IO, RINO (29/10/1950-02/06/1981)

Che poi ripensandoci adesso, io avevo già capito tutto.

E quarant’anni fa, stavo quarant’anni avanti a tutti.

E ci ridevo su. Perché prima ci si poteva ancora ridere sopra. Adesso, invece, no.

Adesso uno come me, non avrebbe più senso.

Perché la realtà ha superato la satira.

Perché le viole sfioriscono ancora, ma nessuno fiorisce. Nemmeno tu. Che spendi, spandi e offendi. Da dietro una tastiera.

Perché mio fratello è figlio unico. Di genitori unici. Ma di spermatozoi multipli.

Perché il cielo è sempre meno blu e il rapido Taranto-Ancona non esiste più.

E perché Gianna con tutte quelle tesi non ci farebbe niente. Ci annaffierebbe solo le sue illusioni. E farebbe la part-time da Zara. Insieme ad Aida, che ha perso battaglie ed è scesa a compromessi. Per evitare la povertà.

Perché il vile maschio non resta e se ne va. Mentre una ragazza chiede aiuto e muore.

Perché, nessuno è più fedele. Escluso il cane.

Perché Berta filava. Berta chattava. Berta twittava.

E perché il Frosinone è venuto in Serie A ed è subito retrocesso. Ma forse con Chinaglia si sarebbe salvato.

Ma, soprattutto, perché ‘sto mondo nun s’arreggae più.

Ma io ve lo avevo già detto quarant’anni fa.

E ora ve lo tenete così.

SS LAZIO 2017/18: IL PAGELLONE FINALE

Strakosha: la sua stagione è perfettamente incastrata tra il rigore parato a Dybala, i miracoli con l’Atalanta e le incertezze in alcuni momenti clou. Molto reattivo tra i pali peccato però che l’ultima volta che è uscito, c’aveva sedici anni ed era annato a un pub de Tirana co’ Berisha e Lorik Cana. RIMANDATO IN INIZIATIVA.

Vargic: credibile come er curriculum de Giuseppe Conte. BOCCIATO.

Guerrieri: je volevano dedica’ un servizio a “Chi l’ha visto?” ma pare nun esistano foto sue. RIMANDATO IN VISIBILITÀ.

Bastos: l’unico giocatore al mondo capace di passa’ dalla modalità Thuram a quella Diakite nel giro de pochi secondi. Il suo punto de forza è che almeno segna in maniera direttamente proporzionale ai goal che ce fa pija’. RIMANDATO IN COSTANZA E CONCENTRAZIONE.

Wallace: elegante come er pinocchietto d’estate. Efficace come la mano sudata quando te presenti a un colloquio de lavoro. Ma ha fatto anche delle cose buone. RIMANDATO IN ESTETICA E AFFIDABILITÀ.

De Vrij: difende, segna e gioca co’ continuità. Peccato pe’ ‘sto finale de stagione che fa molto Salvini pre-governo. A Roma, dice a Di Maio de sta tranquillo che va tutto bene mentre a Milano prepara l’alleanza co’ Berlusconi per le prossime elezioni. RIMANDATO A MILANO.

Caceres: arrivato a gennaio nella Capitale. Da ottobre in poi nasceranno tanti nuovi aquilotti che parleranno spagnolo. RIMANDATO IN MONOGAMIA.

LuizFelipe: se diploma a Salerno con il minimo dei voti ma è a Roma che trova la giusta dimensione. Tanta personalità e senso dell’anticipo e qualche, inevitabile, peccato de gioventù tipo quando te inculavi i pacchetti de Brooklyn alla Standa. PROMOSSO.

Radu: la sua miglior stagione da quando è alla Lazio. Appare ringiovanito de dieci anni come le donne che se tolgono le rughe co’ le applicazioni dell’IPhone. PROMOSSO.

Patric: nun se po’ nun voleje bene. RIMANDATO IN TECNICA DE BASE.

Basta: er poro Dusan comincia ad accusa’ un po’ troppo i segni dell’età che avanza. Un po’ come tu nonna quando a tombola je devi ripete all’orecchio i numeri estratti da chi tiene er tabellone. RIMANDATO A DIECI ANNI PRIMA.

Marusic: costante come le dichiarazioni de Di Maio nei confronti de Mattarella. RIMANDATO IN CORAGGIO.

Lukaku: spesso devastante a partita iniziata, vedi in Supercoppa, quando gioca titolare, entra in partita con la stessa rapidità con cui Di Maio e Salvini trovano un punto d’incontro per il Governo. RIMANDATO IN PROATTIVITÀ.

Lulic: Capitano, mio Capitano. L’unico giocatore imprevedibile per gli avversari e per i compagni de squadra. Solca il campo senza senso apparente ma fa sempre la cosa giusta pur non sapendo di volerla fare. L’unico uomo al mondo che, se lo schermo dell’iPhone je se mette in modalità orizzontale, nun deve inclina’ la testa pe’ legge bene. PROMOSSO.

Leiva: è come quando vai sempre al solito ristorante sulla Cassia e prendi sempre la specialità argentina della casa. Poi un giorno, all’improvviso, lo chef albanese cambia er menù e te propone un piatto brasiliano, che ha scoperto in un vecchio pub de Liverpool. Tu prima storci la bocca. Poi però dopo le prime due forchettate, nun ne poi fa’ più a meno. E cominci a ordina’ solo quello. Pe’ tutto l’anno. PROMOSSO.

Parolo: è quell’amico tuo silenzioso e con la faccia da bravo ragazzo che sta sempre in disparte ma quando nun esce er sabato sera, manca a tutta la comitiva. PROMOSSO.

Milinkovic-Savic: gioca una stagione con la stessa convinta strafottenza con cui Verdone mette er record al flipper in “Troppo Forte”. Talmente coatto che j’avrei voluto vede’ gioca’ ‘na partita con gli occhiali da sole. PROMOSSO.

Murgia: er go’ ad agosto in Supercoppa è come quando imbocchi in discoteca e, pronti via, rimedi subito er numero de telefono della guardarobiera. Il resto della stagione è quando entri in pista e scopri che sei finito in una serata over70. RIMANDATO IN PERSONALITÀ.

Di Gennaro: purtroppo per la Lazio, non ripete la stagione strepitosa che lo portò a vince lo Scudetto con il Verona di Bagnoli, Pietro Fanna e Nanu Galderisi. Dà il suo meglio come commento tecnico durante le telecronache di Mediaset. BOCCIATO.

LuisAlberto: illumina il gioco della Lazio con la stessa pratica essenzialità della torcia dell’IPhone quando cerchi le chiavi della macchina che te so’ cascate pe’ terra de notte. Confeziona capolavori in serie ispirato come Leopardi di fronte all’ermo colle. PROMOSSO.

Anderson: i capelli e la tecnica di Vincenzo D’Amico. La cattiveria dell’orso Yoghi. Frenato da un brutto infortunio a inizio stagione, se accende a intermittenza come le lucette del Presepe. RIMANDATO IN CONVINZIONE E TIGNA.

Nani: s’è venuto a diverti’. BOCCIATO.

Caicedo: evidentemente quando Iglone Tare l’ha comprato, s’è dimenticato de fa’ la più classica delle domande: “Sì, le sponde, er gioco de squadra, er fisico, le sportellate. Bello tutto. Ma fa anche i goal?” RIMANDATO IN CONCRETEZZA.

Immobile: capocannoniere in Italia e in Europa e basterebbe questo per definire la grandezza della sua annata. Segna con la stessa continuità con cui er Pupone sbaglia i congiuntivi e vive una stagione esaltante come er finale de “Bomber”. PROMOSSO.

Inzaghi: la sua Lazio vince er primo trofeo della stagione contro la Juve e gioca a testa alta sempre. Contro tutto e tutti. Avversari e arbitri. Forse, se avesse abbassato ogni tanto la testa e coperto un po’ più er culo, la stagione avrebbe avuto un finale diverso. Ma nun bisogna dimentica’ da dove semo partiti e quante emozioni abbiamo provato. È stato un anno intenso. Un anno da Laziali. E a ‘sta squadra e a ‘sto Mister je se po’ solo di’ “Grazie!” PROMOSSO.

AVANTI LAZIO.

AVANTI LAZIALI.

IN SPIAGGIA.

PS: quella appena finita è stata una stagione intensa e mi piace pensare che queste pagelle siano state il giusto contorno anche per sdrammatizzare un contesto in cui spesso riversiamo troppe aspettative. Vi ringrazio per gli attestati di stima e i complimenti che mi hanno sempre spinto a fare del mio meglio e a presentarle con la giusta puntualità. Credo fermamente che uno scrittore o chi pretende di essere tale debba sempre rispettare i propri lettori. Io non so se ci sono riuscito. Ma di sicuro, ce l’ho messa tutta.

Con affetto

Alessandro Aquilino

PAUL GASCOIGNE, GAZZA & ME (Una storia d’amore, anche se lui non lo sa)

La prima volta che vidi Paul Gascoigne avevo quattordici anni e stavo nell’aula di reparti dell’ITIS. E anziché limare un pezzo di metallo, sfogliavo di nascosto Zzap, mitica rivista di videogiochi della mia generazione. Il suo faccione biondo e sorridente mi ammiccava dalla pubblicità di “Gazza’s Super Soccer“. Il suo nome completo e a me sconosciuto era rappresentato sotto forma di autografo. Quasi illeggibile.

Conquistato dalla simpatia che trasmetteva la foto e sempre a caccia di nuovi giochi di calcio per il mio Commodore64 a cui immolare i pomeriggi adolescenziali, interpellai l’esperto di calcio estero della mia classe, tale Cristian Saragoni. “Ah Cri’, ma chi è ‘sto Gazza?” “Si chiama Paul Gascoigne, gioca nel Tottenham…” “È forte?” “Sì, ed è pure mezzo matto…” Forte e pure mezzo matto. Tenni là la considerazione del buon Saragoni e la sovrapposi a quello che vidi pochi mesi dopo. Quando l’empatia diventò colpo di fulmine.

