LAZIO-ROMA: LE MIE PAGELLE

Strakosha 8: come ho già scritto un’altra volta, in ogni partita epica c’è sempre quello che resta in campo pur infortunato. Oggi tocca a lui. Perfetto per tutto il match, finisce col braccio al collo in un perfetto mix tra il Pelé di “Fuga per la vittoria” e il Carlo Cudicini di un Lazio-Cagliari di tanti anni fa.

Bastos 8: El Sharaawy se lo vede spunta’ ovunque manco fosse er nero de Whatsapp.

Poi, vista la pericolosità del Faraone metrosexual, Quissanga decide de creasse qualche grattacapo da solo con un par de lisci dei sua. A cui pone prontamente rimedio.

Acerbi 8: se magna Dzeko e quello che resta dell’attaccante bosniaco se lo fa mette in una doggy bag e se lo finisce de magna’ oggi a pranzo.

Radu 8: bullizza er tanto temuto Zaniolo con lo stesso cinico piacere con un cui quelli der quinto te facevano er primino nel bagno alle superiori. Quando Kolarov viene espulso, lui je sorride cor ghigno de Mario Brega quando dice a Verdone: “Ah Sergio, pensa che è mi’ fija…”

Marusic 8: se lui è ancora un giocatore in cantiere, Kolarov è l’anziano che se lo guarda.

Luis Alberto 8: gioca praticamente da fermo ma riesce sempre a offrire la soluzione giusta. Manco fosse er blog de Aranzulla.

Parolo 8: entra e dà sostanza ar centrocampo come er calzino riempito d’ovatta messo nei jeans prima d’anna’ in discoteca nell’anni ‘80.

Leiva 8: se fosse nato settant’anni fa, J. R. R. Tolkien j’avrebbe dedicato “Il Signore del Centrocampo”: un’opera maestosa in cui questo brasiliano dallo sguardo ariano anticipa ogni avversario provi a passare dalle sue parti. De Rossi, Pellegrini e Cristante, al suo cospetto, sembrano elfi che se so’ persi in mezzo ar bosco.

Milinkovic-Savic 8: se sdoppia. Milinkovic fa a spallate co’ Pellegrini, Savic co’ Cristante. E nessuno dei due lo prende mai. Finisce da boa offensiva e offre a Cataldi la palla del 3-0.

Lulic 8: Fiorenzi pare Rovazzi e lui lo asfalta senza pietà. Insieme a Radu organizza er trappolone emotivo in cui i giocatori della Roma ce cascano co’ tutte le zampe. Dando er la ad una delle più grosse rosicate de sempre. Capitano, mio Capitano.

Correa 8: immarcabile. Manda in porta Caicedo con una palla al bacio e poi si prende il rigore che chiude di fatto la partita. Fazio se lo sognerà la notte. E io, se fossi il Tucu, un po’ mi preoccuperei.

Cataldi 8: segna il goal del trionfo al termine di un’azione magistrale. Era già entrato bene a Siviglia, nel Derby conferma quello che già pensavamo da un po’: è un altro Danilo. E va bene così. Senza parole.

Caicedo 8: “spero di venire ricordato per questo goal e non per l’errore di Crotone”. In una serata magica, er buon Felipe dà una lezione di stile ed eleganza a tutti quelli che lo hanno deriso e insultato in questi mesi. Non sarà un cecchino ma è uno che a pallone ce sa gioca’. E mette in porta, sfruttando un cioccolatino di Correa, l’ennesimo goal decisivo della stagione.

Immobile 8: l’arma segreta de Inzaghi. Non è al massimo ma Inzaghi lo mette al momento giusto. Come quando azzecchi la cottura dell’uovo mentre prepari la carbonara. Manda in porta Correa in occasione del rigore e lo realizza con quella rabbia e quella voglia che noi tifosi gli riconosciamo. E amiamo.

Inzaghi 8: è tornato “l’inculatore dei colleghi”. Quello che leggeva le partite in modo perfetto e se portava a casa lo scalpo altrui. Schiera una Lazio a sorpresa lasciando in panchina Parolo e manda Di Francesco in analisi. Per clima, intensità e cinismo, la sua più bella Lazio di sempre.

De Rossi 8: imbolsito, la barba lunga, le occhiaie. Er poro Daniele pare una delle comparse der Trono de Spade. Uno de quelli che è rimasto sul set tutto truccato in attesa comincino le riprese della nuova stagione.

Kolarov 8: rosica come Ultimo ogni volta che sente la parola “Mahmood”. Esce dal campo sconfitto tra i fischi di tutto l’Olimpico Laziale. E quello è il nostro quarto goal.

Totti 8: la faccia da stupidone al terzo goal vale il prezzo dell’abbonamento a DAZN. Grazie per tutte le chicche che continui a regalacce, France’.

AVANTI LAZIO.

IO HO AMATO PAOLO DI CANIO

Io ho amato Paolo Di Canio.

O, almeno, l’ho amato fino al momento in cui la penna che ha tracciato il cerchio del suo Destino ha ricongiunto, in un prepotente e magico incrocio, l’inizio con la fine.

Per proseguire, poi, in modo svogliato verso la sbavatura finale. Ma quella, in fondo, è un’altra storia.

Penso a lui e mi viene in mente la Bic Multicolore. Quel pennone bianco e azzurro con le quattro mine di diverso colore che andavano di moda tra gli alunni degli anni ottanta e novanta. Quelle che si usavano per lasciare dediche sui diari degli amici e, soprattutto, delle amiche.

Penso ai colori della penna e rivedo la sua carriera.

Bianca e azzurra la base, la Lazio, la sua fede, poi la Juve e la mina nera, il Napoli e la mina blu, il Milan e le mine nera e rossa, il Celtic e la mina verde, lo Sheffield e la mina blu, il West Ham e le mine blu e rossa, il Charlton e la mina rossa, la Lazio e il ritorno a casa.

A chiudere il Cerchio.

Mi immagino la Bic che scrive lenta e sicura. Come un Giotto del Destino. Ci mette sedici anni a finire il giro. Ma il risultato finale è perfetto e ironico. Beffardo e istrionico.

È una domenica di metà gennaio dell’ultimo anno degli anni 80, quando la Bic comincia a scrivere.

Tra qualche mese, Raf si chiedere cosà resterà di quegli anni. Il giorno prima, mio fratello e io abbiamo comprato il Subbuteo per la modica cifra di sessantamila lire con i soldi faticosamente vinti a sette e mezzo e alla tombola durante le solite feste natalizie.

Quella domenica, a Roma, c’è il Derby.

La Lazio è una neopromossa. La Roma, una squadra poco più che mediocre. Ma loro sono, da sempre, in serie A pur non vincendo un granché. Un pò di differenza c’è.

La Lazio, invece, viene da anni difficili: il calcio-scommesse, la retrocessione in serie C1 successivamente trasformata in una permanenza in B con una penalizzazione di nove punti, gli spareggi a Napoli con Taranto e Campobasso, la salvezza grazie al gol di Fabio Poli e, l’anno dopo, finalmente, il primo raggio di Sole dopo tante nuvole. Uno spiraglio. La promozione in serie A.

Sembrano cose normali. Drammi sportivi come se ne sentono spesso. Ma acquistano molta importanza se a viverli è un ragazzino di tredici anni e mezzo.

Eh già, proprio tredici anni. E mezzo. Perché a quell’età si fa di tutto per sembrare più grandi.

Io sono della Lazio. Da sempre. Per merito di mio papà e del mio fratello maggiore. Ma essere tifoso della Lazio per quelli della mia generazione non è facile.

Ma fortifica.

Crescere tifando una squadra in serie B è difficile.

Ma fortifica.

Stare in classe con ragazzini romanisti cresciuti con lo Scudetto giallorosso dell’ottantatre, non è facile.

Ma fortifica.

