LAZIO-ROMA: LE MIE PAGELLE

REINA 8: reattivo tra i pali come nei suoi anni migliori. Sul destro di Zaniolo compie la migliore parata del campionato. Ora mi spiego perché è arrivato al campo con la DeLorean.
MARUSIC 7,5: la mossa a sorpresa di Sarri che lo preferisce a Lazzari capendo che in alcune situazioni i centimetri in più contamo. Un po’ come quando stavi pe’ anda’ in discoteca, te guardavi allo specchio e te mettevi un po’ più de ovatta nelle mutande.
HYSAJ 7: è come quell’amico tuo che sa fa’ tutto. Te perde il lavandino, chiami lui. Nun te parte la macchina, chiami lui. Te becchi un virus sul pc perché guardi troppi porno, chiami lui. Te se blocca DAZN? Mmh, lì nun te salva manco Gesù Cristo.
ACERBI 8: a inizio partita s’avvicina all’attaccante della Roma e gli chiede: “Scusa moro, com’è che ti chiami te?”. E lui: “Abraham”. Acerbi, compiendo uno strano gesto con le mani, risponde: “Cadabra”. E lo fa’ spari’ per tutti i 90 minuti.
LUIZ FELIPE 7,5: quando mette da parte l’estetica e si concentra sulla concretezza, sfoggia le sue migliori prestazioni. Come consigliava il tizio a Ceccherini durante il provino ne “I laureati”: “un poco poco più ah e un poco poco meno invece ah”.
LEIVA 7,5: te prego Lucas, nun ce manda’ più tu’ cugino.
CATALDI 7: perché quando la partita si fa dura, c’è bisogno pure del senso d’appartenenza de sto ragazzetto qua.
LUIS ALBERTO 7,5: il raggio laser con cui innesca Immobile vale da solo il prezzo del biglietto. Quando uscirà dal campo felice dopo una sostituzione, allora qual giorno sapremo che il tempo di Luis Alberto alla Lazio è terminato.
AKPA AKPRO 7: provi a pronunciarlo e te se sloga un incisivo. L’unico giocatore africano senza alcun tipo di fascia muscolare entra in campo e non viene ammonito. E già questa, è una splendida notizia.
MILINKOVIC SAVIC 8,5: segna di testa e sviene, non rendendosi conto di aver segnato il goal del vantaggio. Il laccio californiano di Rui Patricio lo stordisce talmente tanto che inizia a esulta’ intorno alle 22 quando scende in giardino all’Olgiata e comincia a corre andando a citofona’ a tutti i compagni.
FELIPE ANDERSON 9: passa tutta la settimana a giocare a FIFA 15 per provare a ripetere quelle giocate che lo resero inarrestabile. Poi scende in campo e gioca come se fosse Beep Beep facendo fare a Vina figura del Coyote. Pare che la Panini quest’anno farà uscire l’album dei Calciatori in una “Vina Version” senza la figurina di Anderson: un modo carino per dimostrare solidarietà a un giocatore con seri problemi di labirintite.
IMMOBILE 8: solo un minestraro ripulito come Roberto Mancini può trasformare il più prolifico e altruista attaccante italiano degli ultimi anni in un giocatore abulico e fuori contesto. La verità è che Ciro Immobile è un attaccante talmente particolare che va capito ed esaltato. I due assist con cui spacca la partita sono tanta roba. Roba alla Roberto Mancini, appunto.
MURIQI sv: in partite come queste, vojo bene pure a lui.

PEDRO 10: inutile nascondersi dietro a un dito. Il goal suo lo aspettavano tutti i Laziali e lo temevano tutti i romanisti. E siccome uno più uno, a Roma, fa ancora due, eccolo qua. Piattone chirurgico dal limite dell’area ed esultanza catartica senza alcun rimpianto per il suo passato sbagliato. E poi disimpegno con busta e umiliazione sul loro Zaniolo che lo sta ancora a cerca’. Prossimamente su Netflix, una serie dedicata a lui: “Ex Maleducation”. 

