LA MIA MARATONA (10/4/2016)

“Perché corri?”

“Per sfidare me stesso.”

Con questo botta e risposta su Facebook con un mio amico che non capisce il perché la gente normale, non avendo velleità di vittoria, decide di partecipare ad una Maratona, me ne vado a letto presto, sabato sera. Perché la mattina dopo ho la sveglia alle cinque e mezza. Perché correrò la Maratona di Roma. Perché saranno quarantadue chilometri e centonovantacinque metri all’interno della mia città. Che amo e poi odio. E poi amo. E poi odio. Nemmeno fossi Mina.

Io non sono un runner. Ossia non sono uno che si sveglia alle sei del mattino, noncurante del freddo, della pioggia, dell’inverno che ti entra dentro, per rispettare la propria tabella di allenamento. Però sono uno che se si mette in testa una cosa, la fa. Ed alla corsa dedico un paio di allenamenti a settimana. Non più di quei dieci chilometri ad uscita che mi fanno stare in pace con me stesso.

Però la Maratona di Roma l’ho corsa anche lo scorso anno, per la prima volta, con un tempo discreto per uno che si allena poco come me: quattro ore, diciannove minuti e trentasette secondi. E pensavo non l’avrei più corsa. Sconfitto da una certa accidia che diventa mia fedele compagna nei mesi invernali.

Fino a quando.

Fino a quando due mesi fa, un cliente del negozio per cui lavoro, parlando del più e del meno, mi chiese: “Perché quest’anno non la fai? Dai che fai ancora in tempo a prepararla!”

E sarà stato il primo vero Sole primaverile che faceva capolino in negozio. Sarà stato che era giunto il momento di svegliarmi finalmente dal mio solito torpore invernale. Quel torpore che mi fa mettere da parte progetti, romanzi da scrivere, viaggi da programmare. Che è scattata in me quella scintilla senza la quale non puoi scatenare un incendio.

E allora ecco l’iscrizione. Ecco un piano di allenamento che mi permettesse di mettere nelle gambe abbastanza fiato e chilometri. Ecco un obiettivo davanti a me. Chiaro. Difficile. Ma affascinante. Una nuova sfida. Finalmente. Roma, 10 aprile 2016.

Ed ecco i miei occhi aperti alle quattro del mattino, noncuranti della sveglia fissata un’ora e mezza dopo. Ecco il girarmi e il rigirarmi nel letto cercando di racimolare un altro po’ di sonno. Ma niente. Niente. Occhi aperti a guardare il soffitto come nell’incipit di “Apocalypse now”. Ma anziché “The End” in sottofondo, quello è solo l’inizio di una giornata che comunque andrà, ricorderò per sempre. Comunque vada.

Alle cinque decido di alzarmi. Solita colazione. A cui aggiungo qualche fetta di bresaola. Di carboidrati ho fatto il pieno la sera prima a cena. Pasta. Pane. Patate. Le famose tre P. Preparo lo zaino. Faccio un rapido check prima di uscire. E so che dal momento in cui esco di casa, non potrò più tornare indietro. Amen.

A Roma ha piovuto la sera prima. Come lo scorso anno. Il cielo è grigio. Coperto. Le previsioni non danno pioggia. Ma le app del meteo, a volte, sono attendibili come Wanna Marchi che promette di toglierti il malocchio. Quindi, come sempre nella mia vita, mi fido solo di me stesso e di ciò che vedo. Ed è un tempo di merda.

Arrivo alla Stazione Termini. Parcheggio e scendo giù. Negli inferi di una Stazione che è stata la mia casa lavorativa per sette anni e che ogni volta, come un coltello piazzato in una ferita, mi lacera l’anima. Ricordi di errori, di vittorie, di sconfitte, di premi. Sembra un’altra vita ora. E forse, in fondo, lo è.

Mi guardo intorno e scopro che non sono solo. Comincio a vedere altri zaini azzurri come il mio. Altre Asics ai piedi come le mie. E se non sono Asics, sono Mizuno, Brooks, Saucony. Vestono i piedi di chi come me, correrà tra un po’. Mi faccio fiducia. Nonostante un dolore al bicipite femorale della gamba destra che mi accompagna da una settimana e che resta lì, latente. A farmi compagnia. Come una spada di Damocle sulla testa della mia prestazione. Indurisco la coscia ogni tanto quasi a chiedergli “Ci sei?” e lui compare subdolo e maligno come Pennywise nei tombini. Sibila. “Sì, ci sono. Farai i conti anche con me. Oltre che con la tua città e con la tua fatica.”