Avere come idoli Magnocavallo e Vinazzani, Batista e Beruatto mentre i tuoi amici impazziscono per Falcao e Di Bartolomei, Bruno Conti e Pruzzo, non è facile.

Ma fortifica.

Vedere i propri giocatori stampati piccoli e doppi sulle figurine Panini e chiedersi perché, non è facile.

Ma fortifica.

Ed è anche per quello che la Bic comincia a scrivere.

Perché quella Lazio, infarcita di giocatori mediocri, quel giorno di gennaio, forse, pensa a tutti quei ragazzini di tredici anni e mezzo sbeffeggiati da sempre.

A tutti quelli che si sono sentiti dire almeno una volta, quell’anno: “Quest’anno ai derby, so’ cazzi vostri. Con voi, so’ quattro punti sicuri.”

La Lazio, per il suo ritorno in A, ha pescato in Argentina e Uruguay i tre stanieri che le competono: due si riveleranno dei bidoni, Dezotti e Gutierrez, uno, Ruben Sosa, scriverà discrete pagine nei campionati a seguire.

A quella squadra, si è aggiunto qualche giovane promettente della Primavera che comincia a fare capolino in prima squadra.

Uno di questi è Paolo Di Canio dal Quarticciolo, quartiere periferico nella periferia sud-est di Roma, classe sessantotto, anno di rivolte e cambiamenti, la stessa di mio fratello maggiore.

Quel giorno, il quindici gennaio, Di Canio è in campo con la maglia numero nove. La stessa di Silvio Piola, Giorgio Chinaglia e di Bruno Giordano. Quella dei più grandi bomber biancocelesti.

Paolo Di Canio aveva tredici anni e mezzo solo sette anni fa. Lui sa cosa significa.

Il mio amico Guido, compagno di terza media, romanista fino al midollo, mi chiamerà a fine partita per prendermi in giro. Dopo il sicuro trionfo giallorosso. Me lo ha ripetuto per tutta la settimana.

Io e mio fratello piccolo abbiamo montato il Subbuteo sul tavolo in salone. Simuliamo anche noi il Derby. Io, per motivi di età e, quindi, di prepotenza, ho preso la Lazio. A lui tocca la Roma. Ma, fortunatamente, queste imposizioni calcistiche, non influenzeranno la sua fede negli anni successivi. Per rendere il tutto più simile allo Stadio Olimpico, sulla sedia alle spalle della mia porta, ho legato una sciarpa biancoceleste. Dall’alto dei miei tredici anni e mezzo, rendo omaggio agli Eagles Supporters e alle loro coreografie. Come in ogni Derby che si rispetti.

La Tv è accesa su “In campo con Roma e Lazio”, mitica trasmissione domenicale trasmessa su TeleRoma 56 e condotta dall’altrettanto mitico Lamberto Giorgi, fratellone dell’Eleonora attrice, la moglie di Massimo Ciavarro.

La cronaca è a due voci, una laziale e una romanista, che si alternano in base agli attacchi delle rispettive squadre.

La partita è brutta. Figlia della mediocrità in campo e della paura di perdere. Mio fratello e io, neofiti del Subbuteo, riusciamo a fare di meglio sul tappeto verde steso sul tavolo del salotto.

È in quel momento, però, che entra in azione la Bic.

La Lazio attacca verso la Curva Sud, feudo giallorosso anche se dimezzato dai lavori per la ristrutturazione dell’Olimpico in vista dei Mondiali alle porte. Antonio Elia Acerbis infila una palla in profondità per Ruben Sosa. L’uruguagio, dal lato sinistro dell’area di rigore, si coordina e, senza guardare, mette una bella palla in mezzo.

Di Canio arriva puntuale all’appuntamento con la sua Storia con lo stesso entusiasmo e la stessa veemenza con cui un ragazzino innamorato si presenta al primo appuntamento importante con una ragazza. E l’incoscienza è la stessa.

La palla rimbalza un paio di volte. Giusto il tempo per rendersi più addomesticabile.

Un po’ come la ragazza che allarga le gambe sulla panchina dei giardinetti per farvi sentire meglio la voglia che ha di voi.

La botta è forte. Secca. E si infila tra il primo palo e Tancredi, portiere di tanti trionfi romanisti, che nulla può su quella palla guidata dal Destino.

E disegnata dalla Bic.

Il telecronista giallorosso, che sta raccontando l’azione, ammette il gol in modo quasi silenzioso. E, poi, dignitosamente, si eclissa.

Lo speaker biancoazzurro irrompe in modo brasileiro:

“GOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOLLLLL!! PAOOOOOOLO DDIIII CAAAAANIIIIIIOOOOOOOOOO!!!!!”

Paolo prosegue la sua corsa sotto la Curva giallorossa. Il braccio è alzato in segno di sfida. L’indice lo evidenzia Re per un pomeriggio. E lo immortala in un fotogramma eterno.

È lui contro i tifosi della Roma.

A ventun’anni, fa quello che molti giocatori più navigati di lui non hanno mai avuto le palle di fare in tutta la carriera. Lo guidano, nel gesto, l’incoscienza e la golardia di chi ha passato i pomeriggi interi a giocare a pallone con gli amici sotto casa, in tornei estenuanti e senza fine. Quando una serranda era la porta dello Stadio Olimpico e l’asfalto era bello come il prato di Wembley. Io e mio fratello, confusi dall’alternanza di voci, esitiamo un attimo. Ma è solo un attimo. Poi è solo un misto tra tripudio e sofferenza. Scaramanzia e speranza. In attesa del fischio finale. Che arriva. Ed è un’emozione mai provata prima.

La mia polluzione da tifoso. Giunta, più o meno, nello stesso periodo di quella da ragazzino. Come tutti i vincitori, mi siedo in riva al fiume e aspetto la telefonata di Guido. Che, puntualmente, non arriva. E allora godo prendendo in mano la cornetta, prima di cena. Il telefono è di quelli a disco. Non bisogna fare nessun prefisso per chiamare a cinquecento metri di distanza. Mi risponde il papa’ di Guido, laziale come me. Che sorride consapevole.

“Ciao Alessa’, vuoi Guido, vero? Ora te lo passo….” Sorride lui.

“Si, grazie, arrivederci…” Sorrido io.

“Ciao Gui’, come va?”

Non proferisce parola. Mi attacca il telefono in faccia. Io sorrido e lo capisco. Ma aspettavo quel momento da anni. E godo. Paolo Di Canio gode con me. E con tutti i ragazzini laziali di tredici anni e mezzo come me.

Sono passati sedici anni esatti da quel giorno di gennaio.

È il sei gennaio duemilacinque. Il giorno della Befana.

C’è il Derby.

Il Subbuteo, molti ragazzini non sanno nemmeno cosa sia. E anch’io, lo ammetto, gli preferisco “Winning Eleven” sulla Playstation 2.

Ho ventinove anni. Tra sei mesi ne faccio trenta. Ma ho ancora ventinove anni.

Ne è passata di acqua sotto il fiume dei vincitori in questi anni. Guido l’ho perso di vista.

La Lazio ha vinto lo Scudetto e, poi, come un Icaro finanziario, ha rischiato il fallimento per aver voluto volare troppo vicino al Sole. La Roma ha vinto lo scudetto l’anno successivo. E pure lei, ora, non se la passa cosi’ bene.

Sono diventato un manager e gestisco il più importante negozio italiano della mia azienda.

Il mio Papà non c’e’ più. Se n’è andato due anni fa. Forse, ora, sarebbe soddisfatto di quel suo figlio così diverso da lui. Ma non è riuscito a vederlo. Mio fratello più grande si è sposato e poi ha divorziato. Quello più piccolo è quasi un uomo. Per strada, i ragazzini non giocano più a pallone. A tredici anni e mezzo, ora, molti hanno avuto già i primi approcci con il sesso. Le ragazzine non hanno più i brufoli. Ed è più facile diventare famosi senza fare niente per cento giorni dentro una casa, ripresi dalle telecamere, che studiare e impegnarsi per diventare un buon attore o un buon giornalista. Ma tant’è.

