ma si infiamma. Lo avverto. Lo maledico. Proprio nel momento in cui comincia la discesa emotiva. Quella in cui i chilometri da fare sono meno di quelli percorsi. Ma tant’è. Nella mia vita, non c’è mai stato un momento di gioia pura senza che un imprevisto arrivasse a macchiarlo un po’. E la Maratona, a quanto pare, gelosa e possessiva come tutte le donne, non vuole essere da meno.

Stringo i denti e continuo. Faccio finta di non ascoltare quel sibilìo fastidioso e continuo aggrappato ai miei pacemaker come Linus alla coperta. Poco prima di arrivare sul lungotevere, un corridore evidentemente alla prima esperienza, si gira cercando conforto e chiede quanto manchi all’arrivo.

“Un paio d’ore, più o meno…”

“Mamma mia…un paio d’ore…”

“Passano gli anni e nun ce potemo fa niente, mo’ voi che nun passano un paio d’ore?!? Dai su, nun ce pensa’!”

In quella risposta, racchiusi come in un Bignami, tutta l’ironia, il cinismo e l’approccio alla vita dei romani.

Sorrido. E il lungotevere mi appare meno difficile. Anche perché quella, ormai, è zona mia. La zona intorno allo Stadio. Dove vado a correre o a passeggiare in bicicletta. Dove vado a prendere un aperitivo con gli amici.

Ponte Duca d’Aosta ci traghetta sull’altro lato di Roma, quello che ci accompagnerà al traguardo. Ma la strada è ancora lunga, Pennywise è lì, che man mano alza la voce, e comincio a sentire un dolore sulle dita dei piedi. Vesciche?

I banchi dei ristori vengono visti ormai come oasi nel deserto. Il cielo è ormai totalmente sereno e la primavera romana è esplosa in tutta la sua bellezza. E in tutto il suo calore. Si suda molto. E l’acqua e i sali minerali sono uno strumento necessario per continuare in questa avventura.

Ad ogni ristoro che passa, mi trattengo sempre un po’ di più. Sembro un irlandese al pub nel giorno di San Patrizio. Bevo un bicchiere d’acqua, uno di sali minerali, prendo due spicchi di mela e mi porto via una bottiglietta d’acqua che mi fa compagnia per circa cinquecento metri. Nel fare ciò, perdo di vista i miei pacemaker che sono più veloci di me nel gestire il ristoro. Allora aumento il ritmo, li riprendo finalmente, non senza difficoltà, all’altezza del ponte di Corso Francia e superiamo insieme il Brunswick Bowling, il locale dove conobbi la mia prima fidanzata.

“Ma non era meglio una partita a bowling, stamattina?”

Tra una vescica subdola e un dolore al bicipite femorale, il quesito esistenziale si impossessa di me. Ed è il primo momento in cui vacillo, mentalmente. Ma non posso permettermelo. Tra poche centinaia di metri c’è la salita di via della Moschea. L’ultimo dislivello bastardo.

Però prima della salita c’è lo spugnaggio che ci permette di rinfrescarci un po’. Mi passo la spugna bagnata sulla testa, dietro al collo. Ed è un piacere quasi onanistico. Ma che non porta nessuna occhiaia.

La salita la supero con passi corti e rapidi. Poi ci sono i Parioli, il Villaggio Olimpico, di nuovo il lungotevere ma in direzione opposta. Costeggiamo per altri quattro chilometri il Tevere e mi rendo conto che, proprio nel punto esatto in cui lo scorso anno crollai, stavolta mi sento bene. Ho testa e, soprattutto, gambe. E anche se i dolori aumentano, il più è fatto. Mancano sei chilometri quando lasciamo il fiume alla sua pigra e bionda esistenza e ci infiliamo a Piazza Navona. L’ingresso nella Piazza ci toglie il fiato e ci emoziona. La gente ci incoraggia. Bambini e anziani. Ragazze e ragazzi. Tutti hanno una parola di incitamento. Usciamo dalla piazza, superiamo Largo Argentina dove tanti anni fa, Giulio Cesare chiedeva “Tu quoque, Bruto, fili mi?” e arriviamo a Piazza Venezia. Di fronte a noi, vediamo gli atleti che stanno scendendo da via Nazionale e sono in dirittura d’arrivo. A noi mancano ancora poco più di quattro chilometri.