SARRI 10: quando leggevo di Laziali che dopo cinque partite chiedevano la sua testa, mi tornavano in mente le parole di un mio amico, tifoso di un’altra squadra, quando dice che certe piazze non meritano certi allenatori perché troppo schiave del proprio provincialismo. Ecco, io amo Maurizio Sarri. Amo la sua ossessione e dedizione verso un lavoro che ama e che si è meritato partita dopo partita. Mi emoziono quando lo vedo prendere appunti durante la partite. Lo ascolto in conferenza stampa perché ha sempre qualcosa di interessante da dire, da spiegare. Mi ha emozionato a fine partita quando è corso come un bambino felice sotto la Nord. Con l’entusiasmo di Geppetto quando forgia Pinocchio. Con la felice incredulità con cui Michelangelo chiede al suo Mosé: “Perché non parli?”. Ieri Maurizio Sarri ha messo in piedi un piccolo grande capolavoro. Costringendo Mourinho a dire “abbiamo dominato” dopo che in venti minuti la sua Lazio aveva messo già la partita in ghiaccio.
MOURINHO 10: amo José Mourinho da sempre. La sua dialettica, il suo modo di entrare nella testa dei giocatori e nel cuore dei suoi tifosi. Amo guardarlo nei gesti meno reclamizzati, quando aspetta che la Lazio entri per salutare Sarri, per esempio. O durante il siparietto con Felipe Anderson. E lo conosco. Non di persona, sfortunatamente ma è uno con cui andrei volentieri a cena. E so che in quanto detto a fine partita non ci crede nemmeno lui. Parla di dominio giallorosso per non dover ammettere che ha sbagliato approccio e che la Lazio avrebbe potuto chiudere la partita dopo mezz’ora. Il dominio avviene solo quando è costretto a rimettere la partita in carreggiata, mai prima. È un dominio di inerzia, non di gioco. E la Lazio fa sostanzialmente ciò che deve fare una squadra sempre in vantaggio: aspetta e riparte. Parla dell’arbitro senza far riferimento al rosso che avrebbe meritato Rui Patricio per un intervento completamente senza senso. O la gomitata in faccia di Mancini a Muriqi. Chiede un doppio giallo ridicolo su Leiva ma tutto è fatto in maniera chirurgica per distogliere le attenzioni dai suoi errori e da quelli della sua squadra. Chi lo conosce, lo sa. Io continuo ad amarlo, colori a parte. Perché certi personaggi, come lo stesso Sarri ma in maniera diametralmente opposta, rendono il calcio uno sport bellissimo. E hanno reso il Derby di ieri uno dei più intendi degli ultimi anni.
ZANIOLO 4: tecnica ed esplosività al servizio di un cervello con un neurone che se chiede dove so’ finiti tutti gli altri. La sceneggiata sul rigore gli apre infinite prospettive cinematografiche a fine carriera. Potrebbe essere un giocatore devastante, ma molto probabilmente verrà ricordato come il Balotelli bianco.
AVANTI LAZIO

LAZIO-SARRI: LE MIE PAGELLE

LOTITO 10: la verità è che lui Sarri lo voleva da mo’. Ma c’aveva Inzaghi che co’ ‘sta storia della Lazialità nun se voleva schioda’ da Roma e, soprattutto, Maurizio Sarri si era appena accordato con la Roma. E allora tra il dire e il fare, Claudione mette in mezzo Tare. 

