“TRENT’ANNI: UNA VITA”

Lo ammetto. Quando il Tucu Correa, a pochi minuti dalla fine, ha snaturato sé stesso e anziché accarezzare il pallone come suo solito, ha scelto di entrare nella storia della Lazio con una potenza e un senso del goal che non pensavo potessero appartenergli, ho pianto. Nel buio della stanza, illuminato solo dai led del televisore e dalle giocate sontuose di un Luis Alberto mai così divino, sono esploso in un pianto catartico, come mai mi era accaduto durante una partita della Lazio (Scudetto escluso, ovviamente). La mia compagna, avvertita del vantaggio della Lazio dal mio urlo improvviso che deve aver svegliato gran parte del palazzo, percependo il mio singhiozzare, mi ha raggiunto davanti al televisore, chiedendomi cosa avessi e cosa fosse successo. E tutto quello che sono riuscito a dirle è stato: “Trent’anni”. Già, trent’anni. Tanto è passato da quando Maldini infilò nella propria porta il più clamoroso degli autogoal. Da quel momento, Lazio più o meno forti contro Milan più o meno stellari erano sempre uscite con le pive nel sacco, a volte anche in modo rocambolesco e immeritato, dal San Siro rossonero. Avevo quattordici anni e tre mesi esatti, quel pomeriggio di settembre. Eravamo a casa di mia nonna a Palombara Sabina, come ogni fine settimana della mia adolescenza, e io stavo giocando a pallone in giardino quando mio fratello si affacciò al balcone per dirmi che eravamo passati in vantaggio. Ricordo tutto come fosse ieri. Una Polaroid impressa nella mia mente che finalmente, dopo ieri sera, posso finalmente mandare in soffitta. E così, trent’anni e due mesi dopo, i ricordi di una vita sono esplosi nella mia testa in un improvviso e irrefrenabile rewind. Il ragazzino pieno di sogni che ero e l’uomo con mille difetti che sono adesso. Il diploma. Il servizio militare a Verona e a Mestre. L’ingresso nel mondo del lavoro e la mia crescita professionale. Il mio primo racconto pubblicato sul “Guerin Sportivo”. La malattia e la scomparsa di mio Padre. La prima volta che ho visto Bruce Springsteen dal vivo. I miei errori e la mia rinascita. Il mio primo romanzo. L’amore. La collaborazione con “Il Corriere dello Sport”. Trent’anni. Con la Lazio sempre presente. A fare da splendida colonna emotiva di una vita che non finisce mai di stupire ed emozionare. Come ieri sera. A quarantaquattro anni e cinque mesi esatti. Quando un uomo si riscopre ragazzino. E comincia a piangere.

27 OTTOBRE 1979

Vincenzo tirò giù la serranda dell’officina e si avviò verso casa. Era sabato sera. Un’altra settimana era finita. Montespaccato era una borgata che accompagnava la periferia nord di Roma fino alla campagna pre Raccordo Anulare. Gli anni di piombo stavano lasciando pian piano spazio a quelli della Banda della Magliana. In un incrocio sempre più perverso di politica e criminalità. Vincenzo era un uomo tranquillo. Una moglie e due figli. E quei trentatré anni così già pieni di responsabilità.

Vincenzo arrivò a casa. Baciò la moglie sulle labbra. Accarezzò i capelli ai suoi due bambini intenti a giocare con le macchinine della Polistil. E poi andò in bagno per togliere dalle mani le ultime scorie di una settimana lavorativa.

Poi andò in cucina. Senza farsi sentire dalla moglie, le si avvicinò alle spalle. E con le mani profumate di vita, amore e lavoro le coprì gli occhi.

“Lasciame! Vince’! Devo fini’ de cucina’…”

“T’ho fatto ‘na sorpresa, amo’!”

Poi tolse le mani. Lei si girò. E lui le mostrò sorridente due biglietti colorati.

“E che so’?”

“Du’ biglietti per il Derby di domani…”

“Oddio, il Derby…ma nun sarà pericoloso, Vince’?”

“Ma che? Lo stadio? Ma che stai a di’! Se portamo du’ pagnottelle e vedemo la Lazio vince. Dai retta a Vincenzo tuo!”

“Allora se me dici che è tranquillo, ce vengo volentieri! Grazie Amore mio! Ora però chiama i pupi, che la cena è quasi pronta…”

Vincenzo andò in cameretta. Richiamò all’ordine i suoi due eredi.