E allora eccola a sinistra via del Corso, la via dello shopping che per un giorno si ferma per noi e ci lascia il passo. Quante volte l’ho percorsa da ragazzo alla ricerca di una scarpa alla moda, di un nuovo jeans, del numero di telefono di una pischella che mi aveva sorriso? Comincio ad accusare un po’. Perché meno manca e più ti lasci andare. Più sei convinto di avercela fatta e più le gambe si fanno pesanti. Supero il Parlamento, via Condotti e sbuco a Piazza del Popolo. Ci giro intorno e, come per magia, nello stesso punto dello scorso anno, un signore mi dà lo stesso consiglio di allora. Proprio lì. Come se fosse un dejá vù. Ma non lo è. Ne sono sicuro. Come lui non è lo stesso signore dell’anno prima.

“Alessandro, sorridi!”

Il nome sul pettorale mi identifica. Me lo ripeto anche io. “Alessandro, sorridi!” che manca poco. Ma i sanpietrini di via del Babuino non sono il massimo per i miei piedi doloranti e per Pennywise che si fa sempre più lacerante. È come se avessi una mela piazzata dietro al ginocchio.

Sorrido. E supero Piazza di Spagna senza pensare a quanto è bella e a quante pause pranzo ci ho passato nel corso degli anni. Penso poco. Penso poco anche al dolore. Penso solo al traguardo. A quanto manca. E mentre penso, arriviamo all’ultimo ristoro e al traforo che porta da via del Tritone a via Nazionale.

Una ragazza mi guarda e mi sorride. È carina. Il suo sorriso vale più di due spicchi di mela. Bevo acqua. Ma ormai è fatta. Attraversiamo il tunnel mentre superiamo chi non ce la fa più. Perché il corpo o la testa li ha abbandonati. Camminano, nel buio del traforo. Con la luce alla fine. E sembra una scena di The Walking Dead. Noi corriamo, al ritmo che ci siamo imposti. E che stiamo rispettando. Fino alla fine.

Usciamo dal tunnel e siamo a via Nazionale. Ancora sanpietrini. Ancora per poco, però. Sempre meno. Scendiamo per via IV Novembre e tutta la fatica se ne va. Piano piano. Scacciata via dall’entusiasmo della gente intorno a me e dalla consapevolezza che ce l’ho quasi fatta. Che manca poco per vincere la mia sfida personale.

Arriviamo a Piazza Venezia e a sinistra vedo il traguardo, che quattro ore fa era partenza. Come un porto che accoglie il figliol prodigo di ritorno da un viaggio.

E se mi chiedessero di descrivere una Maratona, la descriverei così: un viaggio all’interno di una città e, soprattutto, dentro se stessi.

Sorrido ai fotografi che immortalano la nostra soddisfazione. Do il cinque ad un bambino che mi dice “Bravo!”. Sorrido mentre taglio il traguardo in quattro ore, quattordici minuti e due secondi. Cinque minuti in meno dell’anno prima.

La medaglia al collo è un momento bellissimo. Così come il Colosseo che accoglie il mio riposo.

Mi sdraio e sorrido ancora. Nonostante i dolori. Nonostante le vesciche. Nonostante Pennywise che non è riuscito nel suo intento.

E penso che si può scegliere di vivere accettando passivamente tutto quello ci capita. O combattere e lottare, per migliorarsi, giorno dopo giorno.

E io ho scelto, da sempre, la seconda opzione. Nella corsa come nella vita.

IO HO AMATO PAOLO DI CANIO

Io ho amato Paolo Di Canio.

O, almeno, l’ho amato fino al momento in cui la penna che ha tracciato il cerchio del suo Destino ha ricongiunto, in un prepotente e magico incrocio, l’inizio con la fine.

Per proseguire, poi, in modo svogliato verso la sbavatura finale. Ma quella, in fondo, è un’altra storia.

Penso a lui e mi viene in mente la Bic Multicolore. Quel pennone bianco e azzurro con le quattro mine di diverso colore che andavano di moda tra gli alunni degli anni ottanta e novanta. Quelle che si usavano per lasciare dediche sui diari degli amici e, soprattutto, delle amiche.

Penso ai colori della penna e rivedo la sua carriera.

Bianca e azzurra la base, la Lazio, la sua fede, poi la Juve e la mina nera, il Napoli e la mina blu, il Milan e le mine nera e rossa, il Celtic e la mina verde, lo Sheffield e la mina blu, il West Ham e le mine blu e rossa, il Charlton e la mina rossa, la Lazio e il ritorno a casa.

A chiudere il Cerchio.

Mi immagino la Bic che scrive lenta e sicura. Come un Giotto del Destino. Ci mette sedici anni a finire il giro. Ma il risultato finale è perfetto e ironico. Beffardo e istrionico.

È una domenica di metà gennaio dell’ultimo anno degli anni 80, quando la Bic comincia a scrivere.

Tra qualche mese, Raf si chiedere cosà resterà di quegli anni. Il giorno prima, mio fratello e io abbiamo comprato il Subbuteo per la modica cifra di sessantamila lire con i soldi faticosamente vinti a sette e mezzo e alla tombola durante le solite feste natalizie.

