PENSO CHE UN DERBY COSÌ NON RITORNI MAI PIÙ

Piove su Roma.

Piove.

Incessantemente.

Ininterrottamente.

Lacrime di pioggia scendono scroscianti sulla città eterna.

E la bagnano. La puliscono. La purificano.

La preparano alla battaglia.

Oggi è l’11 novembre.

Dopo 5 anni dall’omicidio di Gabriele, ecco di nuovo una domenica.

Ecco il Derby.

Ecco Lazio contro Roma.

Gabriele Sandri non c’è più. Ucciso da un colpo di pistola criminale sparato dall’agente della Polizia Stradale, Luigi Spaccarotella.

La Lazio giocava in trasferta contro l’Inter quel giorno.

La sua trasferta si fermò nei pressi della Stazione di Servizio di Badia al Pino.

Gabriele Sandri non c’è più.

Fisicamente.

Ma resta nel cuore della sua famiglia. Di suo padre Giorgio, di sua madre Daniela e di suo fratello Cristiano.

Già, Cristiano, con cui Gabriele aveva un legame speciale.

Forte.

Un legame che un proiettile sparato in modo infame non può interrompere.

Se non in modo fisico.

Per questo, Cristiano chiama Gabriele il suo primogenito.

Per questo, Roma ha di nuovo un figlio che si chiama Gabriele.

E la Lazio ha un nuovo piccolo tifoso che si chiama Gabriele.

Quel bambino piccolo che Cristiano porterà allo Stadio nel pomeriggio per il suo primo Derby.

Per la celebrazione di un popolo nei confronti di un tifoso speciale.

Speciale e sfortunato.

Un volto e un sorriso diventati un’icona.

Il simbolo di un giorno che non dovrà mai più ripetersi.

E se su Roma piove.

Se la pioggia scende e bagna.

Se bagna e purifica.

Beh…

Forse non sono gocce normali.

Ma sono lacrime.

Le lacrime di una città…di un popolo…che piange e ricorda il proprio figlio.

Eh già.

Non è una semplice pioggia di novembre.

Arrivo allo Stadio intorno alle due. Ho evitato la prima parte del diluvio mattutino. Anzi. Un discreto Sole mi ha permesso anche di godermi una corsetta domenicale. Di quelle che non mi concedevo da un po’. Quasi otto chilometri.

Ma sono teso e il fisico non mi segue.

Poi, la velocità delle nuvole ha fatto il resto. Ha coperto il cielo. Gli ha cambiato colore. Lo ha incattivito.

Gli ha ricordato che giorno è oggi.

E lo ha fatto piangere.

Per preparare l’atmosfera.

Per preparare la città.

Alla battaglia.

Civile e sportiva.

Arrivo allo Stadio. Parcheggio la moto al solito posto. Di fronte al ministero degli Esteri. Mi rendo conto di essermi dimenticato il copri casco.

Cazzo.

Verrà giù il mondo, hanno detto.

Il mio casco, legato al disco anteriore, raccoglierà millimetri di acqua. Ma lo interpreto come l’ennesimo fioretto che faccio per strappare un risultato positivo.

Sto perdendo il conto. Delle scaramanzie fatte.

Basteranno?

Lo scopriremo solo vincendo.

Mi avvio verso la mia Tribuna Tevere.

In silenzio. E ripenso.

Ripenso al Derby dell’anno prima. Quello di Miro Klose all’ultimo secondo. Ripenso a chi era con me lo scorso anno e ora non c’è più. Perché ha scelto un’altra strada.

E allora mi avvio solo. In mezzo a tanta gente.

Ma poi mi guardo intorno, vedo negli altri tifosi, il mio stesso sguardo, la mia stessa carica, la mia stessa passione e mi rendo conto che, solo, in fondo, non lo sono stato mai. E non lo sarò mai.

Finché ci sarà la Lazio accanto a me.

Metto in testa il cappello celeste. Lo stesso dello scorso anno. Tiro fuori il documento e l’abbonamento e entro.

Cerco la bancarella che vende “La voce della Nord” ma non la trovo.