Sono passati sedici anni e Paolo Di Canio non l’ho mai perso di vista. Per vari motivi. Non sempre positivi.

Se ne andò male.

C’è chi dice che fu venduto a forza dall’allora Presidente Calleri.

Fatto sta che la frase “Meglio essere uno qualsiasi nella Juve che una bandiera della Lazio” -la pronunciò lui e non Calleri.

Per questo l’ho anche odiato. Ma l’odio e l’amore sono sentimenti simili. Da avversario, quando venne a giocare con il Napoli all’Olimpico, fu anche bersaglio del coro “Di Canio come Lionello”. Quel Lionello Manfredonia, difensore eccelso, che osò passare dalla Lazio alla Juve e poi alla Roma, e che durante un Bologna-Roma venne colpito da un infarto.

Nella Juve, Di Canio non lasciò traccia. Un po’ per colpa sua, un po’ per colpa di un progetto fallimentare che morì sul nascere. Litigò con Trapattoni e gli diedero il benservito al Sud.

Arrivò a Napoli e lì, complice il buon lavoro fatto da un allenatore esordiente di nome Marcello Lippi, risorse per la prima volta e stregò più di una volta il San Paolo.

Berlusconi si innamorò di questo ragazzo talentuoso e sfrontato e lo portò alla corte rossonera dove, però, chiuso da fuoriclasse di livello mondiale, ebbe poco spazio, e dove riuscì a litigare, anche lì, con il mister durante una tournè estiva.

Conclusa l’avventura italiana, emigrò in Scozia, dove, con la maglia dei Celtic di Glasgow fece meraviglie grazie alle quali venne eletto miglior giocatore del campionato.

Subì, poi, il fascino della Premier League, ma la scelta di andare a giocare a Sheffield, sponda Wednesday non si rivelò felice. Alti e bassi che culminarono con una lunga squalifica per il famoso spintone all’arbitro.

Terminata in malo modo l’avventura a Sheffield, scelse la tranquilla vita di periferia a Londra e abbracciò i colori celeste e amaranto del West Ham. Lì, risorse di nuovo. Vinse il premio Fair Play e ricostruì la sua immagine anche grazie a gol spettacolari e ad atteggiamenti da vero leader. Si parlò anche di un interessamento del Manchester United. Sir Alex Ferguson rivedeva in lui, per classe e carisma, un nuovo Eric Cantona. Ma nulla si concretizzò e lui firmò per il Charlton Athletic. Ultima tappa prima del ritorno a casa.

Io, intanto, crescevo e accumulavo ricordi e gadget. La sua maglia del West Ham. Quella del Charlton. La sua biografia in lingua originale. Il VHS dei suoi goal con il West Ham. Sperando sempre nella parabola del figliol prodigo che tornava a ridare splendore a quei colori che, in modo lento ma inesorabile, stavano morendo.

L’estate duemilaquattro, infatti, stava per segnare la fine di una Storia gloriosa e ultracentenaria. La Lazio, infatti, visse la fase più brutta della sua storia recente e rischiò il fallimento. Per me sarebbe stata la fine di tutto. L’andropausa prematura del mio essere tifoso.

Mai avrei voluto fare la fine dei tifosi della Fiorentina e del Napoli, costretti a tifare, per alcuni anni, per la “Florentia Viola” e per il “Napoli Soccer”.

Mai avrei voluto vedere, in serie c2, le partite della “Aquile Biancocelesti Football Club”. Volevo continuare a vivere da tifoso la mia passione. In modo ininterrotto. Senza reset.

Ma dove non arriva il cuore, arriva la politica. E Claudio Lotito, un piccolo imprenditore specializzato in pulizie, su “consiglio” di Francesco Storace, presidente della Regione Lazio, rileva il pacchetto di maggioranza della società e la salva da morte sicura.

La Lazio squadra, però, non esiste quasi più.

Roberto Mancini, l’allenatore, l’ha abbandonata dopo la vittoria della Coppa Italia. C’è da scegliere un nuovo tecnico e ricostruire la rosa. È tardi, però, per fare affari e la nuova dirigenza può e deve accontentarsi di un manipolo di mestieranti presi all’ultimo giorno di mercato. Tra tanti sconosciuti, brilla il nome di Tommaso Rocchi, promettente punta proveniente da un buon campionato nell’Empoli. Serve qualcosa di diverso, pero’, per accendere di nuovo la fantasia dei tifosi. Per ridare entusiasmo ad un ambiente demoralizzato. Serve il ritorno del figliol prodigo. Il ritorno di Paolo Di Canio.

Mi immagino la firma del contratto con la Bic che scrive sorridente e sicura.

Sicura di poter chiudere, dopo sedici anni, finalmente, il suo Cerchio.

È il giorno della Befana, oggi.

Per la nuova Lazio di Lotito, finora, solo carbone. Il campionato ha effettuato la lunga sosta natalizia. La Lazio, dopo la sconfitta a Udine nell’ultima giornata del duemilaquattro, ha esonerato il tecnico Mimmo Caso, troppo inesperto e senza polso per gestire una situazione difficile come quella. Al suo posto, viene scelto un altro ex giocatore biancazzurro, quel Giuseppe Papadopulo che, con la sua grinta e il suo carattere, ha portato il Siena in serie A. Il sei gennaio del duemilcinque, Papadopulo esordisce nel derby. Ma su quella panchina, quel giorno, ci può stare anche Mister Magoo. L’importante è che Paolo Di Canio sia in campo. Il resto non conta. La Lazio, poi, non è cosi’ scarsa come la classifica lascia intendere. Ci sono giocatori del calibro di Peruzzi, Couto, Zauri, Oddo, Giannichedda, Liverani, Dabo, Cesar, Rocchi, Pandev e, ovviamente, Di Canio. Ma ha un male oscuro dentro che la divora. E la trascina giù in classifica tra pochi alti e molti bassi.

Quel giorno, però, succede qualcosa.

Sono cresciuto, ormai. Sono un uomo. E posso permettermi un abbonamento in Tribuna Tevere. Insieme a mio fratello. Quello piccolo. Il mio sparring partner a Subbuteo di tanti anni fa.

Sono anni che non vedo più “In campo con Roma e Lazio”. Il mitico Lamberto Giorgi, però, è sempre lì, al suo posto. La sorella non recita quasi più e si limita a fare la produttrice. I ragazzini non sanno nemmeno chi sia. Né lei né Massimo Ciavarro.

La partita va in notturna su Sky. Fa freddo. Il cielo è stato tutto il giorno bianco e azzurro. Vorrà pur dire qualcosa. La Befana sta preparando le calze per la sera. Di Canio è in campo con la maglia numero nove. La stessa di sedici anni fa. È la sua notte. L’ha preparata nei minimi dettagli. Cene cameratesche per far gruppo e battutine polemiche contro il Pupone, idolo e capitano avversario. Pupone fa rima con carbone. Le calze, quella sera, sono già assegnate. Ma i giallorossi non lo sanno. La partita è brutta. Tirata. Se l’avessimo giocata io e mio fratello a Winning Eleven, sarebbe venuta meglio.

Poi, però, entra in azione la Bic. Come tanti anni fa.

La Lazio attacca sotto la Sud. Fabio “Dottor Jekyll” Liverani, cervello bianoceleste e cuore giallorosso, addomestica a centrocampo un pallone vagante e, di prima intenzione, come solo lui sa fare, lancia in profondità Di Canio che scatta sul filo del fuorigioco e si infila tra i due difensori giallorossi in ritardo.

“BELLA PALLA DI LIVERANI PER DI CANIOOOO…” racconta alla radio, uno speranzoso Guido De Angelis, voce simbolo del popolo laziale.