“Dai, ragazzi, che è pronta le cena! Se magna!”

E sorrise, Vincenzo.

Perché la vita era bella.

Il 27 ottobre del 1979.

DISAGIO

Disagio. È tutto ciò che provo di fronte a questa narrazione moderna che non lascia spazio al ragionamento. Alla riflessione necessaria per capire cosa è accaduto cosa accade. Disagio. Di fronte ai giudizi avventati. Di fronte alla violenza verbale. Di fronte alla necessità di trovarsi un nemico travestito da fatto del giorno. Disagio nei confronti di chi non capisce quando è il momento di tacere. Nei confronti di chi deve dire sempre la propria. Disagio nei confronti di chi crea narrazioni per portare l’acqua al proprio mulino. Nei confronti di chi si è creato un personaggio. Disagio per una società che eleva il “Joker” a figura di riferimento. Per una società che non vede l’ora di dire “eh, poverino”. Per una città che implode su se stessa. Cannibalizzata dall’interno. Giustificata dalle sue stesse vittime. Disagio per chi non si stupisce più. Per chi non ha passioni. Per chi si è arreso. Per chi ha smesso di lottare. Per chi ha smesso di vivere. Disagio per chi ha scelto di sopravvivere. 

IL GRANDE ROMANZO AMERICANO

La moglie raggiunge Steve a partita iniziata, dopo essere uscita dal lavoro. Ma non è poi così grave. Il baseball ha dei tempi così dilatati che arrivare dopo l’inno nazionale americano non è certo un problema. La moglie di Steve ci saluta cordialmente e si aggiunge al marito in quello che è, nel mio immaginario, l’archetipo del newyorkese: sorridente, entusiasta, gentile e disponibile ai limiti dell’incredulità. Per farci avere i biglietti della partita, da lui offerti, Steve ce li ha portati direttamente in albergo (“tanto domani sono a Midtown”). Ecco, per dirne una. E nemmeno ci conosce, questo è il bello. A lui basta solo il fatto di avere un grande amico in comune. Steve e la moglie sono rimasti colpiti dalla nostra lista delle cose da vedere. “Vivo a New York da più di sessant’anni e alcune cose non le ho viste nemmeno io”, ci confessa sorridendo. La moglie gli porta un panino per cena. E poi cominciano a parlare della loro giornata. Il baseball è così. Ti permette di vivere la partita e al tempo stesso di continuare a vivere. E tutto ciò è fantastico. Per questo in ogni momento della gara, puoi trovare gente nel museo degli Yankees o a prendere una birra. O a mangiare nei tavolini appositi dietro alle tribune. Poi Aaron Judge, il 99, quello definito da Steve “il più forte di tutta la MLB”, piazza un homerun. E noi assistiamo al primo fuori campo della nostra vita. Abituato da una vita allo stress di una partita di calcio, novanta minuti in cui non ti puoi permettere di staccare gli occhi dal campo perché il goal potrebbe arrivare da un momento all’altro, qui è tutto il contrario. Gente che arriva dopo. Gente che se ne va via prima. Mentre il baseball continua a esistere. Chiedo a Steve perché gli Yankees non hanno i nomi sulle divise mentre le altre squadre sì. “Semplicemente tradizione”, mi risponde apprezzando il mio spirito di osservazione. E mostrandomi la sua casacca assolutamente priva di qualsiasi nome. Poi gli chiedo del vecchio stadio. Se preferisce questo nuovo, bellissimo, moderno e celebrativo a quello buttato giù nel 2009. “Assolutamente quello vecchio”, mi dice con il sorriso malinconico di chi in quello che non c’è più ha passato i migliori anni della propria vita. Gli offro una birra per ripagarlo di tanta cortesia. E poi a metà partita, decidiamo di andare via perché il giorno dopo abbiamo un’altra giornata piena. Salutiamo Steve, la moglie. Ringraziamo per tutto quello che hanno fatto per noi. E usciamo dallo Yankee Stadium. Sentendoci, per una sera, un po’ più newyorkesi. Mentre il baseball continua a esistere all’interno dello stadio. Incurante del tempo che passa. E della gente che arriva. E della gente che se ne va.

26 MAGGIO 2013: LE MIE PAGELLE

Marchetti 72: reattivo in diverse occasioni. Ma soprattutto se nella storia rimarrà per sempre Lulic71 è anche perché c’è stato un Marchetti decisivo al 72esimo.

