L’UNDICI DA SOGNO

“Insomma, mi spiegate bene cos’è questo Derby? Perché è così importante? Ai miei tempi, c’eravamo solo noi…lo portammo noi il Calcio a Roma, nel 1900…”Luigi cercava di capire. Quello che non poteva sapere. Perché lui era un figlio della Roma di fine ‘800. E non poteva capire cosa significava, fino in fondo, la parola “Derby”.

A Roma. Nel 2013.

Per questo, guardò i compagni che si stavano preparando con lui per scendere in campo e chiese. Perché Luigi Bigiarelli era stato un precursore. C’era stato prima lui. E poi tutti gli altri. Figuriamoci se poteva sapere cosa fosse l’As Roma.

“Il Derby è la Madre di tutte le partite, Luigi…perché è uno scontro tra due mentalità…tra la nostra élite e la volgarità giallorossa. Tra chi nasce a Roma e chi, di Roma, ha preso solo il nome. Sporcandolo. Con un “La” davanti.

Bob rispose a Luigi mentre si infilava i guanti. Perché lui, della Lazio, era stato sempre il custode a guardia della porta. E, da due anni, ne era anche l’angelo. Custode. Perché Bob Lovati era sinonimo di Lazio. L’aveva vissuta come si vivono solo i grandi amori. Perché lui, di Lazio, era innamorato.

“Fidati di quello che dice Bob, Luigi…è così, vedrai…per me il Derby è una questione di vita o di morte. Di trionfo o di tragedia. E quanto mi piace provocarli. Magari andando sotto la loro curva dopo un mio goal. E puntargli il dito contro. Sono emozioni che non puoi capire se non le vivi in prima persona. Ma ormai ci siamo…manca poco…”

Giorgio, con il suo parlare burbero, rafforzò la tesi di Bob mentre si allacciava gli scarpini di pelle di canguro. Indossò la maglia con il numero 9 senza aspettare che il Mister assegnasse i numeri. Perché il 9 era suo. Perché lui era Giorgio Chinaglia. Il grido di battaglia.

“Poi se oggi…” continuò Giorgio “…Mario e Luciano giocano come sanno, non ce n’è per nessuno…dammi retta…insieme a loro, abbiamo dato spettacolo ovunque…vero, Mister?”

Mario Frustalupi e Luciano Re Cecconi sorrisero. Perché, per loro, la frase di Giorgio era l’ennesimo deja vu di tante partite affrontate insieme. Di tante battaglie vinte.

Il Mister osservava divertito la scena. Sapeva che, in partite come quella che stavano per disputare, c’era poco da dire. Perché conosceva Giorgio come i suoi due gemelli. Era un altro figlio. E lo adorava. Perché Tommaso Maestrelli considerava tutti i suoi giocatori un po’ suoi figli. Ma Giorgio, di più. Giorgio era Giorgio.

“Basta che passi la palla pure a me, ogni tanto…Gio’…in fondo se stiamo qui a giocarci ‘sta Coppa, il merito è pure un po’ di quel mio goal con il Vicenza…che non ci ha fatto scomparire…”

Giuliano fece l’ultimo tiro di sigaretta, prima di alzarsi e andarsi a prendere la sua maglia. Quella che era solo sua. Perché aveva l’aquila blu stilizzata sul petto. E profumava di leggenda. Di meno nove. Perché Giuliano Fiorini aveva ripreso la Lazio per i capelli, in un caldo pomeriggio di giugno, e l’aveva riportata in vita. Quando tutti la davano per morta. Per questo, la Lazio moderna era anche un po’ sua.

“Tranquillo, Giuliano, te la passo io la palla…” la voce timida di Rosario interruppe quella chiassosa conversazione. Perché si erano tutti dimenticati di lui. Di Rosario Aquino. Attaccante giovane ed estroso che, mentre la Lazio si aggiudicava il Derby dello Scudetto, tredici anni prima, andò incontro al proprio Destino. A vent’anni.

Giuliano sorrise e gli accarezzò i capelli. E si commosse.

“A crossare a Giorgio, invece, ci penso io…che su quella fascia vado come un treno…” Mirko era emozionato ma anche sicuro di sé e della sua giovinezza. Perché sarebbe stato il suo primo Derby vero. Lui che era stato un bravo Allievo. Ma non aveva mai vissuto il Calcio professionistico. Però Mirko Fersini, un giorno così lo sognava da una vita. E non avrebbe fallito. Per niente al mondo.

“Bravo piccole’…così mi piaci…” Giorgio gli fece l’occhietto, mentre tutti risero.

Mancavano ancora pochi minuti alla partita. Alla Finale che avrebbe deciso una Stagione. E una Città.

Il Mister prese la parola. Guardò la porta dello spogliatoio.

“Potete entrare…voi due…”

Paolo e Alessandro entrarono. In silenzio. Rispettosi di quello che vedevano davanti ai loro occhi. Quanta Lazialità. Quanta commozione.

“Gli ho chiesto di venire a darci una mano, perché a undici, fortunatamente, non ci arrivavamo…” – sorrise amaro, Tommaso – “…e perché loro hanno imparato, in modo opposto, sulla loro pelle, cosa significa “il Derby a Roma”.”

Paolo Di Canio e Alessandro Nesta presero posto nello spogliatoio. In silenzio. Consapevoli della grandezza e della sacralità del momento. E ripensarono ai loro Derby.

Paolo ripensò ai suoi due goal sotto la Sud. Ai romanisti increduli. Ad un popolo in estasi.

E promise a se stesso che quella sera avrebbe fatto il tris.

Alessandro pensò ai quattro su quattro in una stagione. E ai quattro goal di Montella, in un derby maledetto. E, se si trovava lì, era perché aveva deciso che era giunto il momento di lavare quell’onta. Finalmente.

“Mister, siamo comunque dieci…mica vorremmo giocarci la Finale di Coppa Italia in inferiorità numerica?”

Ci fu un attimo di silenzio.

“E io che ci sto a fa’?” la voce di Gabriele interruppe quel momento di imbarazzo e diede slancio nello spogliatoio.

“Certo, non sono un professionista come voi, ma me la cavo…e poi, sono Laziale dentro. Da sempre. Una Passione che mi hanno trasmesso mio padre Giorgio e mio fratello Cristiano. Che mi hanno fatto capire, fin da bambino, cosa significa essere Laziali a Roma. Scozzesi in terra Inglese. Ma con orgoglio infinito. Vi ho seguito ovunque. Non ho dormito per voi. Perché VOI siete la mia Vita. E questo Derby lo gioco al vostro fianco. Fino all’ultimo secondo. Fosse l’ultima cosa che faccio. E ora sbrighiamoci che su c’è Vincenzo che ce sta a aspettà…”

L’applauso nello spogliatoio partì spontaneo. Tutti si alzarono ad abbracciare Gabriele. E a dargli il cinque di incoraggiamento. Con le lacrime agli occhi.

“Allora, Mister, dove gioco?” chiese Gabbo.

“Ti metti a centrocampo…a protezione…” gli spiegò il Mister.

“Della difesa?” lo interruppe Gabriele

“No…del Sogno…tu sai come si fa…”

Erano pronti.

26 maggio 2013.

LORO l’avrebbero preparata così.

(Da “La Voce della Nord”, Speciale Coppa Italia, 26 maggio 2013)

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