La palla di Liverani è perfetta e muore appena poco dentro l’area di rigore. Mexes e soci sono in ritardo. Pelizzoli accenna, sbagliando come gli succede spesso, l’uscita e rimane piantato a metà, sul dischetto del rigore.

In tribuna, tutto appare più lento. Quasi un replay in diretta.

Di Canio colpisce al volo.

Ma non è più il ragazzino al primo appuntamento che non vede l’ora di arrivare al sodo.

È un uomo di trentasei anni.

Adesso sa come si accarezza un pallone. Come si tocca una donna. Non ha bisogno di forza e irruenza.

Basta saper toccare i punti giusti. Per farle fare quello che si vuole. Ed il tocco è dolce. Liftato.

La palla si lascia accarezzare volentieri.

Un po’ sposa e un po’ puttana. Come cantava Jovanotti anni fa.

Pellizzoli viene scavalcato in tutto il suo metro e novanta.

La palla gode in fondo al sacco.

Il primo orgasmo non si scorda mai.

Quello è il primo di tre di una notte magica.

Ma è indimenticabile.

“GOOOOOOOOOOLLLLL!!!!!!!!!GOOOOOOOOOOL!!!… PAOLETTO MIO…TE VOJO BENE, PAOLE’…PAOLE’, TE VOJO BENE…ANCORA ‘NA VOLTA…J’HAI FATTO MALE ANCORA ‘NA VOLTA… J’HAI FATTO MALE PAOLE’……PAOLE’ J’HAI FATTO MALE… PAOLE’ J’HAI FATTO MALE… PAOLE’ J’HAI FATTO MALE… PAOLE’ J’HAI FATTO MALE…PALLONETTO DI PAOLO DI CANIO SOTTO LA CURVA SUD COME QUINDICI ANNI FA…”

Le parole di un Guido De Angelis stravolto sono i pensieri dei quarantamila laziali allo stadio e di tutti quelli davanti alla tv o alla radio. Diventeranno la colonna sonora della partita.

Di Canio va verso la Sud. Si ferma ai cartelloni pubblicitari. Allarga le braccia e si mostra agli avversari. Sembra dire: “Sono stato io…vi ricordate di me?”

Io mi ritrovo dieci file più su. E poi quindici file più giù. In una coreografia spontanea, anarchica e catartica. Mio fratello non so dove sia finito. Lo ritrovo solo due minuti più tardi, accanto a me. Il viso stravolto. Gli occhi al cielo a ringraziare il Destino. I pupazzetti del Subbuteo sono tutti rotti. Schiacciati dai nostri piedi impazziti. Alla Playstation, un gol così non sono mai riuscito a farlo.

La partita finisce tre a uno per noi. Dopo il momentaneo pareggio di Cassano, Cesar e Rocchi chiudono il conto in una notte indimenticabile. A cinque minuti dalla fine, il Mister concede la giusta passerella al trionfatore della serata.

Mentre esce tra gli applausi dei suoi tifosi e gli insulti della sponda opposta, si rivolge verso la tribuna Monte Mario e fa il segno del tre.

Tre frecce che colpiscono nel segno.

Il greco Dellas, nella Roma, è l’unico che prova a interrompere il suo show. Il Pupone e gli altri restano a guardare.

La Bic ha quasi finito l’inchiostro.

Il Cerchio è chiuso.

L’arbitro fischia la fine. Lo stadio sfolla.

Mi resta il ritorno a casa.

Il clacson dello scooter in continua sollecitazione e, in bocca e sulla pelle, il dolce sapore della vittoria.

Per una notte, solo una notte, sono stato contento e orgoglioso di avere ventinove anni e mezzo.

Anche, e soprattutto, per questo, io ho amato Paolo Di Canio.

PENSO CHE UN DERBY COSÌ NON RITORNI MAI PIÙ

Piove su Roma.

Piove.

Incessantemente.

Ininterrottamente.

Lacrime di pioggia scendono scroscianti sulla città eterna.

E la bagnano. La puliscono. La purificano.

La preparano alla battaglia.

Oggi è l’11 novembre.

Dopo 5 anni dall’omicidio di Gabriele, ecco di nuovo una domenica.

Ecco il Derby.

Ecco Lazio contro Roma.

Gabriele Sandri non c’è più. Ucciso da un colpo di pistola criminale sparato dall’agente della Polizia Stradale, Luigi Spaccarotella.

La Lazio giocava in trasferta contro l’Inter quel giorno.

La sua trasferta si fermò nei pressi della Stazione di Servizio di Badia al Pino.

Gabriele Sandri non c’è più.

Fisicamente.

Ma resta nel cuore della sua famiglia. Di suo padre Giorgio, di sua madre Daniela e di suo fratello Cristiano.

Già, Cristiano, con cui Gabriele aveva un legame speciale.

Forte.

Un legame che un proiettile sparato in modo infame non può interrompere.

Se non in modo fisico.

Per questo, Cristiano chiama Gabriele il suo primogenito.

Per questo, Roma ha di nuovo un figlio che si chiama Gabriele.

E la Lazio ha un nuovo piccolo tifoso che si chiama Gabriele.

Quel bambino piccolo che Cristiano porterà allo Stadio nel pomeriggio per il suo primo Derby.

Per la celebrazione di un popolo nei confronti di un tifoso speciale.

Speciale e sfortunato.

Un volto e un sorriso diventati un’icona.

Il simbolo di un giorno che non dovrà mai più ripetersi.

E se su Roma piove.

Se la pioggia scende e bagna.

Se bagna e purifica.

Beh…

Forse non sono gocce normali.

Ma sono lacrime.

Le lacrime di una città…di un popolo…che piange e ricorda il proprio figlio.

Eh già.

Non è una semplice pioggia di novembre.

Arrivo allo Stadio intorno alle due. Ho evitato la prima parte del diluvio mattutino. Anzi. Un discreto Sole mi ha permesso anche di godermi una corsetta domenicale. Di quelle che non mi concedevo da un po’. Quasi otto chilometri.

Ma sono teso e il fisico non mi segue.

Poi, la velocità delle nuvole ha fatto il resto. Ha coperto il cielo. Gli ha cambiato colore. Lo ha incattivito.

Gli ha ricordato che giorno è oggi.

E lo ha fatto piangere.

Per preparare l’atmosfera.

Per preparare la città.

Alla battaglia.

Civile e sportiva.

Arrivo allo Stadio. Parcheggio la moto al solito posto. Di fronte al ministero degli Esteri. Mi rendo conto di essermi dimenticato il copri casco.

Cazzo.

Verrà giù il mondo, hanno detto.

Il mio casco, legato al disco anteriore, raccoglierà millimetri di acqua. Ma lo interpreto come l’ennesimo fioretto che faccio per strappare un risultato positivo.

Sto perdendo il conto. Delle scaramanzie fatte.

Basteranno?

Lo scopriremo solo vincendo.

Mi avvio verso la mia Tribuna Tevere.

In silenzio. E ripenso.

Ripenso al Derby dell’anno prima. Quello di Miro Klose all’ultimo secondo. Ripenso a chi era con me lo scorso anno e ora non c’è più. Perché ha scelto un’altra strada.

E allora mi avvio solo. In mezzo a tanta gente.

Ma poi mi guardo intorno, vedo negli altri tifosi, il mio stesso sguardo, la mia stessa carica, la mia stessa passione e mi rendo conto che, solo, in fondo, non lo sono stato mai. E non lo sarò mai.

Finché ci sarà la Lazio accanto a me.

Metto in testa il cappello celeste. Lo stesso dello scorso anno. Tiro fuori il documento e l’abbonamento e entro.

Cerco la bancarella che vende “La voce della Nord” ma non la trovo.

Ripenso all’ultima volta che ho comprato la fanzine degli Irriducibili.

Lazio Milan 3 a 2.