“Aho, Igli, so’ er Presidente. Lo sai fa’ l’accento portoghese?”
“Si, Presidente, da ragazzino io fatto provino a Lisbona”.
“Ecco bravo, allora chiama Trigoria e fatte passa’ Friedkin. Je dici che sei Mourinho. Che te sei liberato dal Tottenham e che il sogno tuo è sempre stato quello de allena’ Totti”.
“Ma Presidente, Totti ha smesso quattro anni fa”.
“Nun fa niente! Tu di’ così che funziona sempre”.
Con grande sorpresa di tutto l’ambiente calcistico, e anche di Mourinho stesso, la Roma il giorno dopo annuncia l’ingaggio di José Mourinho. Lasciando libero Sarri.
Ora bisogna solo convincere Inzaghi ad andare via. Ma come?
“Igli, tocca trovare una squadra importante, che giochi con il 3-5-2 e che sia ben collegata con Roma perché lo sai Simone com’è fatto, no? “Gaia de qua, Gaia de là!””.
“Beh, ci sarebbe l’Inter ma loro hanno Conte e soprattutto hanno appena vinto lo Scudetto”.
“Perfetto, bravo Igli, lascia fare a me, ce penso io. Passame er telefono ma prima chiama Conte ma metti er cancelletto e l’asterisco così nun compare er numero. E mo’ che ce parlo nun me fa ride che te rimando a Tirana a vende’ le aquile de legno scolpite da tu’ cugino Dimitri”.
“Plonto, Antonio? Sono il Plesidente Zhang, volevo solo dilti che qui all’Intel non abbiamo più una lila. E che se tu dale me Iban, io velsale buona uscita subito subito. Ma tu plima devi filmale dimissioni”.
Con la panchina dell’Inter libera, si entra nella fase finale del piano messo in piedi da Lotito. Arriva il giorno dell’incontro a Villa San Sebastiano. Sul piatto c’è il rinnovo di Inzaghi per la prossima stagione.
Quando Inzaghi entra, Lotito mette a palla nello stereo una canzone per confondere le idee a Simone.
“Ma Presidente! Questa è…”
“Sì, Simo’…AMALA, PAZZA INTER, AMALA!! 🎵 🎵 ma non lo sentì che ritmo? Che testo? È UNA GIOIA INFINITA CHE DURA UNA VITA!”
Inzaghi a questo punto è confuso. Lotito tira fuori il contratto.
“Allora, Simo’, tutto ok. Visto il lavoro fatto in questi anni ti propongo un bel biennale a quattro milioni l’anno. E te dirò de più: come la vedi se l’anno prossimo torni ad allena’ de Vrij?”
“Fantastico! Siete riusciti a convincerlo a tornare?”
“Non proprio! Tu prima firma però…sbrigate!”
Inzaghi firma. Una stretta di mano a sancire l’accordo. Poi il solito brindisi per festeggiare. E poi Inzaghi lascia felice Villa San Sebastiano. Conferma ai giornalisti fuori la dimora di Lotito, il lieto fine della trattativa. E poi incredulo per quell’aumento inaspettato rilegge di nuovo il contratto. Per poi scoprire che…
“Ah Preside’, sono Simone. Scusi eh, ma stavo a rilegge il contratto ma perché è stampato sulla carta intestata dell’Inter?!?”
Tutututututututu.
“Pronto, il signor Sarri? Sono Claudio Lotito, presidente della Lazio, la prima squadra della Capitale. Le volevo chiedere se era impegnato per i prossimi due anni con un’opzione per il terzo?”
TARE 7: perché tutti sappiamo che a un certo punto è partito con la sua Trabant diesel e ha raggiunto casa de Sarri in Toscana. Ma pe’ fa che? Pe’ convince il Comandante che Muriqi e Akpa Akpro nello stretto so’ capaci de duetta’ come Jorginho e Insigne? Che Escalante in Argentina lo chiamavano “il Valdifiori della Pampa”? No, niente de tutto questo. La verità è che mentre Lotito e Sarri erano in call su Zoom pe’ defini’ i premi partita, a Sarri è venuta improvvisamente voglia de mozzarella de bufala de Battipaglia. E così Claudione ha tirato fuori dalla tasca il rotolo de pezzi da 50 euro, je n’ha allungati tre a Tare e j’ha detto:
“Tiè, va a Battipaglia, comprace tutta la mozzarella che ce vie’ fuori co’ ‘na piotta e mezza e portajela a casa”.
“Ma’ Presidente’, da qui fino a Battipaglia e poi in Toscana….”
“Vai e zitto, Igli. O te devo ricorda’ quando m’hai detto che Durmisi andava sulla fascia come un treno?”
INZAGHI: cinque anni da 8, un giorno da 4. Ma che purtroppo fa media come certi compiti in classe de fine anno. Cinque anni in cui il senso di appartenenza e la Lazialità hanno valorizzato i risultati e le vittorie e hanno contribuito a chiudere un occhio di fronte a certe decisioni spesso incomprensibili. Perché la tua Lazio è stata per lunghi tratti bellissima ed emozionante  e c’è stato un momento in cui i romanisti hanno avuto più paura della Lazio che del Covid stesso. Ma siccome, per citare quel capolavoro di “Fight Club”, “in un arco di tempo abbastanza lungo, l’indice di sopravvivenza di un individuo scende a zero”, alla lunga sono venuti a galla anche i tuoi difetti. Che noi malati di Lazio saremmo stati anche in grado di perdonare se non fosse che dopo aver sbandierato di nuovo la tua Lazialità in tv (che non è la trasmissione de Guidone), hai preferito rimagnatte tutto e vola’ a Milano. Che poi ce sta pure eh. Però bastava nun fa tutte quelle manfrine e magari ce potevi saluta’ comprando ‘na pagina der Corriere dello Sport. Perché a noi tifosi, tanto romantici quanti fregnoni, ste cose ce piacciono e ce fanno dimentica’ tutto. E invece no. Manco quello. Vabbè.
PEDULLA’ 10: in un mondo de cazzari, lui si è dimostrato da subito la fonte più affidabile. Sbaragliando la concorrenza e diventando presto l’unico vero riferimento per chi voleva seguire la trattativa senza isterismi. E Bargiggia muto.
SARRI 10: devi sapere, caro Maurizio, che nella sua Storia la Lazio ha spesso reso grandi, allenatori agli albori della loro carriera. Maestrelli, Mancini, Inzaghi, lo stesso Pioli, Delio Rossi e ci metto pure Ballardini che se avrà ‘na cosa da racconta’ ai nipoti sarà quando ha vinto la Supercoppa contro l’Inter di Mourinho. Quando invece sulla panchina s’è seduto Eriksson, uno che già sapeva come se faceva a vince, sappiamo tutti quello che è successo. Ecco, io nun te dico de famme rivive quei tre anni meravigliosi perché ormai so’ vecchio e er core nun reggerebbe. Però ecco, la sensazione de pote’ fasse un giretto intorno al Sole senza la paura de squajamme le ali, quello sì.
Indicaci la strada, Comandante. Noi saremo pure stronzi, antipatici e polemici ma soprattutto siamo una bella tifoseria de soldati pronti a tutto.
AVANTI LAZIO.