Quella domenica, a Roma, c’è il Derby.

La Lazio è una neopromossa. La Roma, una squadra poco più che mediocre. Ma loro sono, da sempre, in serie A pur non vincendo un granché. Un pò di differenza c’è.

La Lazio, invece, viene da anni difficili: il calcio-scommesse, la retrocessione in serie C1 successivamente trasformata in una permanenza in B con una penalizzazione di nove punti, gli spareggi a Napoli con Taranto e Campobasso, la salvezza grazie al gol di Fabio Poli e, l’anno dopo, finalmente, il primo raggio di Sole dopo tante nuvole. Uno spiraglio. La promozione in serie A.

Sembrano cose normali. Drammi sportivi come se ne sentono spesso. Ma acquistano molta importanza se a viverli è un ragazzino di tredici anni e mezzo.

Eh già, proprio tredici anni. E mezzo. Perché a quell’età si fa di tutto per sembrare più grandi.

Io sono della Lazio. Da sempre. Per merito di mio papà e del mio fratello maggiore. Ma essere tifoso della Lazio per quelli della mia generazione non è facile.

Ma fortifica.

Crescere tifando una squadra in serie B è difficile.

Ma fortifica.

Stare in classe con ragazzini romanisti cresciuti con lo Scudetto giallorosso dell’ottantatre, non è facile.

Ma fortifica.

Avere come idoli Magnocavallo e Vinazzani, Batista e Beruatto mentre i tuoi amici impazziscono per Falcao e Di Bartolomei, Bruno Conti e Pruzzo, non è facile.

Ma fortifica.

Vedere i propri giocatori stampati piccoli e doppi sulle figurine Panini e chiedersi perché, non è facile.

Ma fortifica.

Ed è anche per quello che la Bic comincia a scrivere.

Perché quella Lazio, infarcita di giocatori mediocri, quel giorno di gennaio, forse, pensa a tutti quei ragazzini di tredici anni e mezzo sbeffeggiati da sempre.

A tutti quelli che si sono sentiti dire almeno una volta, quell’anno: “Quest’anno ai derby, so’ cazzi vostri. Con voi, so’ quattro punti sicuri.”

La Lazio, per il suo ritorno in A, ha pescato in Argentina e Uruguay i tre stanieri che le competono: due si riveleranno dei bidoni, Dezotti e Gutierrez, uno, Ruben Sosa, scriverà discrete pagine nei campionati a seguire.

A quella squadra, si è aggiunto qualche giovane promettente della Primavera che comincia a fare capolino in prima squadra.

Uno di questi è Paolo Di Canio dal Quarticciolo, quartiere periferico nella periferia sud-est di Roma, classe sessantotto, anno di rivolte e cambiamenti, la stessa di mio fratello maggiore.

Quel giorno, il quindici gennaio, Di Canio è in campo con la maglia numero nove. La stessa di Silvio Piola, Giorgio Chinaglia e di Bruno Giordano. Quella dei più grandi bomber biancocelesti.

Paolo Di Canio aveva tredici anni e mezzo solo sette anni fa. Lui sa cosa significa.

Il mio amico Guido, compagno di terza media, romanista fino al midollo, mi chiamerà a fine partita per prendermi in giro. Dopo il sicuro trionfo giallorosso. Me lo ha ripetuto per tutta la settimana.

Io e mio fratello piccolo abbiamo montato il Subbuteo sul tavolo in salone. Simuliamo anche noi il Derby. Io, per motivi di età e, quindi, di prepotenza, ho preso la Lazio. A lui tocca la Roma. Ma, fortunatamente, queste imposizioni calcistiche, non influenzeranno la sua fede negli anni successivi. Per rendere il tutto più simile allo Stadio Olimpico, sulla sedia alle spalle della mia porta, ho legato una sciarpa biancoceleste. Dall’alto dei miei tredici anni e mezzo, rendo omaggio agli Eagles Supporters e alle loro coreografie. Come in ogni Derby che si rispetti.

La Tv è accesa su “In campo con Roma e Lazio”, mitica trasmissione domenicale trasmessa su TeleRoma 56 e condotta dall’altrettanto mitico Lamberto Giorgi, fratellone dell’Eleonora attrice, la moglie di Massimo Ciavarro.

La cronaca è a due voci, una laziale e una romanista, che si alternano in base agli attacchi delle rispettive squadre.

La partita è brutta. Figlia della mediocrità in campo e della paura di perdere. Mio fratello e io, neofiti del Subbuteo, riusciamo a fare di meglio sul tappeto verde steso sul tavolo del salotto.