Una vittoria netta con tanta sofferenza finale.

Ma comunque una gran vittoria.

E allora ecco l’ultima di tante scaramanzie.

Torno indietro.

Perché un flash visivo mi aveva fatto notare la bancarella fuori dai cancelli e non dentro.

Percorro la strada contromano.

Mentre tutti entrano, io esco.

In fondo, è una vita che vado contromano e sento il vento in faccia.

Che mi fa sentire vivo.

Sempre.

Supero i carabinieri.

Chiedo allo Steward di bloccare la gente in entrata per farmi uscire.

Esco. Vedo la bancarella. Compro.

Vini. Vidi. Comprai.

E rientrai.

Percorro i trecento metri che vanno dai tornelli all’ingresso della Tevere.

Arrivo ai cancelli.

Mi metto in fila. Nel solito cordolo. Anche se gli altri sono più vuoti.

Mi autoassegno la legge di Murphy.

Mi guardo intorno.

Tanta gente intorno a me.

Io lo so che non sono solo.

Anche quando sono solo.

Salgo le scale. Quelle che portano all’ingresso. Allo scavallamento di tutti i sogni e di tutte le aspettative che solo un Derby può dare.

E che solo un Derby sa dare.

Vado al mio posto. Il mio solito posto. Quello che resterebbe libero anche se arrivassi due secondi prima dell’inizio della partita. Seggiolino 12d.

Guardo la nostra splendida curva che ha in programma una coreografia speciale per Gabriele.

Guardo gli ospiti.

Ospiti oggi.

Ospiti da sempre.

Nonostante il nome che portano.

Ma è quel “La” all’inizio che svela l’inghippo.

Un inghippo nato nel 1927 per volere di qualcuno che voleva regalare una squadra da tifare a chi emigrava a Roma. E che voleva sentirsi subito romano. Senza esserlo.

Saluto i compagni di ogni domenica.

Le signore del “Bruno Giordano Fans Club”, il signore e la moglie, Fausto, Marco e Franco. E tutti gli altri. Tutti presenti. Come ogni domenica. Come sempre.

Appoggio lo zaino. E scendo a prendere un caffè. Ci vuole.

Incontro i soliti volti.

Gente incontrata a Londra, ad Atene.

Lo Stadio, in fondo, è una parentesi dove ci si ritrova amici senza frequentarsi mai.

Che cancella le differenze di età. Che ti rende eterno e sempre in voga. Che crea legami.

Che ti fa stare bene e che ti permette di non pensare ai problemi che nascono fuori da quei cancelli verdi.

Ti protegge da tutto.

Come la placenta per il neonato.

Solo che i nove mesi, lasciano spazio ai 90 minuti.

Di uguale, c’è solo il Travaglio.

Torno in postazione.

Sono nervoso. Più che mai.

Anche se le due vittorie dello scorso anno, ci hanno ridato fiato.

Mi isolo.

Abbasso lo sguardo. Prendo “la Voce della Nord”.

Ma poi sento il boato e capisco che stanno entrando per il riscaldamento.

Marchetti è sempre il primo.

Entra correndo e saluta.

Deve essere bello avere una curva che applaude solo te.

Applaudo e il sangue comincia a sciogliersi.

A tornare in circolo.

A riprendersi il mio corpo.

Passa qualche minuto ed entra il resto della squadra.

Ledesma guida il Gruppo. Capitano dentro. Non gli serve la fascia per essere un leader. Vero. Testa fredda e cuore caldo.

E poi tutti gli altri.

Tutti carichi.

Stefano, Miro, Senad, Alvaro, Abdoullay, Andre, Giuseppe, il Profeta, Antonio.

Tutti bellissimi nel completo celeste e nei pantaloncini bianchi.

La Nord è carica a pallettoni.

Si riscaldano loro, ci riscaldiamo noi.

Loro i muscoli, noi le corde vocali.

Poi, entra la Roma. La As Roma.

Ma non sono in undici. Sono tutti i convocati a scaldarsi. Segno che il Boemo vuole confondere le idee.

Molto Strano per uno che non cambia atteggiamento tattico da vent’anni.

Ripenso a Zeman e mi passa la mia vita da tifoso davanti.

E i miei pensieri si ritrovano davanti ad un bivio:

Sarà lo Zeman dei quattro derby su quattro romanisti…che poi sarebbe lo stesso del nostro 0 a 3 contro la Roma di Mazzone…spavaldo e presuntuoso…o sarà quello che permette ai suoi giocatori di autogestirsi per salvare la faccia? Quello del 2 a 0 con goal di Signori e Casiraghi o quello del 3 a 1 per la Roma e del “vi ho purgato ancora”?

Mentre la mia mente viaggia nei miei corsi e ricorsi storici e i giocatori terminano il riscaldamento, sui monitor parte un video prepartita.

E mi blocco. A livello emotivo.

La base è inconfondibile ed emozionante.

La voce è roca. E ci ha regalato emozioni infinite.

Tracce di vita, ricordi di falò estivi, pomiciate in spiaggia e cori a squarciagola sul pullman della gita scolastica.

Le immagini ci mostrano Giorgio Chinaglia e Tommaso Maestrelli, Miro Klose e Beppe Signori.

Mostriamo le sciarpe. Bellissime. Che trasformano lo Stadio in cielo. Un cielo sereno e bianco celeste. Al contrario di quello vero. Grigio. Chiuso. E vendicativo.

Piove. A dirotto.

Mentre Lucio, da lassù, ci chiede che anno è…che giorno è…

E tutto lo stadio bianco celeste gli risponde che “è il tempo di vincere con te”.

Lazio mia.

Le squadre rientrano negli spogliatoi mentre lo speaker annuncia le formazioni.

Zeman rinuncia a Castan e al Taxi greco e preferisce Goicoechea a Stekelemburg.

E se la gioca così:

Goicoechea, Piris, Balzaretti, Marquinhos e Burdisso, Bradley, De Rossi e Florenzi, Lamela, Totti e Osvaldo.

Il Colonnello Petkovic, uno che parla cinque lingue, che non fa mai polemiche, che ti guarda negli occhi e ti convince che puoi e devi farcela, va avanti per la sua strada e presenta la sua Lazio migliore. Senza dubbi.

Marchetti tra i pali

Konko a destra.

Lulic a spingere a sinistra.

Biava e Dias come Bud Spencer e Terence Hill.

Non passate, altrimenti ci arrabbiamo.

Ledesma a bloccare la mediana e a cercare lanci lunghi nelle praterie Zemaniane.

Gonzales a fargli da fido scudiero. Come Kit Carson con Tex Willer.

Hernanes libero di portare il suo verbo a spasso per il Prato verde.

Mauri a cercare gli inserimenti giusti.

Candreva è l’assaltatore cambiare passo al centrocampo con la sua corsa e le sue folate.

E Klose.

Che è come la pubblicità di quel cofanetto di caramelle di tanti anni fa.

Basta la parola.

Klose.

E li vedi già tutti impauriti al solo pensiero di vederlo esultare di nuovo.

Klose.

E sai già che stai con un goal di vantaggio.

Klose.

E s’abbracciamo.

Come lo scorso anno.

Poi, però, dieci minuti prima dell’inizio del match, tutto si ferma. E diventa emozione.

Le gocce di pioggia diventano lacrime.

Entra in campo, accompagnato dal presidente Lotito e da Fabrizio “Diabolik”, Cristiano Sandri, che porta in braccio il suo piccolo Gabriele, splendido e puro nei suoi 3 anni.

Il numero 3.

Vorrà dire pur qualcosa.

L’ombrello bianco celeste li ripara dalla pioggia e Cristiano va sotto quella curva che tante volte con il fratello, lo ha visto protagonista.

Quante volte Cristiano avrà sognato di andare sotto la curva ad un Derby. Quante volte.

La vita, infame e bastarda, glielo ha concesso per il motivo più assurdo che c’è.

