SERGEJ MILINKOVIC-SAVIC: UNA BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA

Sergej nasce in Serbia ventitré anni fa ed è er fijo segreto de Ivan Drago e de Brigitte Nielsen, concepito sul set de “Rocky IV” e partorito solo una decina de anni dopo, al termine de ‘na lunga gestazione.

Quando viene ar mondo, infatti, è alto già un metro e cinquanta e viene subito convocato pe’ ‘na partita de spareggio tra la Serbia e la Croazia, categoria Allievi Terminator.

A scuola, nun è bravissimo: sempre seduto all’ultimo banco, è il re dello “schiaffo der soldato” e de “nun se move ‘na foja!”, giochi nei quali sviluppa le sue future abilità di provocatore e di mostratore de diti medi occulti a tutti i compagni de classe. Soprattutto a quelli che nun je passano i compiti.

Quando sbarca a Fiumicino se presenta così a Tare: “Io Sergej”. E il buon Igli, memore delle gare de verbi che faceva a Tirana, je risponde: “…Tu sergesti, egli sergebbe, noi sergemmo, voi sergeste, essi sergerono!”

Fu così che nacque subito un grande feeling che fece sì che Sergej preferì la Lazio alla Fiorentina.

Accolto dal solito mantra del laziale 2.0, “se era bono, te pare ce lo davano a noi?” (lo stesso usato, tra l’altro, per De Vrij, Leiva e Parolo), er buon Sergej co’ er poro Pioli se specializza nella spizzata de palloni su rinvio der portiere e nulla più, nun trovando un’esatta collocazione in campo.

Sarà grazie a Simone Inzaghi, uno che fa colazione co’ Pane e Bielsa, pranza con Spaghetti alla Mourinho e cena co’ Scaloppine alla Sven Goran, che er buon Sergej se piazzerà ar centro der campo. E nun ne uscirà più.

Perché Sergej c’ha er nome ar passato ma è il primo giocatore proiettato nel futuro pe’ quanto è moderno.

Perché Sergej c’ha più ruoli che cognomi.

Perché er fratello che gioca in porta, nun è er fratello, ma è lui che sotto mentite spoje se diverte pure a mettese in porta.

Perché Sergej mena quando deve mena’.

Segna quando deve segna’.

Dribbla quando deve dribbla’

Provoca quando deve provoca’.

Sempre co’ quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi che andiamo a tifare la Lazio.

La faccia de chi nun c’ha paura de niente.

La faccia da Laziale fracico.

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