Le notti magiche di Italia ’90. Un’Inghilterra sensazionale. Ed un giocatore con la maglia 19 che esplose in tutto il suo talento e la sua potenza, trascinando la sua squadra fino alla semifinale contro la Germania Ovest. Ricordo il cartellino giallo che l’arbitro gli sventolò sotto gli occhi e che gli avrebbe impedito di giocare la successiva Finale. E ricordo le lacrime. Le lacrime di chi dietro quell’istrionismo e quella classe, mal celava una fragilità che lo avrebbe accompagnato per il resto della carriera. E della vita soprattutto. Continuai perciò a seguire Gazza e il suo Tottenham con interesse e simpatia, sfruttando i potenti mezzi dell’epoca (Telemontecarlo e il Televideo su tutti) fino a quando una notizia nata come rumor prima e come trattativa poi arrivò a sconvolgere i miei pomeriggi primaverili di sedicenne tutto acne e Subbuteo: la mia Lazio voleva Paul Gascoigne.

Non potevo crederci. La Lazio era da poco ritornata in Serie A al termine di una decade piena di difficoltà. E Paul Gascoigne era il pezzo pregiato del Calcio Internazionale. Era un matrimonio impossibile, pensavo. “Ma te pare che…” E invece no. Dopo una trattativa infinita, in cui imparai a memoria i nomi di tutti i dirigenti del Tottenham, Paul Gascoigne divenne un giocatore biancoazzurro. Paul “Gazza” Gascoigne era un giocatore della Lazio. La mia Lazio. Appresi dell’ufficialità grazie all’Ultima Ora di Televideo. E mi emozionai.

Paul Gascoigne sarebbe stato il primo tassello di una Lazio che sognava di diventare grande. Mancavano poche settimane e poi lo avrei finalmente abbracciato e fatto mio. E invece no. Il 18 maggio 1991, mentre la Lazio perdeva 2 a 0 a Milano contro l’Inter, Gazza stava per scendere in campo per l’ultima volta con la maglia del Tottenham. Contro il Nottingham Forest, a Wembley. Finale di FA Cup. Ero a casa del mio amico Daniele quel pomeriggio, quando “Tutto il calcio minuto per minuto”, sottofondo alle nostre partite al computer, annunciò l’infortunio di Gazza. Rimasi impietrito. Si parlava di legamento crociato. Si parlava di un anno di stop. UN-ANNO-DI-STOP. La Lazio decide di aspettarlo e io con lei. E il poster in cui lui è vestito da cowboy che il Corriere dello Sport regala ai suoi lettori diventa un feticcio nella mia cameretta.

Passano i mesi e in un mercoledì di fine settembre del 1992, vestito a festa, sotto il classico diluvio romano che sancisce la fine dell’estate, mi ritrovo in Distinti Nord, con tanto di macchinetta fotografica, insieme a mio fratello, per festeggiare il suo ritorno al calcio giocato proprio contro il suo Tottenham. E’ Roma ma sembra Londra. E allora a Gazza bastano dieci minuti per mettere il pallone alle spalle di Walker, sfruttando un comodo assist di Thomas Doll. “Incredibile!! Proprio lui!!!” ripeterà cento volte Sandro Piccinini, ossia ogni volta che farò rewind per rivedere la registrazione della partita. E quattro giorni dopo, arriva anche l’esordio in Serie A. Contro il Genoa. E io sono là. E sono là anche contro il Parma, quando la forma fisica è migliore, lui è più sciolto. E contribuisce alla vittoria per 5-2. E sarò lì ogni volta. Ogni domenica. Inseguendo una Passione senza fine.

Il colpo di fulmine, per una proprietà transitiva che non conosce regole, si trasforma così in amore puro. Per il primo bacio, però, devo attendere ancora un po’. Come in tutti gli amori sofferti. E’ una domenica di fine novembre. C’è il Derby. In Curva Sud, i romanisti espongono uno stendardo con su disegnata una carrozzella da invalido e la scritta “It’s ready for you, Gazza”. E Gazza si fa trovare pronto, a pochi minuti dalla fine, su una punizione scaraventata in area da Signori. Il contrasto biondo con Silvano Benedetti premia il nostro idolo. Il colpo di testa è perfetto e finisce alle spalle di Zinetti. Uno pari. E corsa senza direzione che termina sotto la Nord impazzita di gioia. Grazie, Gazza, Grazie. Il poster di quel goal, pubblicato da Lazialità va a fare compagnia a tutti gli altri, sulla parete della mia cameretta.

Passano gli anni, io mi diplomo e parto militare. In quelle notti venete e senz’alba, comincio a scrivere. Tanto. Riempio blocchi e fogli. Invento storie. E poi le chiudo nel cassetto. Non c’è Facebook che mi dà un riscontro immediato con i like. E quel cassetto è lo scudo della mia timidezza. Di cui non ho ancora la chiave. E dentro quel cassetto, tra i tanti, c’è un racconto dedicato proprio a Paul Gascoigne. L’amore calcistico della mia adolescenza. Nel 1999, la nostra cagnolina partorisce. E’ maschio. Sono indeciso su due nomi. Cholo o Gazza. Ma l’amore calcistico di una vita ha la meglio sull’infatuazione del momento. E Gazza cresce con noi, compagno fedele, sbarazzino e affettuoso. Arriviamo al 2001, il Guerin Sportivo, a gennaio, pubblica un inserto in cui scrittori e giornalisti raccontano il proprio mito calcistico. Quell’inserto si chiama “Io e Lui”. E io ho in Paul Gascoigne il mio “Lui” calcistico. E allora, prendo il coraggio a due mani. Apro il cassetto. E attraverso la mia mail, gazza4ever@yahoo.it, invio al Direttore del Guerino di allora, Ivan Zazzaroni, il mio racconto su di Lui, “Parliamone, Paul”. Lo mando così, senza aspettarmi nulla. Quando però, due settimane dopo, lo vedo pubblicato in seconda e terza pagina nella Posta del Direttore, le mani mi tremano e gli occhi si bagnano. Il commento che lo accompagna è il seguente: “L’ho pubblicato, caro Alessandro, perché non è un “Io e Lui”. E’ qualcosa di più.” Ed è una di quelle frasi che non scorderò mai.

Come il primo “Ti amo”, per intenderci. Sono entrato da poco in una grande multinazionale. E’ il mio primo lavoro serio e ufficiale. Ho venticinque anni e tanto entusiasmo. Un mio collega, romanista ma amante del Calcio come me, compra il Guerino dove c’è il mio articolo e lo porta in negozio. Quell’articolo finisce nelle mani del mio capoarea di allora che rimane colpita da ciò che avevo scritto e, sfruttando una condivisione ante litteram, molto prima di Facebook, lo ripubblica su un bollettino aziendale che arriva in tutti i negozi dell’azienda per cui lavoravo. Non può fare copia e incolla. Lo ricopia a mano. Parola per parola. Da quel momento, per i miei colleghi di tutta Italia, divento “quello che ha scritto quell’articolo meraviglioso su Gascoigne”, divento quello con cui parlare di Calcio in modo passionale e romantico, e divento un po’, lo ammetto, il prediletto del mio capo. Sono bravo in quello che faccio. Sono un creativo.

Vado a duemila. Ma quell’articolo su Gazza mi dà quella spinta in più. E’ un po’ il Deus ex Machina della mia carriera. Mi vengono assegnate sempre più responsabilità. Compiti in cui oltre all’ingegno bisogna metterci il cuore e un po’ di creatività. Io rispondo presente e cresco. Vengo promosso Manager qualche mese dopo. La mai carriera prende il volo. Grazie a me ma anche un po’ a Paul Gascoigne. Nel 2010, Gazza, il mio cagnolino, muore. Lasciando i segni delle unghie sullo stipite di legno della porta di casa e soprattutto un vuoto che solo chi ha avuto cani, può immaginare. E che non verrà più rimpiazzato da nessuno. Tanto affetto. Ma anche tanto, troppo, dolore.

Nel 2012, dopo tanti anni, Paul Gascoigne torna finalmente all’Olimpico invitato dalla Lazio. La sua Lazio gioca contro il suo Tottenham. Un buon motivo per andare incontro al passato a braccia aperte. Il fuoriclasse, però, ha lasciato il posto all’alcolizzato. Il clown si è tolto la maschera ed è rimasto solo un uomo di quarantacinque anni prigioniero dei suoi demoni e dei suoi vizi. Ma la gente Laziale lo ama ancora. E va allo Stadio, quella sera, per dimostrargli quanto è stato importante, quanto gli ha voluto e gli vuole ancora bene. Perché il tempo passa, ma l’Amore, quello vero, resta. E io sono di nuovo lì. Come tutti. Ma forse, un po’ di più degli altri. In Tribuna Tevere, il mio Nirvana da tifoso.

Con addosso la maglia dedicata a lui e lo sguardo di chi non vede l’ora di commuoversi di fronte a quell’uomo così strano e fragile. Così incredibilmente autodistruttivo. Un uomo che avrebbe potuto avere il Mondo ai suoi piedi e che invece da quel mondo si è fatto schiacciare. La sua passerella sotto la Nord, con gli occhiali finti, è qualcosa di struggente e definitivo. E’ il posto in cui il presente ritrova il passato. Il momento in cui un uomo allo sbando capisce quanto amore c’è. Ancora. Intorno a lui. “Lionhearted, headstrong, pure talent, real man…still our hero.” è il saluto della Nord. Sì, Paul Gascoigne è ancora il nostro eroe. Il mio Eroe. Anche se di anni ora ne ho quarantuno. Anche se non lavoro più per l’azienda in cui feci carriera. E anche e soprattutto, perché io, come lui, ho alternato trionfi a sconfitte.

Come lui, sono caduto e mi sono rialzato. Come lui combatto ogni giorno contro i miei demoni. Che non sono subdoli e tentatori come possono essere l’alcol e la droga, ma stanno lì, ben presenti, a farmi compagnia. Perché Paul Gascoigne, per me, è stato tutto. E forse anche qualcosa di più. E’ stato un poster in camera, un VHS da conservare, una t-shirt da collezionare, un articolo da ritagliare, un libro da rintracciare, un racconto da incorniciare, il doppiopasso da imitare. Paul Gascoigne è stato l’eroe dei miei pomeriggi. Il leit motiv della mia vita sportiva. Il ricordo più puro e struggente del mio essere tifoso. Paul Gascoigne è stata una lunghissima e bellissima Storia d’amore. Che iniziò per caso grazie ad una rivista di videogiochi, ventisette anni fa, continua fino ad oggi e proseguirà fino a domani, fino a dopodomani. Per sempre. Perché se è vero che in un viaggio non conta la meta ma quello che si prova durante, Paul “Gazza” Gascoigne, per me, è stato il miglior compagno di viaggio possibile. “E per questo, non finirò mai di ringraziarti. Grazie, Gazza, Grazie.” Ti voglio bene.