Ripenso all’ultima volta che ho comprato la fanzine degli Irriducibili.

Lazio Milan 3 a 2.

Una vittoria netta con tanta sofferenza finale.

Ma comunque una gran vittoria.

E allora ecco l’ultima di tante scaramanzie.

Torno indietro.

Perché un flash visivo mi aveva fatto notare la bancarella fuori dai cancelli e non dentro.

Percorro la strada contromano.

Mentre tutti entrano, io esco.

In fondo, è una vita che vado contromano e sento il vento in faccia.

Che mi fa sentire vivo.

Sempre.

Supero i carabinieri.

Chiedo allo Steward di bloccare la gente in entrata per farmi uscire.

Esco. Vedo la bancarella. Compro.

Vini. Vidi. Comprai.

E rientrai.

Percorro i trecento metri che vanno dai tornelli all’ingresso della Tevere.

Arrivo ai cancelli.

Mi metto in fila. Nel solito cordolo. Anche se gli altri sono più vuoti.

Mi autoassegno la legge di Murphy.

Mi guardo intorno.

Tanta gente intorno a me.

Io lo so che non sono solo.

Anche quando sono solo.

Salgo le scale. Quelle che portano all’ingresso. Allo scavallamento di tutti i sogni e di tutte le aspettative che solo un Derby può dare.

E che solo un Derby sa dare.

Vado al mio posto. Il mio solito posto. Quello che resterebbe libero anche se arrivassi due secondi prima dell’inizio della partita. Seggiolino 12d.

Guardo la nostra splendida curva che ha in programma una coreografia speciale per Gabriele.

Guardo gli ospiti.

Ospiti oggi.

Ospiti da sempre.

Nonostante il nome che portano.

Ma è quel “La” all’inizio che svela l’inghippo.

Un inghippo nato nel 1927 per volere di qualcuno che voleva regalare una squadra da tifare a chi emigrava a Roma. E che voleva sentirsi subito romano. Senza esserlo.

Saluto i compagni di ogni domenica.

Le signore del “Bruno Giordano Fans Club”, il signore e la moglie, Fausto, Marco e Franco. E tutti gli altri. Tutti presenti. Come ogni domenica. Come sempre.

Appoggio lo zaino. E scendo a prendere un caffè. Ci vuole.

Incontro i soliti volti.

Gente incontrata a Londra, ad Atene.

Lo Stadio, in fondo, è una parentesi dove ci si ritrova amici senza frequentarsi mai.

Che cancella le differenze di età. Che ti rende eterno e sempre in voga. Che crea legami.

Che ti fa stare bene e che ti permette di non pensare ai problemi che nascono fuori da quei cancelli verdi.

Ti protegge da tutto.

Come la placenta per il neonato.

Solo che i nove mesi, lasciano spazio ai 90 minuti.

Di uguale, c’è solo il Travaglio.

Torno in postazione.

Sono nervoso. Più che mai.

Anche se le due vittorie dello scorso anno, ci hanno ridato fiato.

Mi isolo.

Abbasso lo sguardo. Prendo “la Voce della Nord”.

Ma poi sento il boato e capisco che stanno entrando per il riscaldamento.

Marchetti è sempre il primo.

Entra correndo e saluta.

Deve essere bello avere una curva che applaude solo te.

Applaudo e il sangue comincia a sciogliersi.

A tornare in circolo.

A riprendersi il mio corpo.

Passa qualche minuto ed entra il resto della squadra.

Ledesma guida il Gruppo. Capitano dentro. Non gli serve la fascia per essere un leader. Vero. Testa fredda e cuore caldo.

E poi tutti gli altri.

Tutti carichi.

Stefano, Miro, Senad, Alvaro, Abdoullay, Andre, Giuseppe, il Profeta, Antonio.

Tutti bellissimi nel completo celeste e nei pantaloncini bianchi.

La Nord è carica a pallettoni.

Si riscaldano loro, ci riscaldiamo noi.

Loro i muscoli, noi le corde vocali.

Poi, entra la Roma. La As Roma.

Ma non sono in undici. Sono tutti i convocati a scaldarsi. Segno che il Boemo vuole confondere le idee.