LAZIO-ROMA: IL RITORNO DELLE MIE PAGELLE

REINA 8: all’80esimo Lotito je manda ‘na whatsappata: “Guarda che se nun fai manco ‘na parata, devi paga’ er bijetto”. E allora lui, d’accordo coi compari della difesa, pochi minuti dopo, concede a Dzeko l’illusione dell’occasione mancata quando invece era solo un modo pe’ sfanga’ i venti euro de ‘na Curva.

LUIZ FELIPE 8: nella giornata ubriacante di Lazzari, lui è l’amico sobrio che riporta tutti a casa.
PATRIC 7: entra co’ la stessa foga e lo stesso entusiasmo con cui un pischello se butta in mezzo a ‘na gang bang organizzata dall’amici sua più grandi.
ACERBI 8,5: quando se toje i pantaloncini pe’ fasse la doccia, capisce finalmente  cos’era quella cosa che j’aveva dato fastidio pe’ 98 minuti: era Dzeko. Se l’era messo in saccoccia a inizio partita e s’era dimenticato esistesse.
RADU 8: se la comanda sul centro-sinistra come Tony Soprano nel New Jersey.
HOEDT sv: co’ quei lineamenti da poster centrale de un qualsiasi numero de “Cioè”, Inzaghi lo fa entra’ solo pe’ controbilancia’ l’invadente estetica aggressiva der Pirata.
LAZZARI 10: la partita più sontuosa di un esterno destro Laziale da quando seguo il calcio. E per di più in un Derby. Andrebbe vista pe’ esse raccontata senza perdese nemmeno un dettaglio. E infatti Ibanez e Spinazzola, pe’ vede’ com’è fatto e come ha giocato, se so’ dovuti rivede la partita su SkyQ.
MARUSIC 7: se Lazzari è Batman, lui è Robin. E, nonostante Cesare Cremonini ce l’abbia spiegato in maniera meravigliosa, trovare uno che sa stare al suo posto senza strafare, in una serata così, è altrettanto bello.
LEIVA 8: Villar de qua. Villar de là. Una settimana a facce crede che ‘sto pischello che fino a du’ minuti prima giocava in serie B in Spagna era il nuovo Xavi. E poi finalmente arriva er buon Lucas, vecchio filibustiere del cerchio de centrocampo, a ricorda’ a tutti che er mestiere der centrocampista è er giusto mix tra tecnica, senso della posizione, lettura dell’azione e qualche sana randellata senza pudore alcuno.
ESCALANTE 7: quando tutto gira per il verso giusto, pure Escalante te sembra Xabi Alonso.
MILINKOVIC-SAVIC 8: lui sta a Lazzari come Miwa stava a Jeeg Robot d’acciao. Passa la partita a lanciaje i componenti pe’ distrugge la fascia sinistra giallorossa.
LUIS ALBERTO 10: come er numero de maja. Fonseca se suicida cor doppio mediano e er doppio centrocampista creando una terra de nessuno dove er Maestro spagnolo fa er cazzo che je pare. Lui ripaga con una doppietta d’autore e un bullismo tecnico che manda in analisi tutto er centrocampo giallorosso.
CAICEDO 7: dopo aver inaugurato la “Zona Caicedo”, questo Derby passerà alla storia per la “Zolla Caicedo”: quer pezzo de terra tra palla e portiere in cui le recriminazioni dei romanisti se scontrano co’ la dura realtà: Orsato dice che er go’ è bono (sicuramente più de quelllo de Turone) e se lo dice Orsato, che dar 26 maggio 2013 è uno de famiglia, a noi nun è che va bene. Va benissimo.
AKPA AKPRO 7: in un Derby così, è capace che accada l’imprevedibile. E quindi non solo non viene ammonito appena entrato ma fornisce pure l’assist per il terzo goal: un toccasana per tutti i fantallenatori che hanno scommesso su di lui (er padre e la madre, credo).