QUEL CHE RESTA

C’è stato un momento ieri in cui, lo ammetto, ho avuto le lacrime agli occhi. E non è stato quando l’arbitro ha messo la parola fine al campionato della Lazio. No. Perché il mio essere tifoso prescinde, fortunatamente, dal risultato finale. E poi mica stavamo andando in serie B, no?

Dicevo, c’è stato un momento in cui mi sono commosso. Ed è stato quando la tifoseria Laziale ha mostrato a tutta Italia, per l’ennesima volta, come si trasforma il settore di uno Stadio in un’opera d’arte. Un’opera d’arte di cui io ero un piccolo tassello blu. Ecco. In quel momento la mia stagione è finita perché avevo completato il mio dovere di tifoso. E una lacrima catartica è scesa per dirmi che comunque sarebbe andata, avevamo fatto il massimo.

Perché prima di fare i processi a questa Lazio, bisognerebbe ricordare da dove si è partiti. Dalle poche aspettative che molti riponevano nella squadra e nella società. Dagli undicimila abbonati. Perché era il famoso secondo anno. Perché senza Keita non si poteva giocare. E via discorrendo. Gli stessi che ieri sera sono ricicciati fuori. Perché pare non aspettassero altro.

Però questa Lazio ha smentito tutti. Così bella e incosciente, ha mostrato per lunghi tratti il gioco più bello in Italia e se l’è giocata su tutti i fronti a testa alta.

Il rammarico per non essere andati in Champions c’è, ci mancherebbe. Gli errori ci sono stati e da questi si dovrà ripartire. Ma non si dica che questa squadra non ha fatto il salto di qualità perché sareste in malafede.

Perché questi ragazzi si sono arresi solo ad un potere che ha cercato in tutti i modi di frenarne l’incredibile corsa. Una classe arbitrale marcia e in malafede. Senza dimenticare gli attacchi mediatici subiti per il caso figurine. C’è stato un momento in cui, a sentire l’opinione pubblica, tifare Lazio era diventato un marchio d’infamia come la lettera scarlatta.

Resta quindi l’amarezza finale ma restano soprattutto negli occhi e nel cuore i goal di Immobile, le magie di Luis Alberto, lo strapotere di Milinkovic-Savic, il goal di Murgia in Supercoppa, la generosità di Lulic, il carisma di Leiva, la Lazialità di Inzaghi.

Resta una squadra che ha riportato allo Stadio una tifoseria.

E questo, al netto dei risultati, dei goal fatti, delle vittorie, resta il successo più grande di questi ragazzi.

Perché per anni abbiamo chiesto e cercato una Lazio che straripasse di Lazialità e non saranno i sei minuti di Salisburgo o i cinque minuti di ieri sera che devono far cambiare idea su questa squadra e su questo Mister.

Perché quelli che oggi criticate, sono gli stessi che vi hanno convinto a tornare allo stadio. Gli stessi che vi hanno fatto esultare per più di cento volte quest’anno.

Chiudo citando tre frasi che mi stanno particolarmente a cuore e spiegano più di tutte l’essenza del tifoso. O almeno quello che per me dovrebbe essere. Una è di Alessandro Tonno, storica voce del tifo biancoceleste: “sorrido perché in fondo starò male due, tre, giorni, forse più, ma alla fine me metterò tutto alle spalle, così come faccio nella vita di tutti i giorni. Gioie e dolori arricchiranno la mia storia, a me interessa vivere di emozioni, di sbagli, di scelte, non mi interessa campare. Andrò sempre allo stadio con lo stesso spirito, ossia quello di divertirmi, andrò per il piacere di stare nella mia comunità, per sostenere la mia squadra. Non cerco nel calcio rivincite sociali, scegliendo la Lazio ho scelto la mia giusta dimensione. Una vita per la Lazio, la Lazio per la vita.”

La seconda e la terza la prendo in prestito da quel meraviglioso Vangelo calcistico che è “Febbre a 90º”. E con queste mi congedo a livello calcistico per questa stagione.

“Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.”

“E la cosa stupenda è che tutto questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio, che male c’è in questo? Anzi, è piuttosto confortante, se ci pensi.”

Ecco.

Se tifare una squadra di calcio è confortante.

Tifare Lazio è bellissimo.

Anche e soprattutto quando va come non vorremmo che vada.

BUONE VACANZE LAZIO

BUONE VACANZE LAZIALI

“MA QUANTO CORRI, LEO?”

Il Mister è teso. Cerca di spronarci ma si vede lontano un miglio che non vede l’ora che finisca la partita. In un modo o nell’altro. Eppure noi siamo il Milan, la squadra più titolata d’Italia. Accanto a me ci sono ragazzi come Zlatan, Clarence, Massimo, Christian. Gente abituata a stare sotto pressione. E a vincere. Ma lui è Massimiliano Allegri. È un Mister senza la giusta esperienza. E noi lo sentiamo che sta per confrontarsi con un avversario più grande di lui. Il Barcellona. La squadra più forte del mondo. Dove gioca Leo Messi. Il giocatore più forte del mondo. Io sono Alessandro Nesta. E sono stato il difensore più forte del mondo.

Scendiamo in campo con ancora nelle orecchie le ultime parole del Mister: “È importante non prendere goal, ragazzi…”

Questo deve essere il nostro credo, oggi. Per noi che siamo cresciuti dominando, è un passo indietro. Mentale più che tattico. Perché noi siamo il Milan.

“…e mi raccomando il raddoppio di marcatura su Messi. È fondamentale.”

Fondamentale. Fondamentale. Fondamentale. E i suoi occhi attraversano i miei, quelli di Philippe, Antonio, Daniele, Massimo, Luca. Sei uomini. Dodici occhi per due gambe. Argentine e corte. Ma imprendibili.

Fino a qualche anno fa, lo avrei fermato da solo. Magari lasciandolo andare via per poi riprenderlo in scivolata. E pettinarmi subito dopo. Fino a qualche anno fa. Certo. Il tempo passa, però. Per tutti.

Entriamo a San Siro. C’è il pubblico delle grandi occasioni. Record assoluto di presenze. Ce lo ha detto il dottor Galliani prima del match. Ma quello non è un problema. Mi preoccupano solo quelle gambe argentine e corte.

Il Barcellona è perfetto nel suo blaugrana. Elegante e storico. Noi abbiamo la maglia bianca delle grandi occasioni e dei grandi trionfi. Quella degli Invincibili.

Suona l’inno della Champions League e mi guardo intorno. San Siro può far paura. Ti può uccidere ed esaltare. Io sono morto e risorto varie volte. Non mi fa più paura. È casa mia, ormai. E la mente vola via. A quel pomeriggio d’aprile di diciotto anni fa. Il campo di calcetto dove stavamo facendo una partitella di allenamento. Io, giovane, talentuoso difensore della Primavera laziale. E Paul Gascoigne. L’idolo di una tifoseria intera. Lui mi entra male. Duro. E si rompe tibia e perone. Io sto sotto shock. La Lazio e i Laziali perdono il suo idolo. Il giorno dopo, finisco su tutti i giornali. “Il giovane Nesta rompe Gazza”. Amen.

Salutiamo gli avversari. Incrocio i suoi occhi. Lui è un finto umile. Consapevole della propria forza e della propria superiorità. Mi saluta con il capo. Ci conosciamo già. Ma questo è un duello definitivo. Quelli di qualche mese fa erano solo scontri tra due squadre consapevoli di superare entrambe il girone a braccetto.

Ci sistemiamo in campo. Mi sistemo i capelli lunghi. Quei capelli che mi hanno accompagnato per una carriera. Mi abbraccio con Ambro. Cerco lo sguardo di Philippe. Scambio un cenno d’intesa con Antonini e con Bonera. Faccio il pollice a Christian in porta. Sono pronto. E dove non arrivo io, sono sicuro che arriverà un mio compagno.

A raddoppiare. Raddoppiare. Raddoppiare. Come vuole il Mister. L’arbitro fischia l’inizio. E il Barcellona comincia il suo giochetto di passaggi. Che mi snervano. Xavi, Keita, Xavi, Iniesta, Xavi, Busquets, Iniesta, Xavi. E palla a Messi che fa il primo scatto della sua partita. Veloce. Imprendibile.

“Ma quanto corri, Leo?”

Lo fermo non senza difficoltà. Passo la palla a Massimo. Mi pettino. E una è andata.

Attacchiamo noi. E la carriera mi passa davanti. La Lazio mi passa davanti. Finale di Coppa Italia, quattordici anni prima. Lazio contro Milan. Strano il destino. Abbiamo perso uno a zero all’andata con un goal di Weah all’ultimo minuto. Al ritorno, Albertini segna su punizione dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo. Zero a uno. E tutti a casa. Poi, però, si accende il Mancio. Che è sempre stato come quegli amici più grandi che ti risolvono le situazioni più difficili e sanno sempre ciò che fare nei momenti di difficoltà. Mancio fa segnare Gottardi. Poi, Jugovic lancia Guerino che viene steso da Maldini. Calcio di rigore. Vladimir non sbaglia mai un colpo. Non per niente, lo chiamiamo “Mezzasquadra”. Lo Stadio diventa una bolgia. C’è un calcio d’angolo. Io vado in area di rigore. Anche se non ho mai segnato. C’è una mischia. Fuser prova a buttarla dentro. C’è una respinta, la palla resta lì. Arrivo io. E gonfio la rete. Capitano, io capitano. Che sarò, dopo quella sera. Esulto con il dito alzato e non ci capisco più niente. Diego alza la Coppa Italia al cielo. E settantamila tifosi la alzano con noi. È il primo trofeo di una lunga serie. Ma Xavi ruba palla. E io torno collegato a San Siro. Xavi, Iniesta, Busquets, Sanchez, Messi, Iniesta, Xavi. Poi Messi che riparte. Ma lo chiudiamo in due. Philippe e io. Il Mister ci dice bravi. Perché abbiamo chiuso bene gli spazi. Cominciamo a soffrirlo. Ma resta innocuo. Due per uno. Nemmeno al supermercato del calcio, fanno offerte così. Christian rilancia. Massimo salta di testa. Kevin Prince la prende e imposta l’azione. Io volo a Birmingham. Villa Park. Lazio contro Maiorca. Ultima finale di Coppa delle Coppe della Storia. Siamo uno pari. Bobo Vieri ha fatto un goal impossibile ma i rossi di Cuper hanno pareggiato poco dopo. Mancano pochi minuti alla fine. Quando Vieri si avventa su un pallone sporco e la prepara per Pavel. Che la infila all’angolo. E mi fa alzare l’ennesimo trofeo. Con la maglia gialla e nera.