Molto Strano per uno che non cambia atteggiamento tattico da vent’anni.

Ripenso a Zeman e mi passa la mia vita da tifoso davanti.

E i miei pensieri si ritrovano davanti ad un bivio:

Sarà lo Zeman dei quattro derby su quattro romanisti…che poi sarebbe lo stesso del nostro 0 a 3 contro la Roma di Mazzone…spavaldo e presuntuoso…o sarà quello che permette ai suoi giocatori di autogestirsi per salvare la faccia? Quello del 2 a 0 con goal di Signori e Casiraghi o quello del 3 a 1 per la Roma e del “vi ho purgato ancora”?

Mentre la mia mente viaggia nei miei corsi e ricorsi storici e i giocatori terminano il riscaldamento, sui monitor parte un video prepartita.

E mi blocco. A livello emotivo.

La base è inconfondibile ed emozionante.

La voce è roca. E ci ha regalato emozioni infinite.

Tracce di vita, ricordi di falò estivi, pomiciate in spiaggia e cori a squarciagola sul pullman della gita scolastica.

Le immagini ci mostrano Giorgio Chinaglia e Tommaso Maestrelli, Miro Klose e Beppe Signori.

Mostriamo le sciarpe. Bellissime. Che trasformano lo Stadio in cielo. Un cielo sereno e bianco celeste. Al contrario di quello vero. Grigio. Chiuso. E vendicativo.

Piove. A dirotto.

Mentre Lucio, da lassù, ci chiede che anno è…che giorno è…

E tutto lo stadio bianco celeste gli risponde che “è il tempo di vincere con te”.

Lazio mia.

Le squadre rientrano negli spogliatoi mentre lo speaker annuncia le formazioni.

Zeman rinuncia a Castan e al Taxi greco e preferisce Goicoechea a Stekelemburg.

E se la gioca così:

Goicoechea, Piris, Balzaretti, Marquinhos e Burdisso, Bradley, De Rossi e Florenzi, Lamela, Totti e Osvaldo.

Il Colonnello Petkovic, uno che parla cinque lingue, che non fa mai polemiche, che ti guarda negli occhi e ti convince che puoi e devi farcela, va avanti per la sua strada e presenta la sua Lazio migliore. Senza dubbi.

Marchetti tra i pali

Konko a destra.

Lulic a spingere a sinistra.

Biava e Dias come Bud Spencer e Terence Hill.

Non passate, altrimenti ci arrabbiamo.

Ledesma a bloccare la mediana e a cercare lanci lunghi nelle praterie Zemaniane.

Gonzales a fargli da fido scudiero. Come Kit Carson con Tex Willer.

Hernanes libero di portare il suo verbo a spasso per il Prato verde.

Mauri a cercare gli inserimenti giusti.

Candreva è l’assaltatore cambiare passo al centrocampo con la sua corsa e le sue folate.

E Klose.

Che è come la pubblicità di quel cofanetto di caramelle di tanti anni fa.

Basta la parola.

Klose.

E li vedi già tutti impauriti al solo pensiero di vederlo esultare di nuovo.

Klose.

E sai già che stai con un goal di vantaggio.

Klose.

E s’abbracciamo.

Come lo scorso anno.

Poi, però, dieci minuti prima dell’inizio del match, tutto si ferma. E diventa emozione.

Le gocce di pioggia diventano lacrime.

Entra in campo, accompagnato dal presidente Lotito e da Fabrizio “Diabolik”, Cristiano Sandri, che porta in braccio il suo piccolo Gabriele, splendido e puro nei suoi 3 anni.

Il numero 3.

Vorrà dire pur qualcosa.

L’ombrello bianco celeste li ripara dalla pioggia e Cristiano va sotto quella curva che tante volte con il fratello, lo ha visto protagonista.

Quante volte Cristiano avrà sognato di andare sotto la curva ad un Derby. Quante volte.

La vita, infame e bastarda, glielo ha concesso per il motivo più assurdo che c’è.

Piove.

E Cristiano sorride e piange. Mentre guarda il suo Gabriele in braccio e pensa a Gabbo che non c’è più.