Cana 7: “e sornione sta arrivando Cana nell’area della Roma…” risuona come un barbarico Yawp sopra i tetti del mondo.

Ciani 8: è sua, nei minuti di recupero, la spazzata che chiude il match. Ma il voto è soprattutto per quel colpo di testa al novantacinquesimo contro il Siena senza il quale non saremmo arrivati qui.

“Cianiiiiii! Cianiiiii!!”

Radu 7: er calcio in culo a Lulic dopo er go’ entra di diritto nelle esultanze più belle de sempre.

Candreva 7,5: fortuna vuole (sempre mejo che Fortuna Wallace) che er cross più importante della sua carriera lo sbagli. Pe’ regala’ a Lobont la possibilità de offri’ a Lulic er momento più epico della sua vita.

Ledesma 8: zoppicando, abbracciato a Manzini, in lacrime entrambi, verso la Nord a fine partita è il quadro carico di Lazialità che abbellisce un pomeriggio indimenticabile.

Lulic 71: solo lui, con la sua coordinazione che sfida ogni principio della gravità poteva mettere in porta con nonchalance una palla che lo aveva preso in controtempo. Segna il goal che decide il match e che creerà uno spartiacque profondo tra le due sponde della Capitale. Senad Lulic, un uomo chiamato Leggenda.

Mauri 7: sarebbe capace de trova’ un corridoio pure entrando dentro casa de ‘no sconosciuto, ubriaco e al buio. Suo il filtrante che manda al cross Candreva. Sua l’esultanza rabbiosa, orgogliosa ed elegante verso la Nord dopo il goal di Lulic.

Klose 7: passa tutta la partita a rimpiange de nun ave’ fatto la carriera der Pupone.

Petkovic 8: gli basta una stagione per entrare nella storia della Lazio. Elegante, bellone, signorile. Lo stile Lazio in panchina nel giorno più importante.

Lobont 9: solo uno nato lo stesso giorno di Lulic poteva’ mette sui piedi de Senad, la palla più importante della storia del calcio romano.

Marquinhos 8: in un fermo immagine che immortala Lulic sgraziato giustiziere, lui è il contraltare trafitto.

De Rossi 8: dispiace vedere un guerriero come lui in lacrime dopo tante battaglie onorate lealmente. Però, Danie’, nun te scoraggia’. Ho dato un’occhiata al calendario e il prossimo 26 maggio de domenica capita nel 2019. Hai visto mai che riesci a celebra’ qualcosa de importante proprio quel giorno?

A Pallotta, l’ardua sentenza.

Totti 8: come al solito decisivo nelle partite che contano. Da un suo fallo a centrocampo, infatti, nasce l’azione che regalerà la Coppa ai biancocelesti. Si consoli, Francesco: è ancora nel pieno delle forze e avrà tutto il tempo per alzare trofei.

Andreazzoli 8: tiene Pjanic e Osvaldo in panchina. Mette Marquinhos terzino destro. E soprattutto, fa un piccolo passettino indietro per permettere ai Laziali di esultare in tranquillità. Chapeau. Avrà tempo per rifarsi. Magari il prossimo 26 maggio di domenica, anche lui.

Pallotta 8: ok, la sconfitta è epocale. Ma sono sicuro che impegnandosi, il buon James riuscirà a fare anche di meglio.

Antinelli (inviato Rai a bordo campo) 8: “È il momento migliore della partita questo, per Andreazzoli” dice lui al 70esimo. Con un Hernanes in tono minore, il vero Profeta di questa Finale è decisamente lui.

AVANTI LAZIO

BUONE VACANZE (stavolta per davvero)

ATALANTA-LAZIO: LE MIE PAGELLE

Strakosha 6,5: reattivo e sicuro tra i pali. Efficace anche in presa bassa. Però, all’ennesimo rinvio sbajato, Acerbi se lo guarda e je fa: “Ah regazzi’, mo’ t’o buco quer pallone!”.

Luiz Felipe 7: concentrato e sul pezzo come Valentina Nappi quando prende il Fake Taxi.

Acerbi 7: con l’Atalanta ha un conto in sospeso dalla partita dell’andata, quando il VAR je tolse un goal per una questione di millimetri, dopo cinque minuti di consultazioni. Stavolta je tocca Zapata e lui, come già fatto con Icardi e Piatek, se lo lega agli scarpini e lo porta a fa’ il tour dello Stadio Olimpico senza faje tocca’ ‘na palla.

