LA FIABA TRISTE DI KIM VILFORT

Ci sono storie ricordate per il loro lieto fine ma di cui molti dimenticano il retrogusto amaro. Quella sensazione di sconfitta nonostante il trionfo. O forse è proprio quel lieto fine insperato che diventa il modo migliore e più struggente per dirsi “Addio“.

Questa è la favola triste di Kim Vilfort, onesto mediano della Danimarca, vincitrice a sorpresa degli Europei di Svezia.

L’anno è il 1992. Le notti magiche sono un lontano ricordo. Jovanotti ci ricorda quanto è bella l’estate delle mie e delle tue vacanze mentre Luca Carboni ci avverte che ci serve un fisico bestiale per resistere agli urti della vita.

Quella vita che ha giocato uno scherzo infame a Kim Vilfort, onesto centrocampista danese in forza al Brondby. La figlia di otto anni infatti è stata colpita da una forma molto aggressiva di leucemia e lui è già pronto a vivere un’estate maledetta, da passare accanto a lei nell’ospedale in cui è ricoverata, a Copenaghen. Ma un giorno di fine maggio, riceve la chiamata del CT danese Moeller Nielsen che lo convoca per gli Europei. Nonostante la Danimarca non si sia qualificata.

“La Jugoslavia, a causa dell’assedio di Sarajevo che dura da due mesi, è stata esclusa dalla competizione. Noi siamo stati ripescati, altrimenti non arrivano a otto squadre. Posso contare su di te?“. Sembra la telefonata di un amico che cerca il decimo per giocare a calcetto. E invece è la convocazione ufficiale per un Europeo di Calcio. Nel 1992, il Calcio funziona ancora così.

“Sì, Mister, può contare su di me, come sempre. Ma conosce la mia situazione…”

“Non ti preoccupare, Kim, potrai andare a trovare tua figlia ogni volta che vorrai. Certe cose valgono molto di più di una partita di calcio.”

“Grazie…”

“Grazie a te…”

I giocatori danesi svuotano le valigie già pronte per le vacanze e preparano la borsa per le partite. Tutti tranne Michael Laudrup, fuoriclasse del Barcellona, che attacca il telefono in faccia al suo CT con la motivazione che “sarà pure un Europeo e la Svezia è pure un bel paese ma io di venire a fare figuracce non ne ho proprio voglia.”

Di Laudrup a quegli Europei ne sarà presente solo uno, il fratello Brian, ventitreenne stellina del Bayern Monaco. Basterà. I giocatori danesi vengono accolti in Svezia come vittime sacrificali. Guardati con ironia e compassione dagli addetti ai lavori. Molti di loro avrebbero preferito indossare il costume e non il fratino da allenamento. Ma “in fondo sono solo tre partite, le vacanze sono solo posticipate di qualche giorno.”

Poi succede che la prima partita, l’11 giugno, contro l’Inghilterra finisce, contro ogni pronostico, con un dignitoso 0 a 0. Nel secondo match, i padroni di casa si impongono uno a zero grazie ad un goal di Thomas Brolin. E tutti pensano che il cammino della Danimarca sia giunto al termine.

“Grazie per aver salvato gli Europei, ma adesso arrivederci e grazie!”

E grazie lo dice di nuovo Kim Vilfort al suo CT che gli concede il permesso di volare dalla figlia. Tanto è rimasta una sola partita. Contro la Francia. Figurati se…

Poi però i giocatori danesi realizzano che, per un incrocio di risultati, gli basta battere i galletti transalpini per andare direttamente in semifinale e allora perché no? Perché non provarci? E allora dopo setteminutisette, Larsen porta in vantaggio la Danimarca tra lo stupore dei giocatori francesi.

“Ma questi mica vorranno vincere? Ma non stavano già al mare?”

Jean Pierre Papin, JPP per gli amici, restituisce certezze agli esperti di calcio internazionale pareggiando. Poi però dalla panchina danese si alza un certo Elstrup. Uno che fino a quel giorno non si era mai tolto i pantaloni della tuta. E quel giorno, non solo se li toglie, ma entra e segna. E porta la Danimarca in semifinale. Tra lo sgomento di tutti gli addetti ai lavori e il fomento di chi vede Cenerentola salire su quella carrozza che una volta era una semplice zucca. Per andare al gran ballo finale.