Applaudito da 50000 spettatori. Senza distinzioni di colori, stavolta. Almeno per una volta.

“Un’Ultras non dimentica. Gabriele per sempre con noi”

Lo striscione che gli riserva la Curva Nord è un atto di fede. Un marchio di fuoco. Un tatuaggio indelebile.

Cristiano applaude e ringrazia tutti.

Il piccolo Gabriele capirà tra qualche anno.

Quando conoscerà il significato di queste due semplici parole.

“Meravigliosa Creatura”

Sono le tre. Ma di lacrime ne ho già versate abbastanza.

Troppa emotività.

Eh già, sto diventando vecchio.

E mi rendo conto che il cinismo e l’ironia che mi fanno da scudo nella vita, spariscono davanti a quel campo verde, a quei colori e a quei giocatori.

Sono le tre. Ancora le tre.

I giocatori salgono le scale che portano dagli spogliatoi al campo.

I tifosi avversari vorrebbero farci salire altri scalini. Di altri edifici. Soprattutto a Stefano Mauri. Che l’anno scorso, nel derby di ritorno, ha fatto la giocata giusta e li ha mandati a casa.

E proprio Mauri guida la truppa biancoazzurra in campo. Testa alta e Petko in fuori.

Totti, in dubbio come al solito prima di ogni Derby, è il Re giallorosso. Con tutto quello che ne consegue.

Mentre le squadre si preparano, scende maestosa, per l’ennesima volta, la bellissima coreografia della Nord.

Non servono rime, slogan o versi di canzoni, stavolta.

Non serve provocare l’avversario. Ricordargli la propria inferiorità storica.

No.

Bastano quel volto sorridente. Quel sorriso. Quegli occhiali da Sole.

Per squarciare il cielo e renderlo bianco celeste per un attimo.

Basta il volto di Gabriele. Fiero, sorridente e laziale.

Per ricordarsi che l’11 novembre è data nostra.

Purtroppo.

Gli altri. Quelli dell’altro reparto. Non hanno scampo. Lo sanno anche loro.

E così, quando dopo 4 minuti, Lamela spinge Lulic e si fionda di testa sul calcio d’angolo calciato da Francesco Totti e porta la Roma in vantaggio, ai più sembra un film già visto.

Lamela esulta. La Curva Sud esulta.

Io mi rilasso. Il più è fatto. Ormai è andata.

Mi guardo intorno. Cerco sguardi di incoraggiamento ma non ne trovo nemmeno uno.

Si. Ok. Le Date. Il Destino. Tutto bello. Ora. Tutto con il senno di poi. Ma al prima e al durante?

Chi ci pensa?

E il durante mostra una Roma che si finge sicura. Un Totti giovanile. Un Lamela maturo. Al contrario di quello che hanno mostrato finora con tutte quelle rimonte subite.

Poi. Però.

Poi nelle nuvole che sommergono Roma, compare lo Stellone.

Quello di sempre. Che ci accompagna da 112 anni. Quello del goal di Fiorini, del diluvio di Perugia, del goal di Behrami, del goal di Firmani, del goal di Klose.

Quello che rende la Lazio, un romanzo popolare e aristocratico allo stesso tempo.

E non una semplice squadra di pallone.

E allora prima lo Stadio si spegne completamente. O quasi.

Lasciandoci nel buio dei nostri pensieri.

Roma Nord è sotto il diluvio universale.

Noè avrebbe paura ad uscire di casa.

Io penso al Tavolino. Alla loro vittoria su ricorso a Cagliari. E penso che un derby a tavolino non lo voglio perdere.

A Subbuteo, pure pure.

Ma a tavolino, no.

E allora, dopo un paio di minuti interminabili, l’arbitro decide che si può proseguire.

Le luci piano piano si riaccendono.

La Luce in campo comincia a illuminare.

Ha la maglia bianco celeste e il numero 8 sulle spalle. Si chiama Anderson Hernanes de Carvalho Viana Lima. Ma per noi è semplicemente “Il Profeta”.