È in quel momento, però, che entra in azione la Bic.

La Lazio attacca verso la Curva Sud, feudo giallorosso anche se dimezzato dai lavori per la ristrutturazione dell’Olimpico in vista dei Mondiali alle porte. Antonio Elia Acerbis infila una palla in profondità per Ruben Sosa. L’uruguagio, dal lato sinistro dell’area di rigore, si coordina e, senza guardare, mette una bella palla in mezzo.

Di Canio arriva puntuale all’appuntamento con la sua Storia con lo stesso entusiasmo e la stessa veemenza con cui un ragazzino innamorato si presenta al primo appuntamento importante con una ragazza. E l’incoscienza è la stessa.

La palla rimbalza un paio di volte. Giusto il tempo per rendersi più addomesticabile.

Un po’ come la ragazza che allarga le gambe sulla panchina dei giardinetti per farvi sentire meglio la voglia che ha di voi.

La botta è forte. Secca. E si infila tra il primo palo e Tancredi, portiere di tanti trionfi romanisti, che nulla può su quella palla guidata dal Destino.

E disegnata dalla Bic.

Il telecronista giallorosso, che sta raccontando l’azione, ammette il gol in modo quasi silenzioso. E, poi, dignitosamente, si eclissa.

Lo speaker biancoazzurro irrompe in modo brasileiro:

“GOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOLLLLL!! PAOOOOOOLO DDIIII CAAAAANIIIIIIOOOOOOOOOO!!!!!”

Paolo prosegue la sua corsa sotto la Curva giallorossa. Il braccio è alzato in segno di sfida. L’indice lo evidenzia Re per un pomeriggio. E lo immortala in un fotogramma eterno.

È lui contro i tifosi della Roma.

A ventun’anni, fa quello che molti giocatori più navigati di lui non hanno mai avuto le palle di fare in tutta la carriera. Lo guidano, nel gesto, l’incoscienza e la golardia di chi ha passato i pomeriggi interi a giocare a pallone con gli amici sotto casa, in tornei estenuanti e senza fine. Quando una serranda era la porta dello Stadio Olimpico e l’asfalto era bello come il prato di Wembley. Io e mio fratello, confusi dall’alternanza di voci, esitiamo un attimo. Ma è solo un attimo. Poi è solo un misto tra tripudio e sofferenza. Scaramanzia e speranza. In attesa del fischio finale. Che arriva. Ed è un’emozione mai provata prima.

La mia polluzione da tifoso. Giunta, più o meno, nello stesso periodo di quella da ragazzino. Come tutti i vincitori, mi siedo in riva al fiume e aspetto la telefonata di Guido. Che, puntualmente, non arriva. E allora godo prendendo in mano la cornetta, prima di cena. Il telefono è di quelli a disco. Non bisogna fare nessun prefisso per chiamare a cinquecento metri di distanza. Mi risponde il papa’ di Guido, laziale come me. Che sorride consapevole.

“Ciao Alessa’, vuoi Guido, vero? Ora te lo passo….” Sorride lui.

“Si, grazie, arrivederci…” Sorrido io.

“Ciao Gui’, come va?”

Non proferisce parola. Mi attacca il telefono in faccia. Io sorrido e lo capisco. Ma aspettavo quel momento da anni. E godo. Paolo Di Canio gode con me. E con tutti i ragazzini laziali di tredici anni e mezzo come me.

Sono passati sedici anni esatti da quel giorno di gennaio.

È il sei gennaio duemilacinque. Il giorno della Befana.

C’è il Derby.

Il Subbuteo, molti ragazzini non sanno nemmeno cosa sia. E anch’io, lo ammetto, gli preferisco “Winning Eleven” sulla Playstation 2.

Ho ventinove anni. Tra sei mesi ne faccio trenta. Ma ho ancora ventinove anni.

Ne è passata di acqua sotto il fiume dei vincitori in questi anni. Guido l’ho perso di vista.

La Lazio ha vinto lo Scudetto e, poi, come un Icaro finanziario, ha rischiato il fallimento per aver voluto volare troppo vicino al Sole. La Roma ha vinto lo scudetto l’anno successivo. E pure lei, ora, non se la passa cosi’ bene.

Sono diventato un manager e gestisco il più importante negozio italiano della mia azienda.

Il mio Papà non c’e’ più. Se n’è andato due anni fa. Forse, ora, sarebbe soddisfatto di quel suo figlio così diverso da lui. Ma non è riuscito a vederlo. Mio fratello più grande si è sposato e poi ha divorziato. Quello più piccolo è quasi un uomo. Per strada, i ragazzini non giocano più a pallone. A tredici anni e mezzo, ora, molti hanno avuto già i primi approcci con il sesso. Le ragazzine non hanno più i brufoli. Ed è più facile diventare famosi senza fare niente per cento giorni dentro una casa, ripresi dalle telecamere, che studiare e impegnarsi per diventare un buon attore o un buon giornalista. Ma tant’è.