IMMOBILE 8,5: negli spogliatoi lucida al meglio la Scarpa d’oro e poi, pronti, via, dopo quindici minuti piazza la palla sotto l’incrocio dei pali, avventandosi sul pallone con la stessa foga con cui Cannavacciuolo divorerebbe un piatto de bucatini. Attaccante superlativo, calciatore in grado di giocare per sé e per i compagni, fa diventare Smalling più piccolo di quello che dice er cognome.
MURIQI sv: stavolta c’ha troppi pochi minuti a disposizione pe’ facce bestemmia’ e pensa’ che co’ 20 milioni…vabbè, avemo vinto e quindi sticazzi…pure Muriqi diventa forte e bello…no, bello no. Nun gliela posso fa’.
INZAGHI 10: c’è Lui. E tutta la rosa e lo staff dietro di lui. Abbracciati ad aspettare il triplice fischio. Basta quest’immagine a dipingerne la grandezza. Umano e mortale come tutti noi. Molte volte le azzecca. Qualche volta sbaglia. Ma la sua figura è così rassicurante, familiare, emozionante, tranquillizzante e terapeutica che chi non vuole bene a ‘sto Mister, mi dispiace, ma non si può classificare come Laziale.
CARESSA 10: “che poi se non ricordo male sono parecchi anni che la Lazio non vince con tre goal di scarto.” Silenzio. Controllo statistico sul pc. E poi. “No, in realtà vinse sempre 3 a 0 due anni fa.” Sipario.
MANGIANTE 10: Caressa a un certo punto lo chiama in causa sul 3 a 0 e lui sbuffa. Sbuffa. Sbuffa. Lasciando intendere a tutti gli spettatori il grande dramma umano che stava vivendo. Senti a me, Angiole’: era mejo resta’ a aspetta’ er poro Malcolm a buffo a Ciampino. C’avresti messo più dignità.
LA CURVA SUD 10: finalmente, grazie agli effetti speciali de Sky, so’ riusciti a fa’ ‘na coreografia decente.
RIZZITELLI 10: ascolta, Ruggie’, mo’ te spiego ‘na cosa: a noi romani, per citare l’indimenticato Finocchiaro, la battuta ce piace. E ce piace pure lo sfottò. Ce l’abbiamo nel sangue entrambi. Sappiamo essere taglienti, cinici, a volte un po’ volgari ma sappiamo cogliere nel segno con uno stile tutto nostro. E il Derby è da sempre un pretesto per permettere alle due facce della stessa medaglia cittadina di dare il meglio di sé. Noi ne siamo perfettamente consapevoli. Come sappiamo che il Derby è come la vita: c’è il momento per essere martello e quello, purtroppo, in cui bisogna saper essere incudine. E lo sai il problema tuo qual è? Tuo e di tutti quelli che come te, venendo da fuori, cercano di farsi accettare scimmiottando un modo di essere per voi innaturale? Che andate sempre oltre, che la fate fori dal vasetto. Trasformandovi nell’iperbole di uno stile di vita che già nella sua versione originale ha messo da parte ogni briciolo di sobrietà. Solo che a forza de fa così, se diventa credibili come Celentano quando faceva “Rugantino” (solo che Celentano è un genio e je se perdona tutto).  Hai voluto strafa’? Hai scelto di etichettare il Derby come “un’amichevole” e la Lazio come “una piccola squadra”? Ed ecco qua il risultato. Quello che te posso dì’ è che da venerdì sera, de sicuro, te volemo più bene noi Laziali che i romanisti. E per citare un grande della comicità romana, nun me resta che salutatte come fece Mario Brega co’ Carlo Verdone all’inizio de “Un sacco bello”: “Vie’ qua’! Fatte abbraccia, Ruggie’’!”
AVANTI LAZIO.