E ha classe, fisico e visione. Di ciò che accadrà.

Prende in mano la squadra e comincia a dipingere calcio. Come pochi.

Per lui il campo non è bagnato.

Lui cammina sulle acque.

E allora, Hernanes si procura una punizione a trenta metri dalla porta difesa da Goicoechea.

Hernanes ne ha spedita, poco prima, una alle stelle mentre penso che basta farla schizzare per terra per sfruttare il campo bagnato.

Oppure basterebbe tirare un siluro dritto per dritto per piegare le mani al portiere avversario.

Candreva si collega in Bluetooth con il mio cervello e sceglie la seconda opzione di quelle che gli ho messo a disposizione.

La botta è terrificante.

Dritta per dritta.

Centrale.

Goicoc’è.

Penso.

No.

Goicoc’era.

E la rete si gonfia.

Io non capisco subito.

Ho un ritardo di qualche decimo su ciò che avviene in campo. Sto in differita pur stando dal vivo.

Schizofrenia da tifoso.

Ma poi vedo la rete che si gonfia.

E Candreva, nuova aquila battezzata in quella notte magica dedicata a Giorgio Chinaglia, si fa mezzo campo per crollare in ginocchio come Willem Defoe nella locandina di Platoon.

Mentre la pioggia continua a scendere e a purificare.

Mentre Zeman, ripensando ai suoi schemi da giocare solo su un tavolo da biliardo, mastica amaro e pensa:

“Chi fermerà la pioggia?”

Uno pari.

E allora palla al centro.

La tensione sale. Perché dallo sprofondo giallorosso in cui ero entrato, ora emerge la speranza. La consapevolezza che siamo di nuovo in partita. E che siamo più forti.

Perché questa è l’unica certezza che ho e che li manda ai matti.

Siamo più forti.

Lo dice la classifica.

Lo dice la storia degli ultimi due campionati.

Ma non basta.

Siamo uno pari.

Palla al centro.

Via.

Il campo si mostra schizofrenico.

Pesante sotto la Monte Mario. Ai limiti della praticabilità.

Mentre sotto la Tevere il pallone schizza e scivola via.

Dottor Jekill e mister Hyde Park.

E arriviamo al 43esimo.

Ledesma mette una punizione in mezzo. La difesa della Roma respinge. Ma la palla finisce, per loro, nel posto sbagliato.

Tra i piedi di Hernanes.

Che irride Lamela e se ne va. Scherzando.

Con la leggerezza dei grandi. E la falcata degli Dei.

Arriva al limite dell’area di rigore. Bradley prova a chiuderlo. Ma lui tira. In porta.

La palla viaggia spedita ma poi si ricorda che solo il Profeta può camminare sulle acque.

La palla no. Non è divina.

E allora incontra un pozzanghera e si ferma. Per non mostrarsi blasfema.

Klose è da quelle parti non per caso. Perché lui, lì, ci vive. Tra le linee di difesa avversarie.

Alla ricerca di palle vaganti da accudire e spedire in porta.

L’uno due con cui Miro controlla con il destro e segna con il sinistro è degno del gioco delle tre carte.

Ora c’è. Goicoc’è. Goiconc’èpiù.

E noi esplodiamo. E ci abbracciamo. Ed esultiamo. E non ci crediamo nemmeno noi. A tanta bellezza.

Klose mostra il suo indice e pollice uniti.

“Ok, il goal è giusto” sembra dire.

E il suo nome scandito dai 35mila laziali entra nelle ossa dei 15mila romanisti e non lascia più.

Un’osmosi emotiva al contrario che rimette in circolo i loro vecchi fantasmi. E che ci fa fare voli pindarici.

Ma è ancora tutto da giocare, penso.

Mentre guardo la pioggia scendere incessante.

Mentre vedo Mauri agonizzante.

E mentre vedo Capitan Futuro andare sotto la doccia in anticipo per un pugno vile e senza senso.

2 a 1 per noi. Un uomo in più. E il primo tempo che finisce tra gli applausi.

Ora si che me la sto facendo sotto.

Perché, ora, noi, abbiamo tutto da perdere.

Loro no.