Sono passati sedici anni e Paolo Di Canio non l’ho mai perso di vista. Per vari motivi. Non sempre positivi.

Se ne andò male.

C’è chi dice che fu venduto a forza dall’allora Presidente Calleri.

Fatto sta che la frase “Meglio essere uno qualsiasi nella Juve che una bandiera della Lazio” -la pronunciò lui e non Calleri.

Per questo l’ho anche odiato. Ma l’odio e l’amore sono sentimenti simili. Da avversario, quando venne a giocare con il Napoli all’Olimpico, fu anche bersaglio del coro “Di Canio come Lionello”. Quel Lionello Manfredonia, difensore eccelso, che osò passare dalla Lazio alla Juve e poi alla Roma, e che durante un Bologna-Roma venne colpito da un infarto.

Nella Juve, Di Canio non lasciò traccia. Un po’ per colpa sua, un po’ per colpa di un progetto fallimentare che morì sul nascere. Litigò con Trapattoni e gli diedero il benservito al Sud.

Arrivò a Napoli e lì, complice il buon lavoro fatto da un allenatore esordiente di nome Marcello Lippi, risorse per la prima volta e stregò più di una volta il San Paolo.

Berlusconi si innamorò di questo ragazzo talentuoso e sfrontato e lo portò alla corte rossonera dove, però, chiuso da fuoriclasse di livello mondiale, ebbe poco spazio, e dove riuscì a litigare, anche lì, con il mister durante una tournè estiva.

Conclusa l’avventura italiana, emigrò in Scozia, dove, con la maglia dei Celtic di Glasgow fece meraviglie grazie alle quali venne eletto miglior giocatore del campionato.

Subì, poi, il fascino della Premier League, ma la scelta di andare a giocare a Sheffield, sponda Wednesday non si rivelò felice. Alti e bassi che culminarono con una lunga squalifica per il famoso spintone all’arbitro.

Terminata in malo modo l’avventura a Sheffield, scelse la tranquilla vita di periferia a Londra e abbracciò i colori celeste e amaranto del West Ham. Lì, risorse di nuovo. Vinse il premio Fair Play e ricostruì la sua immagine anche grazie a gol spettacolari e ad atteggiamenti da vero leader. Si parlò anche di un interessamento del Manchester United. Sir Alex Ferguson rivedeva in lui, per classe e carisma, un nuovo Eric Cantona. Ma nulla si concretizzò e lui firmò per il Charlton Athletic. Ultima tappa prima del ritorno a casa.

Io, intanto, crescevo e accumulavo ricordi e gadget. La sua maglia del West Ham. Quella del Charlton. La sua biografia in lingua originale. Il VHS dei suoi goal con il West Ham. Sperando sempre nella parabola del figliol prodigo che tornava a ridare splendore a quei colori che, in modo lento ma inesorabile, stavano morendo.

L’estate duemilaquattro, infatti, stava per segnare la fine di una Storia gloriosa e ultracentenaria. La Lazio, infatti, visse la fase più brutta della sua storia recente e rischiò il fallimento. Per me sarebbe stata la fine di tutto. L’andropausa prematura del mio essere tifoso.

Mai avrei voluto fare la fine dei tifosi della Fiorentina e del Napoli, costretti a tifare, per alcuni anni, per la “Florentia Viola” e per il “Napoli Soccer”.

Mai avrei voluto vedere, in serie c2, le partite della “Aquile Biancocelesti Football Club”. Volevo continuare a vivere da tifoso la mia passione. In modo ininterrotto. Senza reset.

Ma dove non arriva il cuore, arriva la politica. E Claudio Lotito, un piccolo imprenditore specializzato in pulizie, su “consiglio” di Francesco Storace, presidente della Regione Lazio, rileva il pacchetto di maggioranza della società e la salva da morte sicura.

La Lazio squadra, però, non esiste quasi più.

Roberto Mancini, l’allenatore, l’ha abbandonata dopo la vittoria della Coppa Italia. C’è da scegliere un nuovo tecnico e ricostruire la rosa. È tardi, però, per fare affari e la nuova dirigenza può e deve accontentarsi di un manipolo di mestieranti presi all’ultimo giorno di mercato. Tra tanti sconosciuti, brilla il nome di Tommaso Rocchi, promettente punta proveniente da un buon campionato nell’Empoli. Serve qualcosa di diverso, pero’, per accendere di nuovo la fantasia dei tifosi. Per ridare entusiasmo ad un ambiente demoralizzato. Serve il ritorno del figliol prodigo. Il ritorno di Paolo Di Canio.