Scendiamo a Circo Massimo. L’uso del plurale mi rende più forte e sicuro di me. Mi fa capire che non sono solo. E in effetti, solo non mi ci sento. Tanta gente. Di tutti i tipi. Dal corridore navigato che è passato dalla StraBarletta alla Maratona di Sidney fino al principiante che cerca il suo posto nel mondo. Ognuno con il suo rito. Con il proprio look. Con i propri dolori e i propri demoni da sconfiggere. Cerco e trovo il mio tir di riferimento, al quale consegnerò il mio zaino, e mi ci siedo di fronte. È presto. Sono le sette. Ma mi sembra di essere sveglio da una vita. La partenza è tra due ore, quasi. Mi siedo e aspetto. Sulla riva del fiume dei miei pensieri.

Poi mi levo i pantaloni della tuta e resto in pantaloncini. Mi cambio i calzini e ne metto un paio a compressione graduata, lunghi fino al ginocchio. Mi tolgo la maglia e ne metto una super aderente, rossa, con lo stemma di Spiderman. Il mio supereroe preferito. Quello che ha accompagnato la mia infanzia da Peter Parker. Occhiali e timidezza a volontà. Prima di crearmi una maschera che mi facesse sentire invincibile. Fisso il pettorale numero 10483 alla maglietta celebrativa della Maratona e sono pronto. O quasi. Il mio vicino si sta massaggiando le gambe con l’olio canforato. Gliene chiedo un po’. E così anche io posso riscaldare i miei muscoli in anticipo. Mentre il Pennywise femorale sibila e mi ricorda che c’è. Sempre.

Consegno lo zaino e mi avvio. Passo sotto l’arco di Costantino e raggiungo via dei Fori Imperiali. Mostro il braccialetto arancione che fa molto privé e accedo al viale che mi porterà alla partenza. Mi scappa la pipì. E mi viene in mente Pippo Franco. Rimembranza trash di un’infanzia mai troppo rimpianta. Aspetto il mio turno in quello che è una sorta di rito pregara. Come la confessione prima del matrimonio. Svuotarsi di tutti i propri peccati prima del sacro evento.

Raggiungo finalmente la partenza. Sono nervoso. Pennywise sibila. Il cielo si sta un po’ aprendo ma fa freddo. Davanti a me c’è tanta gente ma, soprattutto, ci sono poco più di quarantadue chilometri da percorrere. Con l’obiettivo di migliorarmi anche di un solo secondo.

Mi guardo intorno, studio i volti, ascolto voci. Come Daredevil amplifico tutto quello che avviene intorno a me. Capto frammenti di vita, percepisco battute tra amici, mi concentro su tutto il resto per non concentrarmi su me stesso. Come spesso è capitato nella mia vita.

E in un attimo sono le otto e cinquantuno. L’ora della partenza. E tutto ciò che è stato pensato, non esiste più. Esiste Roma. Esistono i quarantadue chilometri. E soprattutto i centonovantacinque metri. Quelli finali. Quelli che non finiscono mai ma che vanno affrontati con il sorriso sulle labbra.

Passiamo sotto le telecamere della Rai e salutiamo. Un modo come un altro di farsi coraggio. Davanti a me, vedo i pacemaker con i palloncini segnalatori del tempo finale. Cerco quelli delle quattro ore e quindici. Il mio obiettivo. Li raggiungo e mi affianco a loro prima di arrivare a Piazza Venezia. Sono un gruppo di runner toscani. Decido che non li mollerò fino alla fine.

I sanpietrini ci danno il benvenuto subito, ricordandoci quanto di antico ancora c’è di Roma, nelle nostre giornate. Ma l’adrenalina è tanta e il vero sanpietrino nemico è quello degli ultimi due chilometri. Io mi guardo a destra e trovo i peacemaker. Sorrido. Mi sento sicuro. Pennywise è in letargo. Uscirà dopo.

Via dei Cerchi. Aventino. Ostiense. Air Terminal. La Basilica di San Paolo ci regala il primo ristoro. Bevo acqua. “Ricorda di bere sempre, ad ogni rifornimento. Se resti senza liquidi, sei finito!” il consiglio di un mio amico per la maratona dello scorso anno, lo tengo sempre a mente e lo faccio mio. Bevo. E i primi cinque chilometri sono volati via. Insieme a Pennywise.

Bello correre con chi ti dà il tempo. Hai un pensiero in meno. Ho il mio GPS finlandese al polso che mi aggiorna costantemente. Ma i toscani alla mia destra sono più simpatici e dispensano consigli. Ho la mente libera. Le gambe vanno. Bene.