DIST(ANZI)OPIA

Marzo e aprile erano ormai trascorsi da qualche mese. Il Coronavirus era apparentemente, e improvvisamente, regredito a qualche sporadico caso. Ma lo show andava comunque avanti. Al Governo serviva per mantenere alta la paura nelle case e, soprattutto, nella testa, degli italiani. “Paura”, infatti, era il mood del Governo guidato da Giuseppe Conte, ormai diventato un vero e proprio sex symbol grazie al successo dell’account Instagram, “Le bimbe di Conte” (sempre più insistente era la voce che fosse una trovata propagandistica di Rocco Casalino). Il consueto appuntamento quotidiano con il bollettino della Protezione Civile delle 18, visto lo scemare dei casi, si era trasformato in un appuntamento domenicale fisso all’interno di “Domenica In”, “Tutto il virus minuto per minuto”, durante il quale Angelo Borrelli si collegava con gli inviati nelle varie regioni per commentare i dati settimanali di contagiati, deceduti e guariti. Il tutto con un sensazionalismo negativo condito da frasi come “il virus è sempre in agguato”, “non abbassiamo la guarda” e via discorrendo. L’uomo a capo della Protezione Civile era ormai un volto più familiare di Fiorello e Bonolis e girava voce, nelle segrete stanze della Rai, che sarebbe stato molto probabilmente lui a presentare il prossimo Festival di Sanremo. Le star della tv e dei social non erano più gli influencer, i cantanti e i presentatori, ma i virologi. Che ormai avevano abbandonato il loro ruolo specialistico per abbracciare tematiche più frivole e meno consone ai loro studi. E così, Roberto Burioni, vista la sua passione per il calcio e per la Lazio, era stato scelto per condurre su Sky insieme a Giovanni Rezza, suo contraltare romanista, “Il Derby ai tempi del Coronavirus”, ogni lunedì alle 22. Ilaria Capua era stata scelta da Mediaset per condurre tutti i giorni “Pomeriggio 5” al posto della D’Urso, Maria Rita Gismondo aveva soppiantato Benedetta Parodi nella diffusione delle ricette via cavo mentre Giovanni Maga aveva sostituito Alessandro Cattelan alla guida del suo famoso talkshow, ribattezzato per l’occasione “EPCM”. Le mascherine erano diventate un gadget più fashion che utile ma a cui nessuno rinunciava più. In commercio, si trovavano di tutti i tipi: di seta, in pile, di pelliccia, in Gore-tex, con lo stemma della propria squadra del cuore e c’era un sito che le faceva anche personalizzate. Da quando erano stati inventati i filtrini sostituibili da inserire in una speciale tasca interna, la mascherina non era più usa e getta ma un vero e proprio status symbol. Non c’era un brand che non si fosse buttato a capofitto nel business del volto coperto. Mancavano dieci anni al famoso “2030” descritto dagli Articolo 31 a fine anni 90 ma la realtà aveva di gran lungo superato la fantasia. Forse solo Ambra, primo Presidente donna, avrebbe potuto ribaltare la situazione. La serie A, dopo le polemiche vissute durante la pandemia, era ripartita ma negli stadi erano stati rimossi tutti i seggiolini che impedivano il mantenimento della distanza di sicurezza. E così, dopo un goal della propria squadra del cuore, non ci si poteva più abbracciare, pena il Daspo a vita ratificato sul posto dagli steward che vigilavano. Gli eventi musicali si svolgevano soltanto online. C’era il palco, la band, l’artista. Ma il pubblico assisteva da casa, in diretta, dopo aver pagato l’accesso alla piattaforma tramite carta di credito. A scuola avevano creato il doppio turno. Le classi erano state smezzate per mantenere il distanziamento obbligatorio per legge e un gruppo andava la mattina e un altro il pomeriggio. Tra i due turni, le classi venivano sanificate da cima a fondo. Per la spesa, i supermercati proseguivano tranquillamente con le disposizioni attuate ai tempi dell’isolamento coatto. Mentre i negozi si erano ormai trasformati in un mix tra una boutique e un ufficio postale. Accesso limitato. Clienti spesso ricevuti su appuntamento o gestiti attraverso un numeretto da prendere all’esterno del negozio e plexiglass divisori in cassa e tra i vari reparti per evitare ogni possibile contatto. Ah, già, i contanti erano stati eliminati e si poteva pagare solo con carte e bancomat. Mentre per bar, pub e ristoranti, obbligati come tutti al rispetto delle norme igieniche, aveva preso vita un pericoloso ma affascinante fenomeno che andava sotto il nome di “Distanzionismo”: nel retro di molti locali, infatti, erano state adibite sale a cui si accedeva solo tramite una parola d’ordine e nelle quali si potevano organizzare tavolate di trenta persone, per i ristoranti, oppure si poteva ordinare un caffè al bancone stando compresso tra una decina di altri avventori, per i bar, oppure guardarsi una partita della propria squadra del cuore, esultando e abbracciandosi a ogni goal, per i pub. Il tutto in barba a ogni disposizione governativa. Era un fenomeno sempre più diffuso, nato e sviluppatosi grazie a Telegram, che il Governo cercava di combattere in tutti i modi con una task force di agenti scelti chiamata “Gli Indistanziabili”. Era un periodo sociale ed economico molto buio. E la maggior parte della popolazione si era ormai arresa a tutto questo. Ogni tipo di nostalgia “storica” e canaglia era stato spazzato via. I rabbiosi anni ’70? Gli edonistici anni ‘80? I voluttuosi ‘90? I “macchenesannoiduemila”? “Gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph”? Macché. Tutti in Italia si sarebbero accontentati di tornare soltanto a pochi mesi prima. Al 2019. Ma mai come in quei giorni, il passato era stato così remoto. E, soprattutto, distante.

Qualcuno però cominciava a non essere d’accordo. E iniziava a pensare a come venirne fuori.

(1-continua)

BOROTALCO 2.017 di Alessandro Aquilino e Emiliano Bernardini

Borotalco Fight Club

Tre anni fa, ispirati da una tipica giornata estiva romana, io ed Emiliano Bernardini ci chiedemmo che fine avessero fatto i personaggi di una delle più belle commedie italiane di sempre. Sergio, suo suocero, Nadia, Rossella, Valeria, Cristiano, Marcello e, last but not least, Cesare Cuticchia aka Manuel Fantoni. In una sola parola, “Borotalco”. Una commedia degli equivoci splendida, vincitrice del David di Donatello. Quindi, con l’umiltà di chi si approccia a qualcosa di “sacro” e intoccabile e con il rispetto e la passione che si provano nei confronti di un’opera che ci ha regalato risate infinite e mai passate di moda, abbiamo cominciato a scrivere un racconto a puntate che pubblicammo allora sulle nostre bacheche Facebook. A distanza di tre anni, in questi giorni di isolamento forzato, abbiamo deciso di unire tutte le puntate in un unico file, sperando di farvi cosa gradita e di strapparvi solo un decimo delle risate che il capolavoro di Carlo Verdone ha strappato a tutti i suoi fan. Buona lettura.