Xavi, Iniesta, Busquets, Puyol, Dani Alves, Sanchez, Xavi. Non finiscono più. Keita, Iniesta, Messi, Iniesta, Xavi, Messi, Xavi. Messi. Messi. Messi. Mi fa male la schiena.

“Ma quanto corri, Leo?”

Gli tiro la maglia. È piccolo, veloce. Argentino. E imprendibile. Lo fermo insieme a Daniele. Lo fermo. E mentre passo la palla a Kevin Prince, ripenso a Montecarlo e al goal di Salas contro lo United. Siamo la squadra più forte d’Europa. Ci manca solo lo Scudetto. Io, Capitano di una squadra di Capitani. Sono cose che Capitano. Luca, Paolo, Nestor, Giuseppe, Sinisa, Matias, Diego Pablo, Juan Sebastian, Pavel, Roberto, Dejan, Marcelo, Alen. Carisma, tecnica, ego all’ennesima potenza. Mister Sven che miscela il tutto. Il trionfo è dietro l’angolo. Ma l’arbitro fischia la fine del primo tempo. Zero a zero. Abbiamo tenuto. Chiuso. Raddoppiato. E limitato i danni.

Tanti anni fa, il Milan di Capello ne fece quattro al Barcellona di Crujiff in finale di Coppa Campioni. Ora noi stiamo elemosinando uno zero a zero. E proteggendolo con le unghie. E siamo sempre il Milan e loro sono sempre il Barcellona. Loro erano sempre blaugrana e il Milan aveva sempre la maglia bianca.

Negli spogliatoi, il Mister ci fa i complimenti per la fase difensiva ma dice che dobbiamo essere più incisivi in avanti. Zlatan è nervoso. Vuole segnare a tutti i costi. E chiudere il suo conto personale con Guardiola.

Mentre il Mister parla, ripenso a quel giorno di Maggio. Ai tre goal alla Reggina. Al diluvio di Perugia. Al goal di Calori. All’Olimpico invaso e in estasi. A me che sono il Capitano dello Scudetto. Romano e Laziale. Il massimo della vita. Penso al Mister in lacrime che dice: “Si deve credere sempre”. Al trionfo di una vita. A noi nudi nello spogliatoio che saltiamo e cantiamo. Penso che un sogno così non ritorni mai più.

“L’arbitro fischia l’inizio del secondo tempo. E loro ricominciano. Lo chiamano “tiki-taka” ma sembra una goccia cinese. È una tortura lenta e costante. Xavi, Iniesta, Xavi, Busquets, Sanchez, Keita, Puyol, Alves, Xavi, Messi. E poi ancora Xavi, Iniesta, Busquets, Xavi. San Siro li applaude e li teme. Dottor Jeckyll sportivo e Mr. Hyde tifoso. Pubblico esigente e mai sazio di vittorie e trionfi.

Attacchiamo noi. Zlatan vuole lasciare il suo segno. La sua Zeta sulla partita. Mentre io ripenso al Derby. Non ai quattro derby consecutivi. Non alla punizione di Veron. No. A “quel” Derby. E a quella difesa a tre mai provata. A Dino esterno di centrocampo. A noi che ci guardiamo intorno stupiti. A Montella che mi vola intorno tre volte in pochi minuti. E mi uccide. Lui piccolo aeroplano giallorosso. Io kamikaze biancazzurro. Mi costringe alla resa nell’intervallo. Scappo. E sbaglio. Fernando mi aggredisce. Io sto sotto shock. Ho la fascia al braccio. Ma non la sento mia. Non quel giorno. E sbaglio. Sbaglio. Sbaglio. Ma chi non sbaglia? Pure Messi sbaglia uno stop e la palla finisce in fallo laterale. Io ritorno sulla terra.

Leo è un UFO. Da vicino ancora di più. Mi costringe a scatti che il mio fisico non può più permettersi. La schiena mi chiede aiuto. Le gambe vanno da sole. Ma non ce la fanno a stargli appresso. Nonostante tutto lo contengo. Con la malizia e l’esperienza. E con l’aiuto dei compagni.

“Ma quanto corri, Leo?”

Lui mi guarda, capisce e sorride. Il Calcio è una lingua internazionale. Guardo il tabellone e vedo che mancano cinque minuti. Zero a zero. Non abbiamo segnato. Ma non abbiamo nemmeno preso goal. Questo era il nostro obiettivo.

Proviamo l’ultimo affondo. E io mi ritrovo al 31 di agosto del 2002 a Formello. Manca poco alla fine del calcio mercato. Mi chiama il nostro Direttore Sportivo. Sono stato venduto per salvare la Lazio. Salvare la Lazio. Salvare la Lazio.

Shock.

Rewind.

Montella che mi uccide. Lo Scudetto del 2000. La Supercoppa con lo United. La Coppa delle Coppe. La Coppa Italia e il mio goal. La fascia di Capitano. L’esordio in serie A. L’infortunio di Gascoigne. La prima maglia biancoazzurra. La mia vita a ritroso. Tutta davanti in pochi secondi.

Non posso rifiutare. Devo accettare. Per forza. La Lazio è in crisi.

Io al Milan. Hernan all’Inter.

Piango.

Finisce un Amore.

Inizia un lavoro.

E mentre Messi prova l’ultimo allungo della sua partita, trovo la forza chissà dove per fermarlo. Gli tolgo la palla. San Siro mi applaude. Passo la palla a Kevin Prince. E mi sistemo i capelli dietro le orecchie. La schiena mi urla per il dolore. Non ce la fa più. Leo corre troppo. E come lui, corrono troppo in tanti. Me ne rendo conto oggi. Di fronte alla squadra più forte del Mondo. Dico basta. Oggi. Il mio corpo me lo chiede. Me lo urla.

L’arbitro fischia la fine della partita. Zero a zero.

Missione compiuta.

Ancora una volta.

Contro il più forte del mondo.

Perché io sono Alessandro Nesta.

Il difensore più forte del mondo.

Ed ero il Capitano della mia Città.

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZO MAGGIO

Era la sera del tredici maggio del duemila. Era un sabato. E Marco andò a letto nervoso e demoralizzato. Perché Il giorno successivo si sarebbe concluso il campionato di calcio. E la conclusione stava prendendo, per il secondo anno di seguito, i contorni di una vera beffa.

La sua Lazio si presentava con un distacco di due punti dalla prima in classifica. Era seconda per la seconda volta consecutiva alla penultima giornata. E in Marco era ancora vivo il ricordo della beffa dell’anno precedente. Per questo e per quello che era successo la domenica prima in Juventus Parma, Marco riponeva poche speranze negli ultimi novanta minuti da giocare contro una Reggina che non aveva nulla da chiedere al torneo. I tre punti erano già in cascina mentre la Juventus sarebbe scesa in campo al “Curi” di Perugia di Carlo Mazzone, romano e romanista. I proclami di Luciano Gaucci, presidente umbro, che garantiva trasparenza e impegno della sua squadra mal combaciavano con quello che era successo l’anno prima, quando il Perugia lasciò campo, vittoria e Scudetto al modesto Milan di Zaccheroni.

Per quello, e per tante altre cose, Marco non ci credeva più.

Lui, nato l’anno dopo lo scudetto del settantaquattro, era diventato Laziale per tradizione di famiglia. Come spesso succede. E, da Laziale, ne aveva viste e sentite di tutti i colori, arrivando a credere che tifare Lazio era una più un atto di fede che una questione di tifo e basta.

In fondo, lui era cresciuto negli anni ottanta. Anni sbagliati, o forse no, per diventare tifoso della Lazio.

“Cosa resterà di questi anni 80?” cantava Raf. E proprio gli anni ottanta regalarono alla Lazio poche gioie e molti dolori.

Appena superata la metà del decennio, infatti, la Lazio, appena salvata dal fallimento grazie all’imprenditore Gianmarco Calleri, fu coinvolta nello scandalo scommesse. O meglio, per dirla tutta, solo un suo giocatore, Claudio Vinazzani, risultò indagato. Ma la responsabilità oggettiva della società portò ad una retrocessione in serie C, trasformata, successivamente, in una penalizzazione di nove punti. Che, per molti, aveva il sapore di una retrocessione posticipata.

Sembrava l’inizio della fine.

Fu invece il trampolino per ritornare a vivere.

Salvatasi dai meno nove alla fine di una stagione drammatica, l’anno successivo ottenne la promozione in serie A. E da quel momento, finalmente, arrivò quella stabilità che tanto era mancata nelle ultime due decadi, fatte più di nadir che di zenit.

All’inizio degli anni novanta, poi, un imprenditore romano e Laziale di nome Sergio Cragnotti rilevò la società e iniziò un processo di crescita che portò la Lazio a lottare con le più importanti squadre d’Europa, grazie a investimenti sempre più importanti.

Per Marco, si aprirono così nuovi orizzonti da tifoso. Finalmente, il suo amare a prescindere cominciò a raccogliere i meritati frutti.

Arrivarono una Coppa Italia vinta contro il Milan, una finale di Coppa Uefa persa contro l’Inter a Parigi, arrivarono la Coppa delle Coppe vinta contro il Maiorca e la Supercoppa Europea vinta contro il Manchester United. E Marco fu sempre presente. Nel trionfo e nella sconfitta.