Superiamo di slancio Ponte Marconi, giriamo subito a destra, circumnavighiamo Viale Marconi e a Piazzale della Radio tagliamo il traguardo dei dieci chilometri. Altro rinfresco. Bevo e mangio pure uno spicchio di mela. Non vedo l’ora di riprendere il lungotevere che ci riporta in Prati. Sono nato e cresciuto a Roma Nord. E in quelle zone mi sento fuori luogo. Ci togliamo dalle scatole Testaccio, sbuchiamo su via Marmorata e siamo finalmente sul lungotevere. Percorriamo i quattro chilometri che ci separano da Ponte Cavour in ventiquattro minuti. Di sabato sera, con la macchina, ce ne vogliono molti di più. La considerazione mi strappa un sorriso mentre affronto il terzo ristoro e qualche centinaio di metri dopo giro a sinistra sul ponte da cui si buttava Mister Ok a Capodanno.

Eccoci finalmente a piazza Cavour, una delle mie location preferite, quella del cinema Adriano e del capolinea del 49. Le colonne d’Ercole della mia infanzia. Ci arrivavo con l’autobus. Mi gustavo “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”, “Balla coi lupi”, “JFK”, “Batman” e tanti altri capolavori e poi tornavo a casa, con gli occhi e il cuore pieno di sogni, come Totò Cascio in “Nuovo Cinema Paradiso”.

E poi via Crescenzio, via della Conciliazione. San Pietro che ci osserva da lontano e poi ci accarezza e benedice mentre gli passiamo accanto, con la gente che ci incita e la banda a Piazza Risorgimento che ci accoglie.

A via della Giuliana, incrocio lo sguardo del Signor Mario, il padre di uno dei miei migliori amici, ex-maratoneta. Lo saluto. Mi sorride. Mi incita. Ed è uno stimolo in più a portare a termine la mia sfida.

Superiamo il traguardo della mezza Maratona a viale Mazzini, perfettamente in orario. Come i treni di una volta. Due ore e sette minuti. Esattamente la metà del nostro obiettivo.

“Pensavi me ne fossi andato, eh?!? E invece eccomi qua.”

Pennywise sbuca dal nulla e si infiamma. Leggermente. Ma si infiamma. Lo avverto. Lo maledico. Proprio nel momento in cui comincia la discesa emotiva. Quella in cui i chilometri da fare sono meno di quelli percorsi. Ma tant’è. Nella mia vita, non c’è mai stato un momento di gioia pura senza che un imprevisto arrivasse a macchiarlo un po’. E la Maratona, a quanto pare, gelosa e possessiva come tutte le donne, non vuole essere da meno.

Stringo i denti e continuo. Faccio finta di non ascoltare quel sibilìo fastidioso e continuo aggrappato ai miei pacemaker come Linus alla coperta. Poco prima di arrivare sul lungotevere, un corridore evidentemente alla prima esperienza, si gira cercando conforto e chiede quanto manchi all’arrivo.

“Un paio d’ore, più o meno…”

“Mamma mia…un paio d’ore…”

“Passano gli anni e nun ce potemo fa niente, mo’ voi che nun passano un paio d’ore?!? Dai su, nun ce pensa’!”

In quella risposta, racchiusi come in un Bignami, tutta l’ironia, il cinismo e l’approccio alla vita dei romani.

Sorrido. E il lungotevere mi appare meno difficile. Anche perché quella, ormai, è zona mia. La zona intorno allo Stadio. Dove vado a correre o a passeggiare in bicicletta. Dove vado a prendere un aperitivo con gli amici.

Ponte Duca d’Aosta ci traghetta sull’altro lato di Roma, quello che ci accompagnerà al traguardo. Ma la strada è ancora lunga, Pennywise è lì, che man mano alza la voce, e comincio a sentire un dolore sulle dita dei piedi. Vesciche?

I banchi dei ristori vengono visti ormai come oasi nel deserto. Il cielo è ormai totalmente sereno e la primavera romana è esplosa in tutta la sua bellezza. E in tutto il suo calore. Si suda molto. E l’acqua e i sali minerali sono uno strumento necessario per continuare in questa avventura.

Ad ogni ristoro che passa, mi trattengo sempre un po’ di più. Sembro un irlandese al pub nel giorno di San Patrizio. Bevo un bicchiere d’acqua, uno di sali minerali, prendo due spicchi di mela e mi porto via una bottiglietta d’acqua che mi fa compagnia per circa cinquecento metri. Nel fare ciò, perdo di vista i miei pacemaker che sono più veloci di me nel gestire il ristoro. Allora aumento il ritmo, li riprendo finalmente, non senza difficoltà, all’altezza del ponte di Corso Francia e superiamo insieme il Brunswick Bowling, il locale dove conobbi la mia prima fidanzata.

“Ma non era meglio una partita a bowling, stamattina?”

Tra una vescica subdola e un dolore al bicipite femorale, il quesito esistenziale si impossessa di me. Ed è il primo momento in cui vacillo, mentalmente. Ma non posso permettermelo. Tra poche centinaia di metri c’è la salita di via della Moschea. L’ultimo dislivello bastardo.