Mi immagino la firma del contratto con la Bic che scrive sorridente e sicura.

Sicura di poter chiudere, dopo sedici anni, finalmente, il suo Cerchio.

È il giorno della Befana, oggi.

Per la nuova Lazio di Lotito, finora, solo carbone. Il campionato ha effettuato la lunga sosta natalizia. La Lazio, dopo la sconfitta a Udine nell’ultima giornata del duemilaquattro, ha esonerato il tecnico Mimmo Caso, troppo inesperto e senza polso per gestire una situazione difficile come quella. Al suo posto, viene scelto un altro ex giocatore biancazzurro, quel Giuseppe Papadopulo che, con la sua grinta e il suo carattere, ha portato il Siena in serie A. Il sei gennaio del duemilcinque, Papadopulo esordisce nel derby. Ma su quella panchina, quel giorno, ci può stare anche Mister Magoo. L’importante è che Paolo Di Canio sia in campo. Il resto non conta. La Lazio, poi, non è cosi’ scarsa come la classifica lascia intendere. Ci sono giocatori del calibro di Peruzzi, Couto, Zauri, Oddo, Giannichedda, Liverani, Dabo, Cesar, Rocchi, Pandev e, ovviamente, Di Canio. Ma ha un male oscuro dentro che la divora. E la trascina giù in classifica tra pochi alti e molti bassi.

Quel giorno, però, succede qualcosa.

Sono cresciuto, ormai. Sono un uomo. E posso permettermi un abbonamento in Tribuna Tevere. Insieme a mio fratello. Quello piccolo. Il mio sparring partner a Subbuteo di tanti anni fa.

Sono anni che non vedo più “In campo con Roma e Lazio”. Il mitico Lamberto Giorgi, però, è sempre lì, al suo posto. La sorella non recita quasi più e si limita a fare la produttrice. I ragazzini non sanno nemmeno chi sia. Né lei né Massimo Ciavarro.

La partita va in notturna su Sky. Fa freddo. Il cielo è stato tutto il giorno bianco e azzurro. Vorrà pur dire qualcosa. La Befana sta preparando le calze per la sera. Di Canio è in campo con la maglia numero nove. La stessa di sedici anni fa. È la sua notte. L’ha preparata nei minimi dettagli. Cene cameratesche per far gruppo e battutine polemiche contro il Pupone, idolo e capitano avversario. Pupone fa rima con carbone. Le calze, quella sera, sono già assegnate. Ma i giallorossi non lo sanno. La partita è brutta. Tirata. Se l’avessimo giocata io e mio fratello a Winning Eleven, sarebbe venuta meglio.

Poi, però, entra in azione la Bic. Come tanti anni fa.

La Lazio attacca sotto la Sud. Fabio “Dottor Jekyll” Liverani, cervello bianoceleste e cuore giallorosso, addomestica a centrocampo un pallone vagante e, di prima intenzione, come solo lui sa fare, lancia in profondità Di Canio che scatta sul filo del fuorigioco e si infila tra i due difensori giallorossi in ritardo.

“BELLA PALLA DI LIVERANI PER DI CANIOOOO…” racconta alla radio, uno speranzoso Guido De Angelis, voce simbolo del popolo laziale.

La palla di Liverani è perfetta e muore appena poco dentro l’area di rigore. Mexes e soci sono in ritardo. Pelizzoli accenna, sbagliando come gli succede spesso, l’uscita e rimane piantato a metà, sul dischetto del rigore.

In tribuna, tutto appare più lento. Quasi un replay in diretta.

Di Canio colpisce al volo.

Ma non è più il ragazzino al primo appuntamento che non vede l’ora di arrivare al sodo.

È un uomo di trentasei anni.

Adesso sa come si accarezza un pallone. Come si tocca una donna. Non ha bisogno di forza e irruenza.

Basta saper toccare i punti giusti. Per farle fare quello che si vuole. Ed il tocco è dolce. Liftato.

La palla si lascia accarezzare volentieri.

Un po’ sposa e un po’ puttana. Come cantava Jovanotti anni fa.

Pellizzoli viene scavalcato in tutto il suo metro e novanta.

La palla gode in fondo al sacco.

Il primo orgasmo non si scorda mai.

Quello è il primo di tre di una notte magica.

Ma è indimenticabile.