Ma mancava lo Scudetto. E sembrava fosse irraggiungibile. Perché era troppo difficile sconfiggere un certo potere italiano. Marco ne era sempre più convinto. Per questo, dopo aver salutato la foto del padre scomparso due anni prima poggiata sul comodino, spense la luce deluso e amareggiato. Lui così ottimista e idealista si scontrava per il secondo anno di fila con il cinismo dei poteri forti. Quello che era successo la settimana precedente a Torino era il segnale che faceva il paio con l’arbitraggio dell’anno prima a Firenze. Era tutto deciso. Non c’era nulla da fare. Non c’era spazio per la Lazio in Italia. Questa, dall’alto dei suoi venticinque anni, era la sua più grande sconfitta. Decise, così, di andare incontro a Morfeo, il Dio del Sonno però. Non il fantasista talentuoso scuola Atalanta che già si stava perdendo in un Calcio più grande di lui.

Non era sveglio.

Di questo ne era certo. I contorni della stanza erano sfocati, travisati da un’atmosfera onirica. Era nel letto ma non era sveglio quando due uomini sulla trentina gli si avvicinarono. I contorni del viso e del corpo erano sfocati. Non riusciva a vedere chi fossero. Però si avvicinavano verso di lui. E si fermarono a bordo letto. Quando si fecero più nitidi e vivi. Se così si potevano definire. Uno era biondo, l’altro era moro. Entrambi avevano i capelli un po’ lunghi e mossi. Marco non sapeva che pensare.

Si alzò con la schiena sul cuscino. Cercò di accendere la luce sul comodino ma il comodino non c’era più. C’era solo il letto e la stanza non aveva pareti. Sembrava uscita da una canzone di Gino Paoli.

“Chi siete?” chiese spaventato Marco.

Non riusciva a inquadrare il loro viso.

“Ciao Marco, siamo tuoi amici…”- il biondo aveva un accento milanese che lo infastidiva un po’.

“…e siamo venuti per raccontarti due storie…le nostre storie…”- il moro si esprimeva in dialetto romagnolo.

Ma i volti erano ancora troppo poco definiti.

“…sicuramente ci conosci, di nome o di fama…purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista…” – proseguì il biondo.

“…e siamo qua perché ti abbiamo sempre seguito a distanza…ci ha colpito la tua passione, il tuo modo di amare la tua squadra del cuore, in modo puro e totale….”- il moro lo stava coinvolgendo.

“…ma sono un po’ di giorni che ti vediamo giù…triste…svuotato…nervoso…”- il biondo continuava.

“…siamo qui per ricordarti che il vero laziale non molla mai…il vero laziale ne ha passate tante…troppe…e se sta ancora qui, a combattere e a sperare che domani succeda qualcosa di speciale…romantico, direi…è perché ha dentro una forza morale che non l’abbandona mai…”- il moro proseguiva.

“Abbiamo conosciuto un signore qualche tempo fa dove siamo ora…è un uomo serio ma di spirito, un Laziale come te…ci ha chiesto di seguirti…si chiama Mario, è il tuo Papà…”

Marco si commosse. Non sapeva cosa pensare ma stranamente si fidava.

Parlavano di Lazio. Conoscevano il suo papà morto due anni prima per colpa di un brutto male. Bastava quello.

“Vieni con noi…” – gli dissero all’unisono.

Marcò si alzò dal letto. Si avvicinò a loro. Una luce fortissima investì la stanza. Come il flash enorme di una macchinetta fotografica. Quando la luce scomparve, la stanza non c’era più.

C’era, però, lo Stadio Olimpico. Pieno di gente. E c’erano maglie attillate, pantaloni a zampa d’elefante e colletti extralarge.

Era il dodici maggio del millenovecentosettantaquattro. Era il giorno di Lazio Foggia. Il giorno dello scudetto.

Marco si girò verso l’angelo biondo.

“Ma tu, quindi, sei Luciano…Luciano Re Cecconi…”

“Si…sono io…” – e i lineamenti presero forma. Mostrando quel viso semplice ma tenace. Simpatico ma deciso.

Sì, era Luciano Re Cecconi. “Cecco Netzer” come lo avevano ribattezzato i tifosi, perché con il suo dinamismo e la sua chioma bionda ricordava il mediano dell’allora fortissima Germania Ovest, Gunter Netzer.

Era Luciano Re Cecconi. L’idolo del suo Papà e di tutti i Laziali. Colui che, complice un destino maledetto passò dalle pagine della cronaca sportiva a quelle della cronaca nera nel giro di poche ore.

Era Luciano Re Cecconi, l’angelo biondo, e portò Marco ad assistere al suo più grande trionfo sportivo.

“La prima storia che ti voglio raccontare è la storia di un Sogno spezzato e rimandato all’anno successivo. La storia di una squadra pazzesca. E di un uomo eccezionale…”

“Tommaso Maestrelli…” lo interruppe Marco.

“Si…un uomo eccezionale…era stato il mio allenatore a Foggia e lo seguii con entusiasmo nella sua avventura a Roma…tutti si ricordano lo Scudetto ma il vero capolavoro lo facemmo l’anno prima, con la Lazio appena promossa dalla serie B. Una cavalcata fantastica terminata sul più bello, all’ultima giornata, quando “qualcuno” decise di vendere il proprio onore e di consegnare lo Scudetto alla Juve…”

“Già…la Juve…come quest’anno…”

“Già…però cosa abbiamo fatto noi, l’anno dopo? Non mollammo…anzi…eravamo ancora più carichi e vogliosi di prenderci ciò che ci era stato tolto…eravamo imbattibili…pazzi furiosi e nemici in allenamento, un blocco unico la domenica in campo con il Mister che sapeva consigliarci e guidarci e che ci trattava come figli…beh…forse a Giorgio concedeva qualcosa di più…però andava bene così…tutti per uno e uno per tutti…come quella volta che, sotto di un goal contro il Verona alla fine del primo tempo, decidemmo di non fare l’intervallo e di aspettare in campo, già schierati ai nostri posti, gli avversari. Per intimidirli. Non ci fu partita: finì quattro a due in rimonta. Quello era lo spirito che animava quella squadra. Questo è il senso di ciò che voglio dirti, io, oggi: non dare per scontato il risultato di domani. Quello che è stato lo scorso anno non conta più. Domani sarà un’altra partita. Vai sicuro e orgoglioso della tua fede e dei tuoi colori e credi sempre…Sempre…e ora goditi lo spettacolo…” chiosò Luciano.

Marco si trovò in Tribuna Tevere. Proprio all’altezza del suo posto allo stadio ogni domenica. Al suo fianco Luciano e l’angelo moro di cui non riusciva a vedere i lineamenti e che se ne stava in silenzio.

Re Cecconi era spettatore in tribuna e giocatore in campo. La Lazio aveva bisogno della vittoria per centrare il trionfo. Il Foggia, l’ex squadra di Maestrelli e Luciano si giocava la permanenza in serie A. Strani incroci che solo ai Laziali potevano capitare. Lo stadio era stracolmo. Pronto ad assaporare, per la prima volta sulla sponda biancoceleste, il sapore dello Scudetto.

La Lazio di Maestrelli era la versione italiana del tanto famoso e glorioso calcio-totale di scuola olandese. Si schierava con Pulici, Petrelli, Martini, Wilson, Oddi e Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi e D’Amico. Mischiava tecnica e dinamismo. Furore e classe. Era invincibile.

Chinaglia era il leader e il centravanti di sfondamento. Viveva per il goal e voleva sempre il pallone. A costo di litigare con tutti i compagni di squadra. Nella vita di tutti i giorni, andava in giro con una 44 Magnum. Era l’Ispettore Callaghan dell’area di rigore avversaria.

D’Amico era il genio e la sregolatezza, giovane promessa del calcio italiano, aveva un talento pari alla sua anarchia in campo come nella vita.

Re Cecconi era il dinamismo e il coraggio. Colui che abbinava quantità e qualità senza mai fermarsi un attimo. Era il miglior poster di questa squadra. E l’unico facilmente individuabile grazie al suo casco biondo.

Marco vide il rigore di Chinaglia al sessantesimo. Vide uno stadio esplodere. Si emozionò come mai gli era successo. E pensò che lì, da qualche parte tra gli ottantamila spettatori, c’era suo padre Mario, che tante volte gli aveva raccontato di quel giorno e di quante emozioni uno scudetto poteva portare.

E pianse ancora di più. Nel rivivere emozioni del passato che sembravano così attuali.

Quando l’arbitro Panzino di Catanzaro fischiò la fine la catarsi emotiva esplose in tutta la sua bellezza. Il sogno si avverava. Luciano, il mister Maestrelli e la squadra tutta ci avevano creduto fino alla fine. Un sogno nato sulle ceneri della delusione dell’anno precedente.

Un sogno che si era avverato perché, da veri laziali, non avevano mollato mai.

Marco si girò verso Luciano. Lo abbracciò mentre le lacrime ancora scendevano copiose e lo ringraziò per avergli fatto vivere quelle emozioni.

Luciano ebbe una smorfia di dolore.

“Non stringere forte, piccolè…” – lo redargui sofferente – “…non ti dimenticare che…” e gli mostrò, spostando la maglietta che gli copriva il petto, quella ferita che fu la fine di tutto.

Quella tragedia che interruppe per sempre la corsa di “Cecco Netzer”.

Ci fu di nuovo un flash. Un bagliore di luce accecante.

Quando tutto svanì, rimase il cielo e un ambientazione di montagna.

C’erano un campo sportivo con al centro i giocatori della Lazio. Attaccati alle reti, c’erano i tifosi. E un brusio del quale Marco riuscì a intuire solo alcune sporadiche parole: “Con nove punti di penalizzazione, era meglio la retrocessione diretta…”

Era l’estate dell’ottantasei. I Mondiali in Messico erano passati da poco. Paolo Rossi era un ragazzo come Venditti.

Marco e i suoi due angeli si trovarono a Gubbio, sede del ritiro della Lazio.

Sulle tribunette del campo sportivo, mischiati tra gli altri tifosi, Marco si apprestò a conoscere l’angelo moro.

