“MA QUANTO CORRI, LEO?”

Il Mister è teso. Cerca di spronarci ma si vede lontano un miglio che non vede l’ora che finisca la partita. In un modo o nell’altro. Eppure noi siamo il Milan, la squadra più titolata d’Italia. Accanto a me ci sono ragazzi come Zlatan, Clarence, Massimo, Christian. Gente abituata a stare sotto pressione. E a vincere. Ma lui è Massimiliano Allegri. È un Mister senza la giusta esperienza. E noi lo sentiamo che sta per confrontarsi con un avversario più grande di lui. Il Barcellona. La squadra più forte del mondo. Dove gioca Leo Messi. Il giocatore più forte del mondo. Io sono Alessandro Nesta. E sono stato il difensore più forte del mondo.

Scendiamo in campo con ancora nelle orecchie le ultime parole del Mister: “È importante non prendere goal, ragazzi…”

Questo deve essere il nostro credo, oggi. Per noi che siamo cresciuti dominando, è un passo indietro. Mentale più che tattico. Perché noi siamo il Milan.

“…e mi raccomando il raddoppio di marcatura su Messi. È fondamentale.”

Fondamentale. Fondamentale. Fondamentale. E i suoi occhi attraversano i miei, quelli di Philippe, Antonio, Daniele, Massimo, Luca. Sei uomini. Dodici occhi per due gambe. Argentine e corte. Ma imprendibili.

Fino a qualche anno fa, lo avrei fermato da solo. Magari lasciandolo andare via per poi riprenderlo in scivolata. E pettinarmi subito dopo. Fino a qualche anno fa. Certo. Il tempo passa, però. Per tutti.

Entriamo a San Siro. C’è il pubblico delle grandi occasioni. Record assoluto di presenze. Ce lo ha detto il dottor Galliani prima del match. Ma quello non è un problema. Mi preoccupano solo quelle gambe argentine e corte.

Il Barcellona è perfetto nel suo blaugrana. Elegante e storico. Noi abbiamo la maglia bianca delle grandi occasioni e dei grandi trionfi. Quella degli Invincibili.

Suona l’inno della Champions League e mi guardo intorno. San Siro può far paura. Ti può uccidere ed esaltare. Io sono morto e risorto varie volte. Non mi fa più paura. È casa mia, ormai. E la mente vola via. A quel pomeriggio d’aprile di diciotto anni fa. Il campo di calcetto dove stavamo facendo una partitella di allenamento. Io, giovane, talentuoso difensore della Primavera laziale. E Paul Gascoigne. L’idolo di una tifoseria intera. Lui mi entra male. Duro. E si rompe tibia e perone. Io sto sotto shock. La Lazio e i Laziali perdono il suo idolo. Il giorno dopo, finisco su tutti i giornali. “Il giovane Nesta rompe Gazza”. Amen.

Salutiamo gli avversari. Incrocio i suoi occhi. Lui è un finto umile. Consapevole della propria forza e della propria superiorità. Mi saluta con il capo. Ci conosciamo già. Ma questo è un duello definitivo. Quelli di qualche mese fa erano solo scontri tra due squadre consapevoli di superare entrambe il girone a braccetto.

Ci sistemiamo in campo. Mi sistemo i capelli lunghi. Quei capelli che mi hanno accompagnato per una carriera. Mi abbraccio con Ambro. Cerco lo sguardo di Philippe. Scambio un cenno d’intesa con Antonini e con Bonera. Faccio il pollice a Christian in porta. Sono pronto. E dove non arrivo io, sono sicuro che arriverà un mio compagno.

A raddoppiare. Raddoppiare. Raddoppiare. Come vuole il Mister. L’arbitro fischia l’inizio. E il Barcellona comincia il suo giochetto di passaggi. Che mi snervano. Xavi, Keita, Xavi, Iniesta, Xavi, Busquets, Iniesta, Xavi. E palla a Messi che fa il primo scatto della sua partita. Veloce. Imprendibile.

“Ma quanto corri, Leo?”

Lo fermo non senza difficoltà. Passo la palla a Massimo. Mi pettino. E una è andata.