“GOOOOOOOOOOLLLLL!!!!!!!!!GOOOOOOOOOOL!!!… PAOLETTO MIO…TE VOJO BENE, PAOLE’…PAOLE’, TE VOJO BENE…ANCORA ‘NA VOLTA…J’HAI FATTO MALE ANCORA ‘NA VOLTA… J’HAI FATTO MALE PAOLE’……PAOLE’ J’HAI FATTO MALE… PAOLE’ J’HAI FATTO MALE… PAOLE’ J’HAI FATTO MALE… PAOLE’ J’HAI FATTO MALE…PALLONETTO DI PAOLO DI CANIO SOTTO LA CURVA SUD COME QUINDICI ANNI FA…”

Le parole di un Guido De Angelis stravolto sono i pensieri dei quarantamila laziali allo stadio e di tutti quelli davanti alla tv o alla radio. Diventeranno la colonna sonora della partita.

Di Canio va verso la Sud. Si ferma ai cartelloni pubblicitari. Allarga le braccia e si mostra agli avversari. Sembra dire: “Sono stato io…vi ricordate di me?”

Io mi ritrovo dieci file più su. E poi quindici file più giù. In una coreografia spontanea, anarchica e catartica. Mio fratello non so dove sia finito. Lo ritrovo solo due minuti più tardi, accanto a me. Il viso stravolto. Gli occhi al cielo a ringraziare il Destino. I pupazzetti del Subbuteo sono tutti rotti. Schiacciati dai nostri piedi impazziti. Alla Playstation, un gol così non sono mai riuscito a farlo.

La partita finisce tre a uno per noi. Dopo il momentaneo pareggio di Cassano, Cesar e Rocchi chiudono il conto in una notte indimenticabile. A cinque minuti dalla fine, il Mister concede la giusta passerella al trionfatore della serata.

Mentre esce tra gli applausi dei suoi tifosi e gli insulti della sponda opposta, si rivolge verso la tribuna Monte Mario e fa il segno del tre.

Tre frecce che colpiscono nel segno.

Il greco Dellas, nella Roma, è l’unico che prova a interrompere il suo show. Il Pupone e gli altri restano a guardare.

La Bic ha quasi finito l’inchiostro.

Il Cerchio è chiuso.

L’arbitro fischia la fine. Lo stadio sfolla.

Mi resta il ritorno a casa.

Il clacson dello scooter in continua sollecitazione e, in bocca e sulla pelle, il dolce sapore della vittoria.

Per una notte, solo una notte, sono stato contento e orgoglioso di avere ventinove anni e mezzo.

Anche, e soprattutto, per questo, io ho amato Paolo Di Canio.

GLI EFFETTI DI HALLOWEEN SULLA GENTE COMUNE

Immaginate i ragazzini di adesso.

Quelli che abbreviano tutto. Quelli che dai dodici ai diciotto anni pare abbiano sempre la stessa età. Quelli che giocano on line. Che comprano on line. Che scopano on line. Quelli che fanno cazzate per noia. On line.