Però prima della salita c’è lo spugnaggio che ci permette di rinfrescarci un po’. Mi passo la spugna bagnata sulla testa, dietro al collo. Ed è un piacere quasi onanistico. Ma che non porta nessuna occhiaia.

La salita la supero con passi corti e rapidi. Poi ci sono i Parioli, il Villaggio Olimpico, di nuovo il lungotevere ma in direzione opposta. Costeggiamo per altri quattro chilometri il Tevere e mi rendo conto che, proprio nel punto esatto in cui lo scorso anno crollai, stavolta mi sento bene. Ho testa e, soprattutto, gambe. E anche se i dolori aumentano, il più è fatto. Mancano sei chilometri quando lasciamo il fiume alla sua pigra e bionda esistenza e ci infiliamo a Piazza Navona. L’ingresso nella Piazza ci toglie il fiato e ci emoziona. La gente ci incoraggia. Bambini e anziani. Ragazze e ragazzi. Tutti hanno una parola di incitamento. Usciamo dalla piazza, superiamo Largo Argentina dove tanti anni fa, Giulio Cesare chiedeva “Tu quoque, Bruto, fili mi?” e arriviamo a Piazza Venezia. Di fronte a noi, vediamo gli atleti che stanno scendendo da via Nazionale e sono in dirittura d’arrivo. A noi mancano ancora poco più di quattro chilometri.

E allora eccola a sinistra via del Corso, la via dello shopping che per un giorno si ferma per noi e ci lascia il passo. Quante volte l’ho percorsa da ragazzo alla ricerca di una scarpa alla moda, di un nuovo jeans, del numero di telefono di una pischella che mi aveva sorriso? Comincio ad accusare un po’. Perché meno manca e più ti lasci andare. Più sei convinto di avercela fatta e più le gambe si fanno pesanti. Supero il Parlamento, via Condotti e sbuco a Piazza del Popolo. Ci giro intorno e, come per magia, nello stesso punto dello scorso anno, un signore mi dà lo stesso consiglio di allora. Proprio lì. Come se fosse un dejá vù. Ma non lo è. Ne sono sicuro. Come lui non è lo stesso signore dell’anno prima.

“Alessandro, sorridi!”

Il nome sul pettorale mi identifica. Me lo ripeto anche io. “Alessandro, sorridi!” che manca poco. Ma i sanpietrini di via del Babuino non sono il massimo per i miei piedi doloranti e per Pennywise che si fa sempre più lacerante. È come se avessi una mela piazzata dietro al ginocchio.

Sorrido. E supero Piazza di Spagna senza pensare a quanto è bella e a quante pause pranzo ci ho passato nel corso degli anni. Penso poco. Penso poco anche al dolore. Penso solo al traguardo. A quanto manca. E mentre penso, arriviamo all’ultimo ristoro e al traforo che porta da via del Tritone a via Nazionale.

Una ragazza mi guarda e mi sorride. È carina. Il suo sorriso vale più di due spicchi di mela. Bevo acqua. Ma ormai è fatta. Attraversiamo il tunnel mentre superiamo chi non ce la fa più. Perché il corpo o la testa li ha abbandonati. Camminano, nel buio del traforo. Con la luce alla fine. E sembra una scena di The Walking Dead. Noi corriamo, al ritmo che ci siamo imposti. E che stiamo rispettando. Fino alla fine.

Usciamo dal tunnel e siamo a via Nazionale. Ancora sanpietrini. Ancora per poco, però. Sempre meno. Scendiamo per via IV Novembre e tutta la fatica se ne va. Piano piano. Scacciata via dall’entusiasmo della gente intorno a me e dalla consapevolezza che ce l’ho quasi fatta. Che manca poco per vincere la mia sfida personale.

Arriviamo a Piazza Venezia e a sinistra vedo il traguardo, che quattro ore fa era partenza. Come un porto che accoglie il figliol prodigo di ritorno da un viaggio.

E se mi chiedessero di descrivere una Maratona, la descriverei così: un viaggio all’interno di una città e, soprattutto, dentro se stessi.

Sorrido ai fotografi che immortalano la nostra soddisfazione. Do il cinque ad un bambino che mi dice “Bravo!”. Sorrido mentre taglio il traguardo in quattro ore, quattordici minuti e due secondi. Cinque minuti in meno dell’anno prima.

La medaglia al collo è un momento bellissimo. Così come il Colosseo che accoglie il mio riposo.

Mi sdraio e sorrido ancora. Nonostante i dolori. Nonostante le vesciche. Nonostante Pennywise che non è riuscito nel suo intento.

E penso che si può scegliere di vivere accettando passivamente tutto quello ci capita. O combattere e lottare, per migliorarsi, giorno dopo giorno.

E io ho scelto, da sempre, la seconda opzione. Nella corsa come nella vita.

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