Piove.

E Cristiano sorride e piange. Mentre guarda il suo Gabriele in braccio e pensa a Gabbo che non c’è più.

Applaudito da 50000 spettatori. Senza distinzioni di colori, stavolta. Almeno per una volta.

“Un’Ultras non dimentica. Gabriele per sempre con noi”

Lo striscione che gli riserva la Curva Nord è un atto di fede. Un marchio di fuoco. Un tatuaggio indelebile.

Cristiano applaude e ringrazia tutti.

Il piccolo Gabriele capirà tra qualche anno.

Quando conoscerà il significato di queste due semplici parole.

“Meravigliosa Creatura”

Sono le tre. Ma di lacrime ne ho già versate abbastanza.

Troppa emotività.

Eh già, sto diventando vecchio.

E mi rendo conto che il cinismo e l’ironia che mi fanno da scudo nella vita, spariscono davanti a quel campo verde, a quei colori e a quei giocatori.

Sono le tre. Ancora le tre.

I giocatori salgono le scale che portano dagli spogliatoi al campo.

I tifosi avversari vorrebbero farci salire altri scalini. Di altri edifici. Soprattutto a Stefano Mauri. Che l’anno scorso, nel derby di ritorno, ha fatto la giocata giusta e li ha mandati a casa.

E proprio Mauri guida la truppa biancoazzurra in campo. Testa alta e Petko in fuori.

Totti, in dubbio come al solito prima di ogni Derby, è il Re giallorosso. Con tutto quello che ne consegue.

Mentre le squadre si preparano, scende maestosa, per l’ennesima volta, la bellissima coreografia della Nord.

Non servono rime, slogan o versi di canzoni, stavolta.

Non serve provocare l’avversario. Ricordargli la propria inferiorità storica.

No.

Bastano quel volto sorridente. Quel sorriso. Quegli occhiali da Sole.

Per squarciare il cielo e renderlo bianco celeste per un attimo.

Basta il volto di Gabriele. Fiero, sorridente e laziale.

Per ricordarsi che l’11 novembre è data nostra.

Purtroppo.

Gli altri. Quelli dell’altro reparto. Non hanno scampo. Lo sanno anche loro.

E così, quando dopo 4 minuti, Lamela spinge Lulic e si fionda di testa sul calcio d’angolo calciato da Francesco Totti e porta la Roma in vantaggio, ai più sembra un film già visto.

Lamela esulta. La Curva Sud esulta.

Io mi rilasso. Il più è fatto. Ormai è andata.

Mi guardo intorno. Cerco sguardi di incoraggiamento ma non ne trovo nemmeno uno.

Si. Ok. Le Date. Il Destino. Tutto bello. Ora. Tutto con il senno di poi. Ma al prima e al durante?

Chi ci pensa?

E il durante mostra una Roma che si finge sicura. Un Totti giovanile. Un Lamela maturo. Al contrario di quello che hanno mostrato finora con tutte quelle rimonte subite.

Poi. Però.

Poi nelle nuvole che sommergono Roma, compare lo Stellone.

Quello di sempre. Che ci accompagna da 112 anni. Quello del goal di Fiorini, del diluvio di Perugia, del goal di Behrami, del goal di Firmani, del goal di Klose.

Quello che rende la Lazio, un romanzo popolare e aristocratico allo stesso tempo.

E non una semplice squadra di pallone.

E allora prima lo Stadio si spegne completamente. O quasi.

Lasciandoci nel buio dei nostri pensieri.

Roma Nord è sotto il diluvio universale.

Noè avrebbe paura ad uscire di casa.

Io penso al Tavolino. Alla loro vittoria su ricorso a Cagliari. E penso che un derby a tavolino non lo voglio perdere.

A Subbuteo, pure pure.

Ma a tavolino, no.

E allora, dopo un paio di minuti interminabili, l’arbitro decide che si può proseguire.

Le luci piano piano si riaccendono.

La Luce in campo comincia a illuminare.

Ha la maglia bianco celeste e il numero 8 sulle spalle. Si chiama Anderson Hernanes de Carvalho Viana Lima. Ma per noi è semplicemente “Il Profeta”.

E ha classe, fisico e visione. Di ciò che accadrà.

Prende in mano la squadra e comincia a dipingere calcio. Come pochi.

Per lui il campo non è bagnato.

Lui cammina sulle acque.

E allora, Hernanes si procura una punizione a trenta metri dalla porta difesa da Goicoechea.

Hernanes ne ha spedita, poco prima, una alle stelle mentre penso che basta farla schizzare per terra per sfruttare il campo bagnato.

Oppure basterebbe tirare un siluro dritto per dritto per piegare le mani al portiere avversario.

Candreva si collega in Bluetooth con il mio cervello e sceglie la seconda opzione di quelle che gli ho messo a disposizione.

La botta è terrificante.

Dritta per dritta.

Centrale.

Goicoc’è.

Penso.

No.

Goicoc’era.

E la rete si gonfia.

Io non capisco subito.

Ho un ritardo di qualche decimo su ciò che avviene in campo. Sto in differita pur stando dal vivo.

Schizofrenia da tifoso.

Ma poi vedo la rete che si gonfia.

E Candreva, nuova aquila battezzata in quella notte magica dedicata a Giorgio Chinaglia, si fa mezzo campo per crollare in ginocchio come Willem Defoe nella locandina di Platoon.

Mentre la pioggia continua a scendere e a purificare.

Mentre Zeman, ripensando ai suoi schemi da giocare solo su un tavolo da biliardo, mastica amaro e pensa:

“Chi fermerà la pioggia?”

Uno pari.

E allora palla al centro.

La tensione sale. Perché dallo sprofondo giallorosso in cui ero entrato, ora emerge la speranza. La consapevolezza che siamo di nuovo in partita. E che siamo più forti.

Perché questa è l’unica certezza che ho e che li manda ai matti.

Siamo più forti.

Lo dice la classifica.

Lo dice la storia degli ultimi due campionati.

Ma non basta.

Siamo uno pari.

Palla al centro.

Via.

Il campo si mostra schizofrenico.

Pesante sotto la Monte Mario. Ai limiti della praticabilità.

Mentre sotto la Tevere il pallone schizza e scivola via.

Dottor Jekill e mister Hyde Park.

E arriviamo al 43esimo.

Ledesma mette una punizione in mezzo. La difesa della Roma respinge. Ma la palla finisce, per loro, nel posto sbagliato.

Tra i piedi di Hernanes.

Che irride Lamela e se ne va. Scherzando.

Con la leggerezza dei grandi. E la falcata degli Dei.

Arriva al limite dell’area di rigore. Bradley prova a chiuderlo. Ma lui tira. In porta.

La palla viaggia spedita ma poi si ricorda che solo il Profeta può camminare sulle acque.

La palla no. Non è divina.

E allora incontra un pozzanghera e si ferma. Per non mostrarsi blasfema.

Klose è da quelle parti non per caso. Perché lui, lì, ci vive. Tra le linee di difesa avversarie.

Alla ricerca di palle vaganti da accudire e spedire in porta.

L’uno due con cui Miro controlla con il destro e segna con il sinistro è degno del gioco delle tre carte.

Ora c’è. Goicoc’è. Goiconc’èpiù.

E noi esplodiamo. E ci abbracciamo. Ed esultiamo. E non ci crediamo nemmeno noi. A tanta bellezza.

Klose mostra il suo indice e pollice uniti.

“Ok, il goal è giusto” sembra dire.

E il suo nome scandito dai 35mila laziali entra nelle ossa dei 15mila romanisti e non lascia più.

Un’osmosi emotiva al contrario che rimette in circolo i loro vecchi fantasmi. E che ci fa fare voli pindarici.

Ma è ancora tutto da giocare, penso.

Mentre guardo la pioggia scendere incessante.

Mentre vedo Mauri agonizzante.