BOROTALCO 2017

“C’è mancato poco che non succedesse mai” di Alessandro Aquilino

copertina

Questa è la storia di cinque ragazzi. La cui amicizia si è persa nei labirinti tortuosi dell’età adulta. È la storia di una ragazza ormai donna che si divertiva ad attraversare vite in diagonale. È la storia di un professore, che non ha più nulla da chiedere alla vita se non una seconda possibilità. Questa è la storia di quella seconda possibilità. Ma, soprattutto, questo è il mio primo romanzo. Pubblicato nel 2013 e mai più ristampato. Lo potete scaricare gratis al link qui sotto. Grazie e buona lettura.

C’è mancato poco che non succedesse mai

“TRENT’ANNI: UNA VITA”

Lo ammetto. Quando il Tucu Correa, a pochi minuti dalla fine, ha snaturato sé stesso e anziché accarezzare il pallone come suo solito, ha scelto di entrare nella storia della Lazio con una potenza e un senso del goal che non pensavo potessero appartenergli, ho pianto. Nel buio della stanza, illuminato solo dai led del televisore e dalle giocate sontuose di un Luis Alberto mai così divino, sono esploso in un pianto catartico, come mai mi era accaduto durante una partita della Lazio (Scudetto escluso, ovviamente). La mia compagna, avvertita del vantaggio della Lazio dal mio urlo improvviso che deve aver svegliato gran parte del palazzo, percependo il mio singhiozzare, mi ha raggiunto davanti al televisore, chiedendomi cosa avessi e cosa fosse successo. E tutto quello che sono riuscito a dirle è stato: “Trent’anni”. Già, trent’anni. Tanto è passato da quando Maldini infilò nella propria porta il più clamoroso degli autogoal. Da quel momento, Lazio più o meno forti contro Milan più o meno stellari erano sempre uscite con le pive nel sacco, a volte anche in modo rocambolesco e immeritato, dal San Siro rossonero. Avevo quattordici anni e tre mesi esatti, quel pomeriggio di settembre. Eravamo a casa di mia nonna a Palombara Sabina, come ogni fine settimana della mia adolescenza, e io stavo giocando a pallone in giardino quando mio fratello si affacciò al balcone per dirmi che eravamo passati in vantaggio. Ricordo tutto come fosse ieri. Una Polaroid impressa nella mia mente che finalmente, dopo ieri sera, posso finalmente mandare in soffitta. E così, trent’anni e due mesi dopo, i ricordi di una vita sono esplosi nella mia testa in un improvviso e irrefrenabile rewind. Il ragazzino pieno di sogni che ero e l’uomo con mille difetti che sono adesso. Il diploma. Il servizio militare a Verona e a Mestre. L’ingresso nel mondo del lavoro e la mia crescita professionale. Il mio primo racconto pubblicato sul “Guerin Sportivo”. La malattia e la scomparsa di mio Padre. La prima volta che ho visto Bruce Springsteen dal vivo. I miei errori e la mia rinascita. Il mio primo romanzo. L’amore. La collaborazione con “Il Corriere dello Sport”. Trent’anni. Con la Lazio sempre presente. A fare da splendida colonna emotiva di una vita che non finisce mai di stupire ed emozionare. Come ieri sera. A quarantaquattro anni e cinque mesi esatti. Quando un uomo si riscopre ragazzino. E comincia a piangere.

27 OTTOBRE 1979

Vincenzo tirò giù la serranda dell’officina e si avviò verso casa. Era sabato sera. Un’altra settimana era finita. Montespaccato era una borgata che accompagnava la periferia nord di Roma fino alla campagna pre Raccordo Anulare. Gli anni di piombo stavano lasciando pian piano spazio a quelli della Banda della Magliana. In un incrocio sempre più perverso di politica e criminalità. Vincenzo era un uomo tranquillo. Una moglie e due figli. E quei trentatré anni così già pieni di responsabilità.

Vincenzo arrivò a casa. Baciò la moglie sulle labbra. Accarezzò i capelli ai suoi due bambini intenti a giocare con le macchinine della Polistil. E poi andò in bagno per togliere dalle mani le ultime scorie di una settimana lavorativa.

Poi andò in cucina. Senza farsi sentire dalla moglie, le si avvicinò alle spalle. E con le mani profumate di vita, amore e lavoro le coprì gli occhi.

“Lasciame! Vince’! Devo fini’ de cucina’…”

“T’ho fatto ‘na sorpresa, amo’!”