In semifinale, li aspetta l’Olanda mentre loro aspettano solo il ritorno di Vilfort, che li raggiunge e si piazza a metà campo, con la testa e il cuore lasciati al capezzale della figlia. L’Olanda è Campione in carica. Schiera tra le sue fila Van Basten, Gullit, Rijkaard e un giovanissimo fenomeno di nome Dennis Bergkamp.

Ma Larsen ci ha preso gusto. Prima porta in vantaggio i suoi. Poi sigla il due a uno dopo il momentaneo pareggio del biondo e poco temerario Dennis. Finita? No. Frank Rijkaard, uno con i piedi pensanti, pareggia a quattro minuti dalla fine. E le porte dei supplementari si spalancano proprio mentre Peter Schmeichel, estremo difensore danese che farà la storia del Manchester United, decide di blindare la sua, di porta. Arrivano così i calci di rigore. Ed è in quel momento che il Dio del Calcio comincia a scrivere la sua storia più bella e struggente.

Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht, l’attaccante più forte del mondo, titolare della squadra più forte del mondo, prende la solita rincorsa, fa il suo solito saltello pre-rigore e tira. Ma Schmeichel indovina l’angolo, la mette fuori e trasforma il cigno Van Basten in un brutto anatroccolo. Si arriva così senza più errori, al quarto rigore. Sul dischetto, si presenta proprio Kim Vilfort, che guarda la porta ma vede sua figlia. Che tifa per lui in quel letto d’ospedale. Il goal è catarsi pura.

I giocatori danesi non credono ai loro occhi.

Ma ora c’hanno preso gusto. Non si torna più indietro. Le infradito e i costumi lasciati a casa sono solo un ricordo. La Gloria e, soprattutto, la Storia sono ad un passo. Cenerentola comincia a ballare al centro del salone mentre tutti guardano quanto può diventare bella una sguattera oppressa dalle sorellastre.

In finale, la Danimarca trova la Germania Campione del Mondo. Che nel calcio è come il mostro di fine livello nei videogiochi. C’è sempre. E, come ricorda Gary Lineker, “il calcio è quello sport dove si gioca undici contro undici ma alla fine vincono i tedeschi.” Anche quel giorno?

Il 26 giugno, la Germania vuole bissare il successo di due anni prima allo Stadio Olimpico di Roma. La Danimarca non ha nulla da perdere. Parleranno comunque tutti di lei, a prescindere. Ma Jensen sa come si fa a invertire la rotta della Storia e porta in vantaggio la Danimarca al diciannovesimo. I tedeschi non ci stanno, reagiscono e mettono sotto gli avversari ma trovano in Schmeichel l’antidoto ai loro sogni di gloria, l’autobus parcheggiato davanti alla porta, il buttafuori che non vi fa entrare nel locale perché non avete la camicia.

La partita, anzi l’assedio, va avanti così fino al 78esimo. Quando dopo un’azione confusa sulla trequarti tedesca, un colpo di testa fa arrivare il pallone a Kim Vilfort, proprio lui. Il controllo con il petto in corsa gli fa guadagnare un tempo di gioco sugli avversari, la finta a rientrare sul sinistro gli permette di liberare un tiro in cui c’è tutto. Speranza, gioia, tristezza, amore. La palla colpisce il palo interno e si insacca alle spalle di Bodo Illgner.

I compagni sommergono in un abbraccio il loro compagno, capendone il momento e gioendo con lui. Che piange. Piange. Piange di felicità e di rabbia. Perché Kim Vilfort sa che il momento più alto e epico della sua onesta carriera di calciatore si sta sovrapponendo in modo beffardo al momento più tragico della sua vita di uomo, marito e genitore.

Kim Vilfort festeggerà infatti il trionfo della sua squadra e del suo Paese ma, qualche settimana dopo, darà l’ultimo saluto a sua figlia Line, sconfitta da un male più forte di lei. Che nessuna squadra richiamata dalle vacanze potrà mai sconfiggere.

Quella squadra, però, che ha saputo donargli, in quegli ultimi giorni, un sorriso in più. Il più bello.

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