Hanno già perso tutto.

Di peggio non può succedergli.

Mi provo a rilassare ma non ci riesco.

Passa Mimmo, che avevo aiutato a Londra prima di Tottenham Lazio, a rintracciargli il figlio che si era perso, e mi dice:

“Annamose a fa’ ‘na birra…”

Accetto.

In trance.

Faccio la cosa giusta?

Mah si…ci vuole una birra.

Scendiamo le scale.

Offre lui.

In fondo, gli ho recuperato il figlio prestandogli il mio cellulare in terra straniera.

Gli confido le mie speranze e le mie paure.

“Ora dobbiamo restare calmi e aspettare…e fargli il terzo goal nei primi dieci minuti…così li ammazziamo definitivamente…”

Lui conviene con me. E con me viene di nuovo ai nostri posti.

Mentre la Roma rientra in campo e ci aspetta.

Avranno visto la puntata di “Sfide” di un paio di settimane fa. Penso.

Quella sulla Lazio di Maestrelli e Chinaglia.

Ma questa non è Lazio Verona.

E Totti non è, e non sarà mai, Giorgio Chinaglia.

Il Boemo toglie Lamela, il più in forma dei suoi, e mette il Taxi greco a dirigere il gioco.

Sono stato ad Atene qualche giorno fa e ho preso un paio di volte il taxi.

Ora…se prendi un taxi greco e lo metti in mezzo al traffico romano, questo si blocca. Perché non è abituato a Roma e ai romani. E alla quantità di macchine che puoi incontrare per strada.

Questa è la fine che farà Tachsidis. Ma prima che se ne possa accorgere, Ledesma lancia in area di rigore. La palla va da una parte, però, e Mauri dall’altra.

Però.

Il bello della Roma di Zeman è che c’è sempre un però. E la maggior parte delle volte, è a suo sfavore.

Il “però” di questa domenica, e di molte altre domeniche giallorosse di quest’anno, si chiama Piris.

Che interviene sbilenco. Come farebbe un giocatore di curling prestato al calcio.

E la palla finisce perfetta sui piedi di Stefano Mauri.

Che prima la stoppa. Poi se la mette sul destro. Poi spara imparabile alle spalle di Goicocestava.

3 a 1.

Dopo due minuti.

All’intervallo avevo chiesto un goal nei primi dieci per chiudere il match.

Sono stato accontentato.

Ma non ci penso a questa autoprofezia, mentre volo per la Tevere abbracciando e baciando chi mi capita a tiro.

No, non ci penso mentre Mauri fa l’ennesima giocata giusta della sua sottovalutata carriera di trequartista incursore.

Vola Stefano sotto la Nord.

A prendersi l’abbraccio dei suo tifosi.

Mentre Zeman fuma silenzioso in panchina, sotto la pioggia e ripensa ad Agosto, a quando tutto sembrava così bello, lanciato verso l’ennesimo scudetto estivo.

Mentre ora piove e “Agosto è ancora nei miei sensi”

Chissà cosa ne pensi, eh Boemo?

3 a 1.

E l’ennesima palla al centro.

Ora li ammazziamo, penso.

Non voglio prigionieri.

Ma la Lazio è ancora una squadra femmina. Va vicina al quattro a uno più volte. Ma cincischia e si piace troppo. E lascia campo ad una Roma disperata.

A venti minuti dalla fine, Zeman richiama in panchina Totti.

Capitano di mille battaglie. Spesso perse.

Se lui è l’uomo dei record. Lo è anche per quello dei Derby persi. Sono 13.

Diventeranno 14?

Me lo chiedo, mentre mi ritrovo ad applaudirlo mentre esce.

Mi osservo dall’esterno e mi rivedo nel generale tedesco di “Fuga per la Vittoria”…quello che, talmente malato di calcio, applaude il goal in rovesciata del prigioniero Pelé.

Non che io sia innamorato di Totti, sia chiaro. Ma, in fondo, con lui ci sono cresciuto.

Siamo diventati uomini insieme.

Quando iniziò a giocare facevo il quinto superiore. Ora ho quasi quarant’anni.