Poi tolse le mani. Lei si girò. E lui le mostrò sorridente due biglietti colorati.

“E che so’?”

“Du’ biglietti per il Derby di domani…”

“Oddio, il Derby…ma nun sarà pericoloso, Vince’?”

“Ma che? Lo stadio? Ma che stai a di’! Se portamo du’ pagnottelle e vedemo la Lazio vince. Dai retta a Vincenzo tuo!”

“Allora se me dici che è tranquillo, ce vengo volentieri! Grazie Amore mio! Ora però chiama i pupi, che la cena è quasi pronta…”

Vincenzo andò in cameretta. Richiamò all’ordine i suoi due eredi.

“Dai, ragazzi, che è pronta le cena! Se magna!”

E sorrise, Vincenzo.

Perché la vita era bella.

Il 27 ottobre del 1979.

DISAGIO

Disagio. È tutto ciò che provo di fronte a questa narrazione moderna che non lascia spazio al ragionamento. Alla riflessione necessaria per capire cosa è accaduto cosa accade. Disagio. Di fronte ai giudizi avventati. Di fronte alla violenza verbale. Di fronte alla necessità di trovarsi un nemico travestito da fatto del giorno. Disagio nei confronti di chi non capisce quando è il momento di tacere. Nei confronti di chi deve dire sempre la propria. Disagio nei confronti di chi crea narrazioni per portare l’acqua al proprio mulino. Nei confronti di chi si è creato un personaggio. Disagio per una società che eleva il “Joker” a figura di riferimento. Per una società che non vede l’ora di dire “eh, poverino”. Per una città che implode su se stessa. Cannibalizzata dall’interno. Giustificata dalle sue stesse vittime. Disagio per chi non si stupisce più. Per chi non ha passioni. Per chi si è arreso. Per chi ha smesso di lottare. Per chi ha smesso di vivere. Disagio per chi ha scelto di sopravvivere. 

IL GRANDE ROMANZO AMERICANO

La moglie raggiunge Steve a partita iniziata, dopo essere uscita dal lavoro. Ma non è poi così grave. Il baseball ha dei tempi così dilatati che arrivare dopo l’inno nazionale americano non è certo un problema. La moglie di Steve ci saluta cordialmente e si aggiunge al marito in quello che è, nel mio immaginario, l’archetipo del newyorkese: sorridente, entusiasta, gentile e disponibile ai limiti dell’incredulità. Per farci avere i biglietti della partita, da lui offerti, Steve ce li ha portati direttamente in albergo (“tanto domani sono a Midtown”). Ecco, per dirne una. E nemmeno ci conosce, questo è il bello. A lui basta solo il fatto di avere un grande amico in comune. Steve e la moglie sono rimasti colpiti dalla nostra lista delle cose da vedere. “Vivo a New York da più di sessant’anni e alcune cose non le ho viste nemmeno io”, ci confessa sorridendo. La moglie gli porta un panino per cena. E poi cominciano a parlare della loro giornata. Il baseball è così. Ti permette di vivere la partita e al tempo stesso di continuare a vivere. E tutto ciò è fantastico. Per questo in ogni momento della gara, puoi trovare gente nel museo degli Yankees o a prendere una birra. O a mangiare nei tavolini appositi dietro alle tribune. Poi Aaron Judge, il 99, quello definito da Steve “il più forte di tutta la MLB”, piazza un homerun. E noi assistiamo al primo fuori campo della nostra vita. Abituato da una vita allo stress di una partita di calcio, novanta minuti in cui non ti puoi permettere di staccare gli occhi dal campo perché il goal potrebbe arrivare da un momento all’altro, qui è tutto il contrario. Gente che arriva dopo. Gente che se ne va via prima. Mentre il baseball continua a esistere. Chiedo a Steve perché gli Yankees non hanno i nomi sulle divise mentre le altre squadre sì. “Semplicemente tradizione”, mi risponde apprezzando il mio spirito di osservazione. E mostrandomi la sua casacca assolutamente priva di qualsiasi nome. Poi gli chiedo del vecchio stadio. Se preferisce questo nuovo, bellissimo, moderno e celebrativo a quello buttato giù nel 2009. “Assolutamente quello vecchio”, mi dice con il sorriso malinconico di chi in quello che non c’è più ha passato i migliori anni della propria vita. Gli offro una birra per ripagarlo di tanta cortesia. E poi a metà partita, decidiamo di andare via perché il giorno dopo abbiamo un’altra giornata piena. Salutiamo Steve, la moglie. Ringraziamo per tutto quello che hanno fatto per noi. E usciamo dallo Yankee Stadium. Sentendoci, per una sera, un po’ più newyorkesi. Mentre il baseball continua a esistere all’interno dello stadio. Incurante del tempo che passa. E della gente che arriva. E della gente che se ne va.