Attacchiamo noi. E la carriera mi passa davanti. La Lazio mi passa davanti. Finale di Coppa Italia, quattordici anni prima. Lazio contro Milan. Strano il destino. Abbiamo perso uno a zero all’andata con un goal di Weah all’ultimo minuto. Al ritorno, Albertini segna su punizione dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo. Zero a uno. E tutti a casa. Poi, però, si accende il Mancio. Che è sempre stato come quegli amici più grandi che ti risolvono le situazioni più difficili e sanno sempre ciò che fare nei momenti di difficoltà. Mancio fa segnare Gottardi. Poi, Jugovic lancia Guerino che viene steso da Maldini. Calcio di rigore. Vladimir non sbaglia mai un colpo. Non per niente, lo chiamiamo “Mezzasquadra”. Lo Stadio diventa una bolgia. C’è un calcio d’angolo. Io vado in area di rigore. Anche se non ho mai segnato. C’è una mischia. Fuser prova a buttarla dentro. C’è una respinta, la palla resta lì. Arrivo io. E gonfio la rete. Capitano, io capitano. Che sarò, dopo quella sera. Esulto con il dito alzato e non ci capisco più niente. Diego alza la Coppa Italia al cielo. E settantamila tifosi la alzano con noi. È il primo trofeo di una lunga serie. Ma Xavi ruba palla. E io torno collegato a San Siro. Xavi, Iniesta, Busquets, Sanchez, Messi, Iniesta, Xavi. Poi Messi che riparte. Ma lo chiudiamo in due. Philippe e io. Il Mister ci dice bravi. Perché abbiamo chiuso bene gli spazi. Cominciamo a soffrirlo. Ma resta innocuo. Due per uno. Nemmeno al supermercato del calcio, fanno offerte così. Christian rilancia. Massimo salta di testa. Kevin Prince la prende e imposta l’azione. Io volo a Birmingham. Villa Park. Lazio contro Maiorca. Ultima finale di Coppa delle Coppe della Storia. Siamo uno pari. Bobo Vieri ha fatto un goal impossibile ma i rossi di Cuper hanno pareggiato poco dopo. Mancano pochi minuti alla fine. Quando Vieri si avventa su un pallone sporco e la prepara per Pavel. Che la infila all’angolo. E mi fa alzare l’ennesimo trofeo. Con la maglia gialla e nera.

Xavi, Iniesta, Busquets, Puyol, Dani Alves, Sanchez, Xavi. Non finiscono più. Keita, Iniesta, Messi, Iniesta, Xavi, Messi, Xavi. Messi. Messi. Messi. Mi fa male la schiena.

“Ma quanto corri, Leo?”

Gli tiro la maglia. È piccolo, veloce. Argentino. E imprendibile. Lo fermo insieme a Daniele. Lo fermo. E mentre passo la palla a Kevin Prince, ripenso a Montecarlo e al goal di Salas contro lo United. Siamo la squadra più forte d’Europa. Ci manca solo lo Scudetto. Io, Capitano di una squadra di Capitani. Sono cose che Capitano. Luca, Paolo, Nestor, Giuseppe, Sinisa, Matias, Diego Pablo, Juan Sebastian, Pavel, Roberto, Dejan, Marcelo, Alen. Carisma, tecnica, ego all’ennesima potenza. Mister Sven che miscela il tutto. Il trionfo è dietro l’angolo. Ma l’arbitro fischia la fine del primo tempo. Zero a zero. Abbiamo tenuto. Chiuso. Raddoppiato. E limitato i danni.

Tanti anni fa, il Milan di Capello ne fece quattro al Barcellona di Crujiff in finale di Coppa Campioni. Ora noi stiamo elemosinando uno zero a zero. E proteggendolo con le unghie. E siamo sempre il Milan e loro sono sempre il Barcellona. Loro erano sempre blaugrana e il Milan aveva sempre la maglia bianca.

Negli spogliatoi, il Mister ci fa i complimenti per la fase difensiva ma dice che dobbiamo essere più incisivi in avanti. Zlatan è nervoso. Vuole segnare a tutti i costi. E chiudere il suo conto personale con Guardiola.