E mentre vedo Capitan Futuro andare sotto la doccia in anticipo per un pugno vile e senza senso.

2 a 1 per noi. Un uomo in più. E il primo tempo che finisce tra gli applausi.

Ora si che me la sto facendo sotto.

Perché, ora, noi, abbiamo tutto da perdere.

Loro no.

Hanno già perso tutto.

Di peggio non può succedergli.

Mi provo a rilassare ma non ci riesco.

Passa Mimmo, che avevo aiutato a Londra prima di Tottenham Lazio, a rintracciargli il figlio che si era perso, e mi dice:

“Annamose a fa’ ‘na birra…”

Accetto.

In trance.

Faccio la cosa giusta?

Mah si…ci vuole una birra.

Scendiamo le scale.

Offre lui.

In fondo, gli ho recuperato il figlio prestandogli il mio cellulare in terra straniera.

Gli confido le mie speranze e le mie paure.

“Ora dobbiamo restare calmi e aspettare…e fargli il terzo goal nei primi dieci minuti…così li ammazziamo definitivamente…”

Lui conviene con me. E con me viene di nuovo ai nostri posti.

Mentre la Roma rientra in campo e ci aspetta.

Avranno visto la puntata di “Sfide” di un paio di settimane fa. Penso.

Quella sulla Lazio di Maestrelli e Chinaglia.

Ma questa non è Lazio Verona.

E Totti non è, e non sarà mai, Giorgio Chinaglia.

Il Boemo toglie Lamela, il più in forma dei suoi, e mette il Taxi greco a dirigere il gioco.

Sono stato ad Atene qualche giorno fa e ho preso un paio di volte il taxi.

Ora…se prendi un taxi greco e lo metti in mezzo al traffico romano, questo si blocca. Perché non è abituato a Roma e ai romani. E alla quantità di macchine che puoi incontrare per strada.

Questa è la fine che farà Tachsidis. Ma prima che se ne possa accorgere, Ledesma lancia in area di rigore. La palla va da una parte, però, e Mauri dall’altra.

Però.

Il bello della Roma di Zeman è che c’è sempre un però. E la maggior parte delle volte, è a suo sfavore.

Il “però” di questa domenica, e di molte altre domeniche giallorosse di quest’anno, si chiama Piris.

Che interviene sbilenco. Come farebbe un giocatore di curling prestato al calcio.

E la palla finisce perfetta sui piedi di Stefano Mauri.

Che prima la stoppa. Poi se la mette sul destro. Poi spara imparabile alle spalle di Goicocestava.

3 a 1.

Dopo due minuti.

All’intervallo avevo chiesto un goal nei primi dieci per chiudere il match.

Sono stato accontentato.

Ma non ci penso a questa autoprofezia, mentre volo per la Tevere abbracciando e baciando chi mi capita a tiro.

No, non ci penso mentre Mauri fa l’ennesima giocata giusta della sua sottovalutata carriera di trequartista incursore.

Vola Stefano sotto la Nord.

A prendersi l’abbraccio dei suo tifosi.

Mentre Zeman fuma silenzioso in panchina, sotto la pioggia e ripensa ad Agosto, a quando tutto sembrava così bello, lanciato verso l’ennesimo scudetto estivo.

Mentre ora piove e “Agosto è ancora nei miei sensi”

Chissà cosa ne pensi, eh Boemo?

3 a 1.

E l’ennesima palla al centro.

Ora li ammazziamo, penso.

Non voglio prigionieri.

Ma la Lazio è ancora una squadra femmina. Va vicina al quattro a uno più volte. Ma cincischia e si piace troppo. E lascia campo ad una Roma disperata.

A venti minuti dalla fine, Zeman richiama in panchina Totti.

Capitano di mille battaglie. Spesso perse.

Se lui è l’uomo dei record. Lo è anche per quello dei Derby persi. Sono 13.

Diventeranno 14?

Me lo chiedo, mentre mi ritrovo ad applaudirlo mentre esce.

Mi osservo dall’esterno e mi rivedo nel generale tedesco di “Fuga per la Vittoria”…quello che, talmente malato di calcio, applaude il goal in rovesciata del prigioniero Pelé.

Non che io sia innamorato di Totti, sia chiaro. Ma, in fondo, con lui ci sono cresciuto.

Siamo diventati uomini insieme.

Quando iniziò a giocare facevo il quinto superiore. Ora ho quasi quarant’anni.

È stato il mio miglior nemico.

Per questo lo applaudo.

E non me ne vergogno.

Poi però si torna a giocare.

La partita è incanalata bene.

La Lazio non la chiude ma la Roma cozza contro la nostra difesa.

Io controllo distratto il cronometro sui cartelloni pubblicitari.

Mancano 5 minuti.

Solo 5. Più recupero.

Quando.

Se la Roma di Zeman ha sempre un “però”…la Lazio ha sempre un “te pareva”.

E il “Te Pareva” laziale di questa settimana ha le fattezze del braccio di Stefano Mauri.

Punizione sulla trequarti.

Secondo giallo a Mauri.

Espulsione.

“Te pareva”

Punizione per la Roma.

Pjanic, subentrato a Totti, vede Marchetti fuori dai pali.

Tiro.

Goal.

“Te pareva”

Marchetti sorpreso.

La Sud esplode e ci crede.

“Te pareva”

Penso mentre sto per collassare.

Impreco il signore e gli chiedo perché non mi ha fatto tifoso della Juve Stabia, della Triestina, del Carbonia.

Guardo l’orologio e vedo che mancano cinque minuti.

Più almeno quattro di recupero.

Nove minuti in tutto.

“Te pareva”

Lo penso io.

Lo pensano altri 34999 laziali allo stadio come me.

Mentre i romanisti riprendono fiato e dignità e ci credono.

Al miracolo.

I minuti scorrono lentissimi. Sembra quasi abbiamo rimesso l’ora legale e abbiano spostato le lancette indietro di un’ora.

Quattro minuti di recupero. CVD.

Io non parlo più.

Impreco dentro di me.

Mentre, con l’occhio alla Marotta, guardo contemporaneamente il cronometro sul tabellone e la partita in campo.

Quando.

Manca un minuto.

“Te pareva”

La Roma riparte.

“Te pareva”

Dalla destra parte un cross lunghissimo.

“Te pareva”

La difesa della Lazio va a vuoto.

“Te pareva”

Arriva Osvaldo.

“Te pareva”

Ci arriva Osvaldo.

“Te pareva.”

A botta sicura.

“Te parevaaaaaaaaa…..”

Fuori.

“Ma annatevelatuttiquantiapianderculo…”

Crollo sul seggiolino, più inebetito del solito.

Lo Stellone si è riacceso al momento giusto.

E spinge fuori il pallone dell’Italoargentino.

Mancano pochi secondi.

La pioggia non ha mai smesso di scendere.

La panchina laziale si alza in piedi. Pronta a festeggiare.

Io guardo fisso l’arbitro.

Lo vedo mettersi il fischietto in bocca.

Lo vedo gonfiare le guance.

Lo sento fischiare la fine.

Tre fischi.

Come quelli che abbiamo dato alla Roma.

Tre come le dita mostrate dal piccolo Gabriele Sandri a Osvaldo che gli chiedeva quanti anni avesse.

Tre come i Derby consecutivi vinti.

Tre.

E lo Stadio Biancoazzurro esplode finalmente e ancora.

Mentre quello romanista scivola via.

Lontano.

Furioso per l’ennesima rimonta subita, per l’ennesimo derby perso, per il gesto criminale di De Rossi.

E mentre su Roma continua a piovere in modo incessante.

E mentre noi ci abbracciamo e cantiamo, mi rendo conto che in un pomeriggio così buio e tetro, a tratti senza luce, gli occhiali da sole di Gabriele Sandri immortalati nella coreografia ci stanno proprio bene.