Immaginate ora le signore romane di sempre.
Quelle che sono nate sposate. Con almeno due figli. Di solito, un maschio e una femmina. Con il marito che ormai è un tutt’uno con il divano. Quelle che saprebbero sopravvivere pure sul pontile del Titanic. Mentre affonda e l’orchestra suona.
Quelle che portano le buste della spesa con la stessa nonchalance con cui Schwarzenegger alzava 200 kili in panca. Quelle che fanno l’occhietto ar pizzicarolo e rimediano venti grammi in più di Prosciutto di Milano. “Quello buono”. Si, bravi. Proprio quelle.
I ragazzini di adesso, la notte di Halloween, suonano al citofono. Di sera, dopo le dieci.
Quando pure i testimoni di Geova stanno a casa a guarda’ X-Factor. Perché pure loro lo sanno che c’è un tempo pe’ caca’ er cazzo al prossimo e un tempo pe’ ingrifasse cor televoto. E poi vuoi mette i tatuaggi de Fedez?!?
Driiiiiiiin.
“E mo’ chi è che rompe li cojoni?”
La signora romana di sempre si rivolge al marito che, contemporaneamente, sta smanettando sul telecomando alla ricerca spasmodica di una partita di calcio qualsiasi. A lui andrebbe bene anche la replica di Juve Stabia-Lumezzane. Basta che sia calcio. Basta che non debba parlare con sua moglie. E invece no.
“Boh…sarà Teresa, la vicina…lo sai che quella nun conosce il significato del termine ‘rompicojoni’…toccherebbe faje lo spelling, secondo me: R come “Rompicojoni”…O come “Oh, hai rotto i cojoni”…M come “Mo’ m’hai rotto li cojoni”…P come “Però m’hai rotto li cojoni”…eccetera eccetera…”
La signora romana di sempre prende il citofono in mano, con la stessa noia con cui da trent’anni prende in mano la stessa cosa. Che dà meno segni di vita del citofono.
“CHI ÈÈÈ???”
E i ragazzini di adesso, innocenti come Eva che dice ad Adamo che vorrebbe una mela, “Solo una mela, che vuoi che succeda?”, rispondono:
“Dolcetto o scherzetto?”
Così. Netto. Brutale. Traslato in rima. Perché in inglese è “Trick or treat”. Ma a noi italiani, se nun c’è un mezzo scudo de rima, le cose nun ce piacciono.
“Che? Er Folletto??? No, guarda, c’ho già tutto…e c’ho pure i pezzi de ricambio…guarda, ragazzi’, c’ho un Folletto che manco Tolkien che è pratico…”
Le signore romane di sempre cominciano ad avere problemi di udito intorno ai sessanta. E vivono di assonanze.
Il ragazzino romano di adesso che ha citofonato, non senza difficoltà, visto che è vestito da Freddy Krueger (di Primavalle), si volta verso i suoi compagni d’avventura, Guy Fawkes (di Prenestina), Alex DeLarge (di Collina Fleming) e il Joker (di Prati Fiscali), si batte la tempia con l’indice come a dire “Questa sta fori come un balcone…” e risponde:
“No, Signora, non siamo della Folletto. Ho detto: D O L C E T T O O S C H E R Z E T T O? È Halloween! AL LO UIN!!! Signora, capisce?!? 31 Ottobre! Ognissanti!!! C’ha presente?!? Yuuhh-huuuh!!” E fa ampi gesti con le mani, sperando che la signora romana di sempre li stia guardando dallo spioncino.
La signora romana di sempre tappa con una mano la parte inferiore del citofono e si rivolge al marito, concentrato suo malgrado sulle sovrapposizioni del terzino del Lumezzane. E tutto il resto è noia. No, non ho detto gioia. Ma noia, noia, noia. Maledetta noia.
“Aho, ma che è sta cosa? Che è sto Allouin? Su “Tv, Sorrisi e Canzoni” nun c’era scritto niente!! Che è sta storia del dolcetto-scherzetto? Ma nun era mejo quanno i ragazzini, a sedici anni, stavano già co’ i N.A.R. o co’ Lotta Continua o chiedevano la stecca para pe’ tutti?”
“E che te devo dì???!?? Sai com’è sta società moderna: le feste importate, er televoto, Feisbuc, mariadefilippi, er vuoto generazionale….”
La signora romana di sempre guarda il marito con fare schifato come a dire:”Ma chi cazzo me so’ sposato trent’anni fa??? De che me sarò innamorata?!? Boh, vai a capì…” toglie la mano dal citofono, elabora l’ennesimo piano di sopravvivenza della sua vita e risponde:
“No, guarda, a voi della Allouin ve conosco già e nun me fregate ‘n altra volta…tra l’altro, le mollette a pannelli solari che asciugano i panni stesi pure quando è nuvoloso che v’ho comprato er mese scorso, nun funzionano…” e attacca il citofono con un tono finto risentito che Stanislavskij je spiccia casa.
Freddy Krueger guarda sconsolato Guy Fawkes che guarda a sua volta Alex DeLarge che guarda a sua volta il Joker che per due soldi Batman ammazzo’. Alla fiera dell’Est.
Si tolgono tutti le maschere. Sconsolati. Sconfitti da un cinismo e da un istinto di sopravvivenza tutto romano.
“Rega’, io ve l’avevo detto che sto Halloween nun fa pe’ noi…che Roma nun è New York…ve l’avevo detto che è come se facessimo la sagra della porchetta nel Maine o la festa della pajata in Ontario…ve l’avevo detto che se volemo svolta’, tocca punta’ sulla tradizione indigena e non sulle abitudini di riflesso…ma, Diocristo, nun era mejo continua’ a fa’ li scippi?!?”
Annuisce suo malgrado Guy Fawkes e si toglie la maschera.
Annuisce suo malgrado Alex DeLarge e si toglie la bombetta.
Annuisce suo malgrado il Joker e si toglie il trucco.
Freddy e Guy montano sui rispettivi “Sì Piaggio”. Si alzano in piedi sui pedali restando in equilibrio sul cavalletto. Danno un paio di pedalate, giusto il tempo necessario di metterli in moto. Accelerano facendo girare la ruota posteriore come se non ci fosse un domani. Tolgono il motorino dal cavalletto con una botta pelvica in avanti. Fanno salire Alex e il Joker dietro di loro e ripartono.
E tornano alla loro normalità.
Altro giro.
Altra borsa.
Solo perché non hanno ancora inventato lo Scipp on line.
Altrimenti se sarebbero scaricati la App.