“Ciao Marco, la seconda storia di oggi è dedicata a un gruppo di ragazzi e al suo allenatore che, quando il Destino sembrava li avesse condannati a una morte calcistica sicura, ebbero la forza di schienare le avversità e di riportare in alto l’aquila biancoceleste….è la storia di una rimonta e di una vittoria all’ultima giornata…”

I contorni del viso si delinearono.

“Ma tu sei Giuliano Fiorini…l’eroe dei meno nove…” – Marco non credeva ai suoi occhi.

“Si, sono Giuliano…ma in questa storia di eroi ce ne sono molti…a partire dal nostro Mister…”

“Eugenio Fascetti…”

“Già…un grande uomo…lo vedi ora in mezzo al campo? Sai cosa ci disse quel giorno?”

“No…”

“Beh…oggi è il giorno dopo il verdetto definitivo del processo legato al calcio scommesse…la CAF ci ha appena revocato la retrocessione ma ci ha inflitto nove punti di penalizzazione…” – Giuliano si accese una sigaretta. Fece un tiro e tossì. – “…maledetto tabacco…” – ma continuò a fumare e a raccontare – “…il Mister ci riunì al centro del campo…c’erano sgomento e preoccupazione in tutti noi…ma bastarono poche parole…semplici ed efficaci per compattarci…”

“Cosa vi disse il Mister?” – Marco era affascinato da quella situazione. Sembrava stesse vivendo nel “Canto di Natale” di Dickens. Era consapevole della realtà onirica. Ma ci si trovava bene. Era sereno.

“Ci disse le fatidiche parole: ‘Chi vuole resti…chi non se la sente può andar via subito…chi resta, però, combatte fino alla fine.”

“E voi?”

“Rimanemmo tutti…” – rispose Giuliano. Fece l’ultimo tiro e poi gettò la sigaretta per terra.

“Quella era una Lazio che aveva due palle così…” – e ne mimò la consistenza e la grandezza – “…c’erano il Mister e il suo secondo, Giancarlo Oddi…te lo conosci bene, eh, Lucià?”

Luciano sorrise e annuì. Erano stati compagni di squadra in quella squadra dello Scudetto.

“C’erano Piscedda e Gregucci, Magnocavallo e Terraneo, c’erano il muto Acerbis e il timido Poli, Marino, Caso, Mandelli, Esposito, Podavini, Camolese…eravamo mestieranti del calcio, nessun fenomeno, ma eravamo uomini veri. E se la Lazio domani si va a giocare lo Scudetto e non scomparve nelle paludi della serie C…beh…ragazzì…un po’ è merito anche nostro…”

“Già…” – Marco sorrise – “…quella Lazio me la ricordo…io avevo undici anni…mi ricordo il goal di Poli contro il Campobasso negli spareggi a Napoli che ci salvò…”

“Si…ma prima di quel goal…ci fu un’altra partita…” – lo corresse Giuliano.

“Lazio Vicenza…” – rispose Marco.

“Già…quel Lazio Vicenza…vieni…andiamo…”

E di colpo l’ambientazione cambiò.

I tre si ritrovarono di nuovo allo Stadio Olimpico. Stesso posto in Tribuna Tevere di poco prima.

Lo Stadio era gremito in ogni posto. Anche il papà di Marco c’era. Da qualche parte in curva Nord. Come sempre.

Ma stavolta l’aria che si respirava era diversa. Non c’era l’attesa del trionfo. C’era la paura della serie C. Con la certezza di sparire per sempre dal calcio che contava.

Gli ottantamila dell’Olimpico lo sapevano.

E tifarono.

E tremarono.

E sperarono.

La Lazio indossava quella che, probabilmente, rimarrà la maglia più bella della sua storia: un’aquila blu stilizzata al centro su sfondo bianco e celeste. A pensarci ora, con il senno di poi, poteva sembrare una Fenice che rinasceva dalle ceneri. Una maglia profetica.

Ma gli ottantamila che erano lì. Quel giorno. Il ventuno giugno del millenovecentottantasette non potevano ancora saperlo.

La partita sembrava stregata. La Lazio dominò e tentò il goal in ogni modo possibile. Ma il portiere del Vicenza, Dal Bianco, sembrava insuperabile.

Erano le sei del pomeriggio. Mancavano otto minuti alla fine delle speranze. Otto minuti all’inizio del dramma sportivo. Ogni miracolo del portiere vicentino veniva accompagnato da urla di disapprovazione e sconforto.

Quando.

Quando Podavini decise di provare il tiro della disperazione. La palla era indirizzata fuori dallo specchio della porta ma, in agguato, sul secondo palo, c’era Giuliano Fiorini, bomber d’altri tempi e vecchio filibustiere dell’area di rigore. L’uomo del Destino. Uno che si accendeva la sigaretta alla fine delle partite e non disdegnava un goccetto di whisky.

Giuliano arpionò la palla con il destro e se la fece scorrere tra le gambe. Si girò su stesso mandando fuori tempo l’avversario e, di punta, come solo chi ha attraversato in lungo e largo le aree di rigore avversarie, facendo a sportellate per conquistare spazio e presenza, mise la palla tra palo e portiere.

Un goal sceso dal cielo.

Fu il delirio biancoceleste.

La corsa di Giuliano Fiorini sotto la Curva Nord impazzita di gioia rimase nella storia della Lazio come il momento più catartico di sempre.

Giuliano rientrò in campo come se la partita fosse finita in quel momento. Ciondolante. Con il corpo invaso da un’adrenalina infinita.

Era il re, in quel momento.

E aveva un popolo intero in adorazione per lui.

Marco in tribuna si commosse, esultò come se non sapesse come sarebbe andata a finire. Come se fosse tutto in diretta. E abbracciò Giuliano che piangeva rivedendo se stesso.

Un corto circuito emotivo che solo i sogni potevano creare.

“Ma la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?” – la frase storica di Marzullo pronunciata alle tre di notte su Raiuno lo svegliò.

Era sicuro di aver spento la televisione prima di dormire. E, invece, la trovò accesa. E fu strano che a svegliarlo fu quella frase banale e sempre uguale. Leit motiv di tanti sonnambuli italiani.

Marco si trovò nel suo letto. Nella sua stanza. Il comodino vicino con sopra la foto di suo papà.

Nessuna traccia dei suoi angeli. Di Luciano e Giuliano.

Accese la luce.

E c’era qualcosa di strano sui muri.

Insieme ai poster di Salas e Mancini, di Nesta e Veron, di Nedved e Almeyda, idoli del presente, c’era qualcosa di diverso.

C’erano due poster che prima non c’erano.

Uno, in bianco e nero, ritraeva Luciano Re Cecconi, palla al piede e sguardo deciso.

L’altro era dedicato a Giuliano Fiorini, a colori, mentre si apprestava ad andare sotto la Nord dopo il goal contro il Vicenza.

Marco sorrise e capì.

Potenza dei sogni.

Si rimise a dormire in attesa del Sole della domenica.

Una domenica di mezzo maggio.

Arrivò allo Stadio due ore prima.

La Curva Nord avrebbe scioperato per un quarto d’ora per protestare contro un finale di campionato che puzzava di bruciato.

Gli “Irriducibili” avevano organizzato, addirittura, il “funerale del calcio italiano” con tanto di bare e processione che partiva da Piazza della Libertà.

Marco no.

Prima di quella notte si sarebbe unito anche lui ai tanti manifestanti per protestare. Ma quella notte, quella strana notte, gli portò consiglio e lo convinse a vivere quella giornata a petto in fuori e con orgoglio. Fiducioso nella sua squadra e in quel Destino che spesso si era divertito a scherzare con i colori biancocelesti. Ma che spesso, proprio quando sembrava tutto deciso, veniva sconfitto dall’Aquila biancoceleste e da quello stellone che proteggeva dall’alto il popolo Laziale.

Parcheggiò il Booster vicino al Ministero degli Esteri e si diresse verso la Tribuna Tevere.

Il cappellino degli “Irriducibili” in testa, farcito delle spillette di molte squadre inglesi, i pantaloncini al ginocchio che rendevano vivibile un pomeriggio già estivo e, come maglietta, la scelta cadde sulla replica della maglia di Giuliano Fiorini che gli regalò lo zio Luciano per il compleanno, l’anno prima.

Era perfettamente identica, con lo sponsor “Cassa di risparmio di Roma” e il marchio “Tuttisport” in rosso, sul petto. Non l’aveva mai messa. La tirò fuori dal cassetto dove conservava tutte le maglie della Lazio e pensò che, mai come quel giorno, meritava di essere indossata.

Perché se si era arrivati al maggio del nuovo secolo a giocarsi lo scudetto era, soprattutto, grazie a chi, tredici anni prima, tirò fuori la Lazio dall’Inferno.

Lo stadio si riempì. La gente tifava ma era disillusa.

I tifosi, dopo una rimonta in cui la squadra aveva recuperato sette punti nelle ultime sette giornate a una Juventus stremata, avevano paura che sarebbe svanito tutto all’ultima giornata. Come l’anno prima. E non volevano vivere un nuovo Lazio Parma.

La partita viaggiava sulle ali della monotonia quando un mani in area di rigore calabrese, portò l’arbitro Borriello a fischiare il rigore per i padroni di casa.

Dal dischetto, Simone Inzaghi portò la Lazio in vantaggio.

Passarono pochi minuti e Pancaro venne atterrato dal terzino amaranto in area di rigore. Altro penalty. E stavolta si presentò sul dischetto Juan Sebastian Veron, il tuttocampista, che non fallì. Due a zero e partita archiviata.

Intanto, a Perugia, la Juventus non riusciva a mettere sotto un Perugia arcigno e mai domo. Il che alimentava le speranze dei più ottimisti. Che non erano tanti. Ma Marco era tra questi.

In caso di parità, Lazio e Juve si sarebbero giocate lo Scudetto allo spareggio.

Era il traguardo massimo a cui i Laziali aspiravano.

Ma stava per succedere qualcosa di strano ed epocale.

Alla fine del primo tempo, la radio diede la notizia che, a Perugia, si era scatenato il diluvio universale. Cosa da non crederci visto che a Roma e, in generale, in tutta Italia, c’era un Sole che spaccava le pietre.

Sembrava la nuvola dell’impiegato tanto cara a Fantozzi.

Era molto di più.