Bastos 6: nun ve lasciate inganna’ dalle immagini. Quello non è mai rigore. Semplicemente perché quello non era il braccio…

Radu 6,5: entra a freddo mentre stava a scambia’ i doppioni delle figurine Panini co’ Manzini e comincia a fa’ ciò che ogni difensore del mondo che meriti ‘sta qualifica dovrebbe fare: legnare Ilicic come se non ci fosse un domani.

Marusic 6,5: Inzaghi je dice de dedicasse a Castagne e lui, complice er clima invernale, se piazza all’angolo tra via Condotti e Piazza di Spagna a vende i cartocci a 6 euro.

Lulic 71: Inzaghi je dice de guarda’ Hateboer e lui passa tutta la partita a fissallo nell’occhi. Dimenticandose però de scende sulla fascia. Alza al cielo la Coppa Italia che dal 2013 dovrebbe portare il suo nome. Quasi quasi lancio ‘na petizione su Change.org.

Parolo 7: due anni fa, era arrivato alla finale in condizione fisiche pietose. Stavolta, il turnover ce lo consegna fresco e pronto per la battaglia. Peccato l’età sia impietosa. Perché uno come Marco Parolo serve sempre. Perché uno come Marco Parolo sa sempre quello che deve fare. E lo fa sempre nel modo migliore. Faccia pulita e buone maniere. Marco Parolo, Laziale d’adozione. Laziale vero.

Leiva 8: un gigante. Sradica palloni. Detta i tempi. Randella quando c’è da usare le maniera forti. E pennella il calcio d’angolo decisivo. Lucas Leiva sta a ‘sta squadra come Ennio Morricone sta ai film di Sergio Leone. Imprescindibile e abbellente.

Luis Alberto 7: co’ Correa se intende a meraviglia manco fossero Al Bano e Romina sul palco de Sanremo mentre cantano “Felicità”. Esce incitando i compagni a crederci fino alla fine.

Milinkovic-Savic 8: sfrontato e spavaldo come Tony Manero il sabato sera. Entra a partita in corso e cambia la storia del match con la specialità della casa. Il goal del Sergente sarà per i bergamaschi un incubo ricorrente per molti anni: un po’ come er furto del pupazzetto de Zorro pe’ Salvini.

Correa 8: il goal che chiude la partita è di una bellezza disarmante. Astuzia, classe, velocità e lucidità. C’è tutto. E pure qualcosa di più: il fiato sospeso di un popolo intero che passa da stupore a delirio in un crescendo rossiniano che rimarrà scolpito in eterno.

Immobile 6: ‘sto periodo è lucido come Andrea Diprè dopo un festino co’ Sara Tommasi.

Caicedo 7: nessuno c’avrà fatto caso, ma sul go’ de Correa fa ‘na cosa tipo rugby: un calcione alla cazzo de cane che lancia er Tucu verso la gloria.

Inzaghi 8: l’ha vinta lui. Con Marusic titolare. Bastos tolto mezz’ora. E i cambi del Sergente e Caicedo. L’ha vinta lui. E quando certi tifosi cominceranno a pensare che il proprio giardino non ha nulla da invidiare ad altri più celebrati non sarà mai troppo tardi. Tra un Inzaghi e un Gasperini, mi prendo sempre il primo. E spero che rimanga alla Lazio ancora per molto. E se così non sarà, non finirò mai di ringraziarlo per avermi mostrato una delle squadre più Laziali di sempre. Grazie Mister. Ti voglio bene.

Gasperini 8: il più serio candidato alla panchina della roma ha già cominciato a studiare la storia della sua futura squadra per non presentarsi a Trigoria impreparato. Il problema è che ha iniziato con il capitolo sbagliato. Quello della Coppa in Faccia. Tanti auguri Mister. E cento di queste serate.

La Settima 7: un numero che ritorna spesso nella storia della città. Sette sono i colli. Sette sono i goal che la roma ogni tanto decide di regalarsi e regalarci. Sette sono le Coppe Italia vinte dalla Lazio. Poi uno dice che sette pijo per il culo, caro romanista, nun c’ho ragione.

Buone vacanze a tutti, amici miei. Le pagelle, per quest’anno, finiscono qui. Nel migliore dei modi possibili.