È stato il mio miglior nemico.

Per questo lo applaudo.

E non me ne vergogno.

Poi però si torna a giocare.

La partita è incanalata bene.

La Lazio non la chiude ma la Roma cozza contro la nostra difesa.

Io controllo distratto il cronometro sui cartelloni pubblicitari.

Mancano 5 minuti.

Solo 5. Più recupero.

Quando.

Se la Roma di Zeman ha sempre un “però”…la Lazio ha sempre un “te pareva”.

E il “Te Pareva” laziale di questa settimana ha le fattezze del braccio di Stefano Mauri.

Punizione sulla trequarti.

Secondo giallo a Mauri.

Espulsione.

“Te pareva”

Punizione per la Roma.

Pjanic, subentrato a Totti, vede Marchetti fuori dai pali.

Tiro.

Goal.

“Te pareva”

Marchetti sorpreso.

La Sud esplode e ci crede.

“Te pareva”

Penso mentre sto per collassare.

Impreco il signore e gli chiedo perché non mi ha fatto tifoso della Juve Stabia, della Triestina, del Carbonia.

Guardo l’orologio e vedo che mancano cinque minuti.

Più almeno quattro di recupero.

Nove minuti in tutto.

“Te pareva”

Lo penso io.

Lo pensano altri 34999 laziali allo stadio come me.

Mentre i romanisti riprendono fiato e dignità e ci credono.

Al miracolo.

I minuti scorrono lentissimi. Sembra quasi abbiamo rimesso l’ora legale e abbiano spostato le lancette indietro di un’ora.

Quattro minuti di recupero. CVD.

Io non parlo più.

Impreco dentro di me.

Mentre, con l’occhio alla Marotta, guardo contemporaneamente il cronometro sul tabellone e la partita in campo.

Quando.

Manca un minuto.

“Te pareva”

La Roma riparte.

“Te pareva”

Dalla destra parte un cross lunghissimo.

“Te pareva”

La difesa della Lazio va a vuoto.

“Te pareva”

Arriva Osvaldo.

“Te pareva”

Ci arriva Osvaldo.

“Te pareva.”

A botta sicura.

“Te parevaaaaaaaaa…..”

Fuori.

“Ma annatevelatuttiquantiapianderculo…”

Crollo sul seggiolino, più inebetito del solito.

Lo Stellone si è riacceso al momento giusto.

E spinge fuori il pallone dell’Italoargentino.

Mancano pochi secondi.

La pioggia non ha mai smesso di scendere.

La panchina laziale si alza in piedi. Pronta a festeggiare.

Io guardo fisso l’arbitro.

Lo vedo mettersi il fischietto in bocca.

Lo vedo gonfiare le guance.

Lo sento fischiare la fine.

Tre fischi.

Come quelli che abbiamo dato alla Roma.

Tre come le dita mostrate dal piccolo Gabriele Sandri a Osvaldo che gli chiedeva quanti anni avesse.

Tre come i Derby consecutivi vinti.

Tre.

E lo Stadio Biancoazzurro esplode finalmente e ancora.

Mentre quello romanista scivola via.

Lontano.

Furioso per l’ennesima rimonta subita, per l’ennesimo derby perso, per il gesto criminale di De Rossi.

E mentre su Roma continua a piovere in modo incessante.

E mentre noi ci abbracciamo e cantiamo, mi rendo conto che in un pomeriggio così buio e tetro, a tratti senza luce, gli occhiali da sole di Gabriele Sandri immortalati nella coreografia ci stanno proprio bene.

E hanno il loro significato.

Perché il nostro Sole non lo dobbiamo cercare tra le nuvole.

Ma solo e sempre dentro di Noi.

E Gabbo, con il suo sorriso immortale e con i suoi occhiali da Sole ci ha insegnato, oggi più che mai, che, anche nel peggior diluvio, si può nascondere il Sole più bello.

Puro e bellissimo come i suoi 3 anni.

E oggi a Roma, diluvia solo per una tifoseria.

Ciao Gabbo.

Questa vittoria è tutta tua.

E per il tuo splendido nipotino.

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