Marco sorrise e capì.

L’intervallo all’Olimpico durò trentacinque minuti, in attesa che ricominciasse anche il secondo tempo al “Renato Curi”.

La contemporaneità degli eventi garantiva la regolarità del campionato.

Ma a Perugia non smetteva di piovere e Pierluigi Collina, il miglior arbitro del mondo, mandato dal Palazzo a gestire una partita così problematica e delicata, si trovò a prendere la più importante e scomoda decisione sportiva della sua carriera.

I giocatori della Juve, guidati dal capitano Antonio Conte, spingevano l’arbitro a rinviare il match.

Intuivano che quella era una partita maledetta e non avevano in corpo più energie a sufficienza per portare a casa i tre punti.

La zebra sentiva il fiato dell’aquila sul collo.

Il Destino si apprestava a darle il colpo di grazia.

Nel secondo tempo, Diego Pablo Simeone, il Cholo, uno dei tanti leader di quella Lazio, fissò il risultato sul tre a zero. Le orecchie di tutti posero così l’attenzione su quello che stava accadendo a Perugia.

Per Marco e per i tifosi, ci fu, però, ancora il tempo di applaudire Roberto Mancini che, sostituito a pochi minuti dalla fine, diede l’addio al calcio giocato e fu portato sotto la curva a cavalcioni dal suo amico e compagno Attilio Lombardo. Erano le sedici e quarantanove.

Quando l’arbitro Borriello decretò la fine del match dell’Olimpico, quasi in contemporanea, Collina fischiò l’iniziò del secondo tempo dopo la sospensione di un’ora.

Il campo era ancora pesante.

Ma si doveva giocare. Non si sarebbe potuto fare altrimenti. Dopo quello che era accaduto la settimana prima.

Quando Alessandro Calori, stopperone grezzo e Capitano del Perugia infilò alle spalle di Van Der Sar il goal del vantaggio dei Grifoni, l’Olimpico esplose in un boato clamoroso.

In quel momento, con quel risultato, la Lazio sarebbe stata Campione d’Italia.

Marco cominciò a piangere.

Mentre tutti si abbracciarono speranzosi, Marco si chiuse nel suo silenzio scaramantico.

Fino al giorno prima non avrebbe mai pensato che sarebbe stato possibile un evento del genere.

Ma quella notte, e quel sogno, avevano cambiato tutte le sue convinzioni. Sportive e non.

Il campo di gioco dell’Olimpico fu invaso dai tifosi. Ma, con i cancelli aperti, molta gente raggiunse lo Stadio e l’effetto visivo fu quello di uno stadio strapieno in ognidove, in campo e sugli spalti.

Alle diciassette e quarantacinque, partì il collegamento audio con “Tutto il Calcio minuto per minuto”: Riccardo Cucchi era il profeta del verbo in arrivo da Perugia. La sua voce veniva emanata dagli altoparlanti dello Stadio in vivavoce.

Sembrava la scena di un sogno.

In tribuna, i commenti erano i più disparati.

Si passava dal “Nun ce credo…” al “Male che va, se pareggiano, andiamo allo spareggio…”

Marco non proferì parola. Ma piangeva e pensava.

Pensava al papà Mario e a quanto avrebbe voluto dividere con lui questo momento.

Pensava a Luciano e a Giuliano, angeli di un sogno di metà maggio.

E pensava che, finalmente, era giunta l’ora del trionfo.

Bisognava crederci sempre.

E così fu.

Quando Collina fischiò la fine delle ostilità a Perugia, erano le diciotto e zero quattro.

Riccardo Cucchi, fiero e solenne, decretava: “La Lazio è Campione d’Italia millenovecentonovantanoveduemila, la Juventus è stata battuta a Perugia per uno a zero dalla squadra di Carletto Mazzone…la linea all’Olimpico…”

Fu il trionfo.

Gente che piangeva.

Che si abbracciava.

Che non ci credeva.

Marco guardò verso il cielo e sorrise.

Sorrise ai suoi due angeli e al suo papà che lo avevano guidato da lassù.

E, colto da tanta emotività e da tanto entusiasmo, non si accorse che, nonostante lo Stadio scoppiasse e fosse pieno come un uovo, tre seggiolini intorno a lui erano rimasti sempre vuoti e non furono mai occupati per tutta la durata della partita.

Potenza dell’amore e di un sogno di una notte di metà maggio.

QUATTRO PERSONAGGI IN CERCA DI UN GOAL

Piove su Roma. Un’altra volta. Sembra che la pioggia non debba smettere mai. Sembra quasi che la pioggia debba lavare chissà che. Chissà cosa. Per purificare la città.

Ma con questa pioggia, non fitta e lacerante come quella del Derby di qualche settimana prima, ma fastidiosa e improvvisa, Roma, oggi, sembra Milano.

E non va bene.

Perché stasera c’è Lazio Inter.

E Roma non deve fa la stupida stasera.

Luciano arriva allo Stadio alle sette e mezza. Parcheggia la sua “Mito” sulla salita del Don Orione. Vicino allo Chalet, la discoteca dove qualche lustro prima, viveva i suoi sabato sera. Quando era un trentacinquenne con un bel lavoro e tante donne ai suoi piedi.

Luciano passa davanti all’ingresso della discoteca, e ora che ne ha poco più di cinquanta, di anni, ora che ha una figlia di pochi mesi che gli ha cambiato la vita, ora che le poche certezze della sua vita sono la Lazio e gli affetti che lo aspettano a casa, beh, Luciano sorride e pensa che è felice così. Perché la vita ha i suoi cicli. E quello che sta vivendo è il suo ciclo più bello. Quello definitivo.

Si accende la sigaretta, si sistema la sciarpa biancazzurra intorno al collo, si alza il bavero del giaccone, guarda verso lo Stadio illuminato mentre la pioggia lo bagna in modo fastidioso, sorride e scende giù.

Direzione Tribuna Tevere.

Miro detto “Mito” scende dal pullman della squadra alle sette e mezza. Non ha le cuffie enormi di tanti suoi colleghi. Non ne ha bisogno per mostrarsi fashion e per isolarsi. Per cercare la concentrazione. Perché lui, concentrato, ci è nato.

Miro entra nello spogliatoio e si mette al suo solito posto. Dove i magazzinieri gli hanno già preparato tutto. La maglia numero 11 ben piegata. Gli scarpini Nike di due differenti colori. Miro si emoziona ancora, ogni volta che entra nello spogliatoio. Perché il calcio è la sua vita. Insieme alla sua splendida famiglia. Ed è per questo che per lui, ogni goal è sempre speciale e non è mai banale.

Miro si spoglia e si riveste. Cambia pelle. Si toglie i panni dell’uomo, si trasforma nel cecchino infallibile che sta guidando la propria squadra in alto.

Diventa uno dei giocatori più temuti in Italia.

Sicuramente, quello più decisivo.

Ascolta il Mister che comunica la formazione e gli da gli ultimi consigli.

“…Miro, tu gioca come sai…vieni a prendere palla e fai salire la squadra…cerca di allargare il gioco quando puoi e punta la porta…e cerca il movimento che abbiamo provato in allenamento…”

Si allaccia gli scarpini bianco e verdi, sorride, si infila la felpa da allenamento, sbatte i tacchetti sul pavimento e si incammina verso l’uscita.

Direzione campo di calcio.

Marcolino parcheggia lo scooterone al solito posto. Di fronte al Ministero degli Esteri. Sono le sette e mezza. Ha fatto tutto di corsa per arrivare in tempo. Alle sette è uscito dal negozio dove lavora in centro da pochi mesi. Con lo scooter ha eluso ogni trappola dell’infernale traffico romano di un qualsiasi sabato prenatalizio. Ed è volato allo stadio. Noncurante della pioggia che lo tormenta da giorni. Lui che è un animale delle due ruote.

Si toglie le cuffiette dell’Iphone. “Sei un Mito” degli 883 termina sul più bello. Quando lei gli dice di salire su perché non ci sono i suoi. Controlla i messaggi ricevuti sul cellulare, prima di entrare in clima partita. Risponde a Jessica, la ragazza con cui si frequenta da qualche giorno.

“Sono allo Stadio. A dopo. Se sopravvivo. Come sempre. Ciao…:-)”

Mette la catena allo scooter. Chiude il casco nel bauletto. Si sistema la sciarpa del gruppo intorno al collo. Indossa i guanti di pelle nera e il cappello della “Stone Island”. Alza gli occhi verso lo stadio illuminato in lontananza e sorride. Dall’alto dei suoi diciannove anni. E si avvia.

Direzione Curva Nord.

Stefano scende dal pullman dopo Andre. Per ultimo. Da buon Capitano. Come sempre. Soprattutto quando manca Tommaso. Stefano è sereno. Ha le cuffie in testa. Quelle enormi. Le usa per distrarsi. Per concentrarsi. A dire la verità, le hanno tutti i suoi compagni. Tutti tranne uno. Miro. Ma a lui non servono. Lo sa anche Stefano. Miro è Miro. Punto. “E oggi voglio mandarlo in porta”. Pensa tra se e se Stefano. Se lo ripromette. Mentre saluta l’autista. Che gli fa l’in bocca al lupo per la partita.

Stefano percorre il tunnel che porta agli spogliatoi. È l’ultimo del gruppo. Incrocia Juan Sebastian Veron. Che è appena arrivato allo Stadio invitato dalla Lazio.

“Ciao Sebastian…Come stai?”

“Io bene…Grazie Stefano, in bocca al lupo per stasera…”

“Crepi…eri il mio Mito…ti studiavo quando giocavi…per capire come facevi ad inventare i corridoi dal nulla…”

Veron sorride e gli stringe la mano. Stefano sorride. Ed è pronto. Entra nello spogliatoio. Entra il Mister, elegante come sempre. Che comunica la formazione.

“…Stefano tu parti alto a destra…”

Stefano è pronto. Come sempre. Comincia a cambiarsi e ripensa agli ultimi eventi della sua vita. Al carcere, alle battute gratuite, ad una stampa sempre con il dito puntato.

Pensa a tutte le rivincite che si sta togliendo sul campo. E pensa che un’altra se la toglierà stasera. Ne è sicuro.

Per questo sorride quando sale le scale.