AVANTI LAZIO

SAMPDORIA-LAZIO: LE MIE PAGELLE

Strakosha 6,5: su Ramirez è reattivo come Salvini quando c’è ‘na nave de profughi a tre chilometri dalla Sicilia. Nel secondo tempo, è fortunato sul tiro de Murru. Ma dopo tutti i pali quest’anno, er colmo sarebbe stato quello de prende un go’ co’ ‘na carambola palo-schiena. Almeno pe’ stavolta, er Dio del Calcio ha chiuso un occhio.

Wallace 6: c’ha sempre quell’aria un po’ imbranata tipica de chi sta a passeggia’ con la donna della sua vita ma ha appena pestato la merda.

Acerbi 6: e ‘na volta Patric e Radu. La volta dopo, Luiz Felipe e Bastos. ‘Na volta ancora Wallace e Podavini. Ve vojo vede a voi gioca’ sempre bene quando er Mister te cambia i partner de reparto co’ la stessa frequenza co’ cui Belen cambia fidanzato.

Bastos 6,5: rientra in quel pacchetto di giocatori che certi “tifosi” amano definire “pippe”. Criticato, perculato, ma, quest’anno, ogni volta che è stato chiamato in causa, ha sempre risposto presente e non ha mai sbagliato una partita. Er Caicedo della difesa.

Rómulo 7: pare che quando è arrivato a Formello a gennaio, nello spogliatoio se sia presentato così: “Il mio nome è Romulao. Sergio Romulao!”

Marusic 6: Inzaghi prima de fallo entra’, se l’è abbracciato a bordo campo, j’ha indicato Rómulo e j’ha spiegato, a modo suo, perché j’ha preferito l’ex genoano: “‘O vide, Marusic, quanto è bello? Spira tantu sentimento!”

Lulic 6: che stratega! Se fa ammonì apposta pe’ nun gioca’ domenica contro l’Atalanta, facendoli abitua’ a Durmisi, e cojeli così de sorpresa in finale. Ne sa una più der diavolo, er vecchio Senad.

Cataldi 6: il tiro a giro di sinistro con cui piega le mani a Olsen chiude il match e lo consegna di diritto…ah no…questa è la pagella der Derby. 💦💦

Badelj 6,5: entra e fa’ girare la palla molto bene. Ed è infinitamente meglio quando la cosa je riesce al singolare e non al plurale come in gran parte delle partite quest’anno.

Leiva 6: partita in tono leggermente minore rispetto al solito. È come la carbonara con la pancetta. Te la mangi sempre ed è sempre bona. Ma lo senti che c’è quer qualcosa de nun so che.

Parolo 6,5: festeggia con una vittoria e con la solita partita di sostanza le 300 gare in serie A. Di lui non mi ricordo una partita in cui non sia uscito con la maglia sudata. E per questo, tutti i tifosi della Lazio je vojono bene. Però per quel go’ all’ultimo minuto che ce facesti a Cesena, ancora me rode un po’ er culo. Questo almeno me lo concedi, Marcoli’?

Correa 7: è come ‘a palpebra. Quando cala lui, la Lazio nun vede più la porta.

Caicedo 8: devastante. Sul primo goal pareva Boksic. Sul secondo Bobo Vieri. E allora ho spento la tv e ho cominciato a piagne perché me sembravo Giovanni: “Non ce la faccio! Troppi ricordi!”

Immobile 6,5: Ciro mo, te volevo di’ che er coro che noi Laziali cantiamo ai nostri bomber “Prendi il palo, la traversa, Ciro-goal, butta giù la porta…” poi finisce con “facci un goal!” E faccela canta’ tutta ‘sta canzone, pe’ ‘na volta! E che cazzo!

Inzaghi 7,5: per il terzo postulato della Lazio “ad ogni vittoria in coppa (specialmente in trasferta), corrisponde una figura di merda uguale e contraria tre giorni dopo”. Alzi la mano chi non ha pensato questo al fischio d’inizio. “Tanto a Genova te pare che vinci?” E invece la banda Inzaghi smentisce tutti e porta a casa tre punti che potevano essere più tranquilli. Dando un senso al trionfo con il Milan ma aumentando al tempo stesso i rimpianti per i tre punti persi con il Chievo. Ma lo so io e lo sapete voi. Se avessimo vinto col Chievo, a Genova avremmo perso. E allora famo che è ita così e che queste che avete appena letto so’ le pagelle de Lazio-Chievo.

AVANTI LAZIO