E hanno il loro significato.

Perché il nostro Sole non lo dobbiamo cercare tra le nuvole.

Ma solo e sempre dentro di Noi.

E Gabbo, con il suo sorriso immortale e con i suoi occhiali da Sole ci ha insegnato, oggi più che mai, che, anche nel peggior diluvio, si può nascondere il Sole più bello.

Puro e bellissimo come i suoi 3 anni.

E oggi a Roma, diluvia solo per una tifoseria.

Ciao Gabbo.

Questa vittoria è tutta tua.

E per il tuo splendido nipotino.

L’UNDICI DA SOGNO

“Insomma, mi spiegate bene cos’è questo Derby? Perché è così importante? Ai miei tempi, c’eravamo solo noi…lo portammo noi il Calcio a Roma, nel 1900…”Luigi cercava di capire. Quello che non poteva sapere. Perché lui era un figlio della Roma di fine ‘800. E non poteva capire cosa significava, fino in fondo, la parola “Derby”.

A Roma. Nel 2013.

Per questo, guardò i compagni che si stavano preparando con lui per scendere in campo e chiese. Perché Luigi Bigiarelli era stato un precursore. C’era stato prima lui. E poi tutti gli altri. Figuriamoci se poteva sapere cosa fosse l’As Roma.

“Il Derby è la Madre di tutte le partite, Luigi…perché è uno scontro tra due mentalità…tra la nostra élite e la volgarità giallorossa. Tra chi nasce a Roma e chi, di Roma, ha preso solo il nome. Sporcandolo. Con un “La” davanti.

Bob rispose a Luigi mentre si infilava i guanti. Perché lui, della Lazio, era stato sempre il custode a guardia della porta. E, da due anni, ne era anche l’angelo. Custode. Perché Bob Lovati era sinonimo di Lazio. L’aveva vissuta come si vivono solo i grandi amori. Perché lui, di Lazio, era innamorato.

“Fidati di quello che dice Bob, Luigi…è così, vedrai…per me il Derby è una questione di vita o di morte. Di trionfo o di tragedia. E quanto mi piace provocarli. Magari andando sotto la loro curva dopo un mio goal. E puntargli il dito contro. Sono emozioni che non puoi capire se non le vivi in prima persona. Ma ormai ci siamo…manca poco…”

Giorgio, con il suo parlare burbero, rafforzò la tesi di Bob mentre si allacciava gli scarpini di pelle di canguro. Indossò la maglia con il numero 9 senza aspettare che il Mister assegnasse i numeri. Perché il 9 era suo. Perché lui era Giorgio Chinaglia. Il grido di battaglia.

“Poi se oggi…” continuò Giorgio “…Mario e Luciano giocano come sanno, non ce n’è per nessuno…dammi retta…insieme a loro, abbiamo dato spettacolo ovunque…vero, Mister?”

Mario Frustalupi e Luciano Re Cecconi sorrisero. Perché, per loro, la frase di Giorgio era l’ennesimo deja vu di tante partite affrontate insieme. Di tante battaglie vinte.

Il Mister osservava divertito la scena. Sapeva che, in partite come quella che stavano per disputare, c’era poco da dire. Perché conosceva Giorgio come i suoi due gemelli. Era un altro figlio. E lo adorava. Perché Tommaso Maestrelli considerava tutti i suoi giocatori un po’ suoi figli. Ma Giorgio, di più. Giorgio era Giorgio.

“Basta che passi la palla pure a me, ogni tanto…Gio’…in fondo se stiamo qui a giocarci ‘sta Coppa, il merito è pure un po’ di quel mio goal con il Vicenza…che non ci ha fatto scomparire…”

Giuliano fece l’ultimo tiro di sigaretta, prima di alzarsi e andarsi a prendere la sua maglia. Quella che era solo sua. Perché aveva l’aquila blu stilizzata sul petto. E profumava di leggenda. Di meno nove. Perché Giuliano Fiorini aveva ripreso la Lazio per i capelli, in un caldo pomeriggio di giugno, e l’aveva riportata in vita. Quando tutti la davano per morta. Per questo, la Lazio moderna era anche un po’ sua.

“Tranquillo, Giuliano, te la passo io la palla…” la voce timida di Rosario interruppe quella chiassosa conversazione. Perché si erano tutti dimenticati di lui. Di Rosario Aquino. Attaccante giovane ed estroso che, mentre la Lazio si aggiudicava il Derby dello Scudetto, tredici anni prima, andò incontro al proprio Destino. A vent’anni.

Giuliano sorrise e gli accarezzò i capelli. E si commosse.

“A crossare a Giorgio, invece, ci penso io…che su quella fascia vado come un treno…” Mirko era emozionato ma anche sicuro di sé e della sua giovinezza. Perché sarebbe stato il suo primo Derby vero. Lui che era stato un bravo Allievo. Ma non aveva mai vissuto il Calcio professionistico. Però Mirko Fersini, un giorno così lo sognava da una vita. E non avrebbe fallito. Per niente al mondo.

“Bravo piccole’…così mi piaci…” Giorgio gli fece l’occhietto, mentre tutti risero.

Mancavano ancora pochi minuti alla partita. Alla Finale che avrebbe deciso una Stagione. E una Città.

Il Mister prese la parola. Guardò la porta dello spogliatoio.

“Potete entrare…voi due…”

Paolo e Alessandro entrarono. In silenzio. Rispettosi di quello che vedevano davanti ai loro occhi. Quanta Lazialità. Quanta commozione.

“Gli ho chiesto di venire a darci una mano, perché a undici, fortunatamente, non ci arrivavamo…” – sorrise amaro, Tommaso – “…e perché loro hanno imparato, in modo opposto, sulla loro pelle, cosa significa “il Derby a Roma”.”

Paolo Di Canio e Alessandro Nesta presero posto nello spogliatoio. In silenzio. Consapevoli della grandezza e della sacralità del momento. E ripensarono ai loro Derby.

Paolo ripensò ai suoi due goal sotto la Sud. Ai romanisti increduli. Ad un popolo in estasi.

E promise a se stesso che quella sera avrebbe fatto il tris.

Alessandro pensò ai quattro su quattro in una stagione. E ai quattro goal di Montella, in un derby maledetto. E, se si trovava lì, era perché aveva deciso che era giunto il momento di lavare quell’onta. Finalmente.

“Mister, siamo comunque dieci…mica vorremmo giocarci la Finale di Coppa Italia in inferiorità numerica?”

Ci fu un attimo di silenzio.

“E io che ci sto a fa’?” la voce di Gabriele interruppe quel momento di imbarazzo e diede slancio nello spogliatoio.

“Certo, non sono un professionista come voi, ma me la cavo…e poi, sono Laziale dentro. Da sempre. Una Passione che mi hanno trasmesso mio padre Giorgio e mio fratello Cristiano. Che mi hanno fatto capire, fin da bambino, cosa significa essere Laziali a Roma. Scozzesi in terra Inglese. Ma con orgoglio infinito. Vi ho seguito ovunque. Non ho dormito per voi. Perché VOI siete la mia Vita. E questo Derby lo gioco al vostro fianco. Fino all’ultimo secondo. Fosse l’ultima cosa che faccio. E ora sbrighiamoci che su c’è Vincenzo che ce sta a aspettà…”

L’applauso nello spogliatoio partì spontaneo. Tutti si alzarono ad abbracciare Gabriele. E a dargli il cinque di incoraggiamento. Con le lacrime agli occhi.

“Allora, Mister, dove gioco?” chiese Gabbo.

“Ti metti a centrocampo…a protezione…” gli spiegò il Mister.

“Della difesa?” lo interruppe Gabriele

“No…del Sogno…tu sai come si fa…”

Erano pronti.

26 maggio 2013.

LORO l’avrebbero preparata così.

(Da “La Voce della Nord”, Speciale Coppa Italia, 26 maggio 2013)