Mentre il Mister parla, ripenso a quel giorno di Maggio. Ai tre goal alla Reggina. Al diluvio di Perugia. Al goal di Calori. All’Olimpico invaso e in estasi. A me che sono il Capitano dello Scudetto. Romano e Laziale. Il massimo della vita. Penso al Mister in lacrime che dice: “Si deve credere sempre”. Al trionfo di una vita. A noi nudi nello spogliatoio che saltiamo e cantiamo. Penso che un sogno così non ritorni mai più.

“L’arbitro fischia l’inizio del secondo tempo. E loro ricominciano. Lo chiamano “tiki-taka” ma sembra una goccia cinese. È una tortura lenta e costante. Xavi, Iniesta, Xavi, Busquets, Sanchez, Keita, Puyol, Alves, Xavi, Messi. E poi ancora Xavi, Iniesta, Busquets, Xavi. San Siro li applaude e li teme. Dottor Jeckyll sportivo e Mr. Hyde tifoso. Pubblico esigente e mai sazio di vittorie e trionfi.

Attacchiamo noi. Zlatan vuole lasciare il suo segno. La sua Zeta sulla partita. Mentre io ripenso al Derby. Non ai quattro derby consecutivi. Non alla punizione di Veron. No. A “quel” Derby. E a quella difesa a tre mai provata. A Dino esterno di centrocampo. A noi che ci guardiamo intorno stupiti. A Montella che mi vola intorno tre volte in pochi minuti. E mi uccide. Lui piccolo aeroplano giallorosso. Io kamikaze biancazzurro. Mi costringe alla resa nell’intervallo. Scappo. E sbaglio. Fernando mi aggredisce. Io sto sotto shock. Ho la fascia al braccio. Ma non la sento mia. Non quel giorno. E sbaglio. Sbaglio. Sbaglio. Ma chi non sbaglia? Pure Messi sbaglia uno stop e la palla finisce in fallo laterale. Io ritorno sulla terra.

Leo è un UFO. Da vicino ancora di più. Mi costringe a scatti che il mio fisico non può più permettersi. La schiena mi chiede aiuto. Le gambe vanno da sole. Ma non ce la fanno a stargli appresso. Nonostante tutto lo contengo. Con la malizia e l’esperienza. E con l’aiuto dei compagni.

“Ma quanto corri, Leo?”

Lui mi guarda, capisce e sorride. Il Calcio è una lingua internazionale. Guardo il tabellone e vedo che mancano cinque minuti. Zero a zero. Non abbiamo segnato. Ma non abbiamo nemmeno preso goal. Questo era il nostro obiettivo.

Proviamo l’ultimo affondo. E io mi ritrovo al 31 di agosto del 2002 a Formello. Manca poco alla fine del calcio mercato. Mi chiama il nostro Direttore Sportivo. Sono stato venduto per salvare la Lazio. Salvare la Lazio. Salvare la Lazio.

Shock.

Rewind.

Montella che mi uccide. Lo Scudetto del 2000. La Supercoppa con lo United. La Coppa delle Coppe. La Coppa Italia e il mio goal. La fascia di Capitano. L’esordio in serie A. L’infortunio di Gascoigne. La prima maglia biancoazzurra. La mia vita a ritroso. Tutta davanti in pochi secondi.

Non posso rifiutare. Devo accettare. Per forza. La Lazio è in crisi.

Io al Milan. Hernan all’Inter.

Piango.

Finisce un Amore.

Inizia un lavoro.

E mentre Messi prova l’ultimo allungo della sua partita, trovo la forza chissà dove per fermarlo. Gli tolgo la palla. San Siro mi applaude. Passo la palla a Kevin Prince. E mi sistemo i capelli dietro le orecchie. La schiena mi urla per il dolore. Non ce la fa più. Leo corre troppo. E come lui, corrono troppo in tanti. Me ne rendo conto oggi. Di fronte alla squadra più forte del Mondo. Dico basta. Oggi. Il mio corpo me lo chiede. Me lo urla.

L’arbitro fischia la fine della partita. Zero a zero.

Missione compiuta.

Ancora una volta.

Contro il più forte del mondo.

Perché io sono Alessandro Nesta.

Il difensore più forte del mondo.

Ed ero il Capitano della mia Città.

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