Direzione prato verde.

Luciano compra e beve un “Caffè Borghetti” prima di arrivare ai cancelli. Gli piace il “Borghetti”. Gli ricorda gli anni passati. Quelli delle trasferte con gli amici, quelli dello Stadio con i gradoni bianchi e senza copertura, quelli in cui non bisognava avere la Tessera del Tifoso per poter seguire in modo costante la propria squadra. Quella stessa tessera del Tifoso che usa per superare il controllo ai cancelli gialli e ai tornelli interni. Una routine che affronta senza nemmeno pensarci. Proprio in quanto routine. Come tante altre cose della sua vita. Sale le scale che lo portano al suo settore. Ma prima di raggiungere il suo posto, si ferma a guardare il campo e le squadre che entrano per il riscaldamento.

Batte le mani ai suoi ragazzi. E sorride.

Fa l’ultimo tiro alla seconda sigaretta della serata e la getta via.

Sono le otto.

Luciano raggiunge il suo posto.

Miro entra in campo e va verso la Tevere correndo. Batte le mani ai tifosi che lo applaudono. È concentrato. Ancora più del solito. Questa sera è fondamentale vincere. Lui lo sa. Corre nel suo solito modo. Inconfondibile. Spalle strette. Schiena dritta. Elegante. Miro si trova bene a Roma. L’ha scelta per cercare di raggiungere il suo sogno. Superare Gerd Müller come cannoniere di tutti i tempi della Nazionale Tedesca e giocare il Mondiale in Brasile per superare Ronaldo nella classifica dei marcatori delle fasi finali dei Mondiali.

Obiettivi che ne testimoniano la grandezza, la professionalità e la motivazione. Per Miro, ogni partita è una finale. Ogni goal, una Polaroid della sua carriera. Indelebile. E a colori. Il preparatore chiama i giocatori per iniziare il riscaldamento. Miro si avvicina a Stefano. Prima di iniziare l’allungo e gli fa:

“Dammela sulla corsa, quando taglio verso l’area. Stasera ci penso io.”

E scatta con l’entusiasmo di un ventenne alla prima di serie A.

Marcolino compra “La Voce della Nord” al banchetto fuori l’ingresso della Curva. La colleziona da sempre. Da quando va allo Stadio da solo. E quando non può andare per vari motivi, se la fa comprare dai suoi amici di Curva. Supera l’ingresso dopo essere stato perquisito da capo a piedi. L’abito fa il monaco. Da sempre. E a lui lo perquisiscono tutte le volte. Anche se, in fondo, è un bravo ragazzo. Ma ai tornelli non lo possono sapere. Che fa volontariato e che è donatore di sangue. E che sogna di adottare un figlio a distanza. Ma tutto questo, mentre appoggi la Tessera del Tifoso al lettore ottico, nessuno lo sa. Il laser legge un codice a barre. Non le intenzioni.

Marcolino sale le scale che lo portano dentro lo Stadio. Si ferma quado arriva a gustarsi il prato nella sua interezza. Lo stadio gli trasmette serenità. Lo rilassa. Lo fa sentire a casa. Guarda i giocatori entrare in campo per il riscaldamento. Vede Miro andare verso la Tevere applaudendo e Stefano venire verso la Nord.

Parte il primo coro della Curva. Lui comincia a scaldare la sua voce.

La Voce della Nord.

Stefano entra in campo per il riscaldamento e si avvia verso la Nord. Come ogni domenica. Arriva fino alla linea di fondo e saluta la Curva. È carico e concentrato. E poi, l’incontro con Veron lo ha galvanizzato. Sa che lui è in Tribuna. Doppio ex di livello mondiale. Lui, invece, è un discreto centrocampista con i tempi giusti negli inserimenti e ottime intuizioni di prima e in verticale. Spesso azzarda e sbaglia. E la cosa gli procura critiche. Lui sa di essere amato e odiato. Ma sa pure che, cambiando gli allenatori, lui il posto lo trova sempre. Un motivo ci sarà. Stefano palleggia un po’ per scaldarsi con Senad. Poi il preparatore li chiama per iniziare gli allunghi e il riscaldamento vero e proprio. Gli si avvicina Miro che gli suggerisce come servirlo in profondità.

“Io cerco di infilarla subito. Appena vedo uno spiraglio. Tu parti, Miro, che con me la palla arriva sempre. Ricordi Milano?”

E mentre Miro scatta ricordando il suo goal all’esordio in serie A a San Siro contro il Milan, lui ripensa alla “Strega” Veron. A come apriva gli spazi e a come creava corridoi dal nulla. Stefano sorride e scatta anche lui.

Ci vorrà un po’ di magia per battere l’Inter.

Luciano è nervoso. La Lazio gioca bene, fa la partita ma non riesce a concludere. L’Inter si copre. Aspetta l’avversario chiusa nella propria metà campo e non riparte mai. Sembra di assistere ad un Lazio Atalanta qualsiasi. Il colore delle maglie, in fondo, è lo stesso. Luciano è nervoso. Perché l’Inter fa catenaccio e, soprattutto, perché ha un’interista vicino che non sta mai zitto. E Luciano, come confessa a Marco, il suo compagno di Stadio da anni, si sta rompendo le scatole.

“Nun gliela faccio più…mo’ je meno…”

E quando Klose viene atterrato in area di rigore e l’arbitro fa segno di continuare, lo Stadio esplode veemente nella protesta. Tutto lo Stadio unito nei fischi tranne i diecimila tifosi dell’Inter presenti e il vicino di posto di Luciano. Che non fa nulla per nascondere la sua fede nerazzurra. E allora Luciano esplode. Come mai gli era successo negli ultimi anni di Stadio. Quelli della tranquillità. Il suo tono romano prende il sopravvento. Il turpiloquio diventa il leit motiv della discussione. Tra le risate dei suoi compagni di Tribuna e gli occhi impauriti del malcapitato e poco accorto tifoso. Che capisce l’antifona e abbandona il posto. Per manifesta inferiorità.

“Oooooohhh….e che cazzo….nun gliela facevo più…se doveva mette proprio accanto a me, sto infiltrato de merda…”

E si accende un’altra sigaretta. La quinta della serata.

Tutti ridono. Luciano no. È nervoso.

L’Inter continua a fare catenaccio.

Quando l’arbitro fischia la fine del primo tempo, Miro scuote la testa. È nervoso. L’Inter si chiude troppo e lui ha ricevuto pochi palloni giocabili. E poi, l’arbitro gli ha negato un rigore netto. Mentre scattava verso la porta di Handanovic, ed è stato sgambettato da un avversario. Mazzoleni ha fatto segno di continuare. Lui si è arrabbiato. All’inizio. Ma tanto, arrabbiarsi non serve a nulla. È questo il motto di Miro. Che ha continuato a giocare e a lottare ma senza mai trovare il guizzo. E mentre scende negli spogliatoi per l’intervallo, osserva i suoi compagni e gli avversari. Osserva il fumo che esce dai loro corpi. Colpa del contrasto calore-umidità. E ripensa a quante volte, lo ha visto nei campi della sua Germania, quell’effetto di contrasto. E allora, per un attimo, si sente a casa. Di nuovo. E giura a se stesso che su questa partita lascerà il segno.

Questo pensa mentre sorseggia il the.

Fumante. Anche lui. Come i suoi compagni di squadra.

Marcolino paga la birra per lui e per Big Mac, il suo amico di Stadio da sempre. Una Peroni alla spina ghiacciata ci sta sempre bene. Brindano. Con il bicchiere di plastica. La partita non si sblocca. Sono tutti un po’ nervosi. Ma fiduciosi. Sono i finiti i tempi dell’Inter di Mourinho. Quella invincibile. Sono due anni di seguito che l’Inter ne prende tre all’Olimpico. Big Mac è convinto che sarà così anche quest’anno.

“Ma che non li hai visti quanto so’ scarsi?…avemo giocato solo noi…ci manca solo il goal…”

“Già…speriamo che non ci fanno la sorpresa…quante ne avemo viste di partite così?”

“Ma dai…’ndo vanno?! Oggi li sfonnamo…”

Marcolino invidia la sfrontatezza di Big Mac. Per questo, lui per gli amici è “Ino” e l’altro è “Big”. Anche se fa di tutto per apparire ciò che non è. E nasconde dietro al look aggressivo, le sue insicurezze di ventenne. E allora, prima che inizi il secondo tempo, si prepara una sigaretta con le cartine e il tabacco. Controlla il suo profilo Facebook. E riparte verso il suo posto insieme a Big Mac. Che sta a lui, come Jimmy Cinquepance stava a Paul Gascoigne. Il mito di suo fratello maggiore che ora si gode le partite in Tribuna Tevere.

Lui, no. È troppo piccolo per la Tribuna.

Lui è un animale da Curva.

Ha i suoi istinti, le sue necessità.

Ha bisogno del branco. E lo trova solo lì.

Il branco. Che gli disinibisce l’istinto represso di una vita da bravo ragazzo.

Ce ne sono tanti come Marcolino in Curva.

Che si perdono nel branco e guardano le stelle.

Stefano rientra in campo. Insieme ai suoi compagni. Ha fretta di chiudere il match. Sa che la sua squadra è superiore. Il Mister, negli spogliatoi, gli ha chiesto più velocità nel verticalizzare il gioco. Gli ha detto “Stefano, tu sai come si fa…fallo…veloce…due tocchi…nello spazio…sulla corsa di Miro e dai che facciamo goal…”.

Stefano incrocia gli sguardi dei suoi compagni. Devono solo essere più veloci nella manovra e più cinici. Guarda Miro. Gli fa il segno del pollice. Sperando che Miro, più tardi, ricambi con il segno dell’Ok. Quello che è sinonimo di goal e di vittoria. In fondo, gliel’ha promesso durante il riscaldamento, il goal. Solo che lui ci deve mettere l’assist. La velocità d’esecuzione. E i tempi giusti. Soprattutto. Perché, in fondo, è il tempo che ci frega. Sempre.

E poi succede che l’inerzia della partita cambia.

E mentre tutti aspettano il goal della Lazio, ecco che sul prato di gioco appare, dopo un’ora di gioco, la strana Inter di Stramaccioni. Romanista dentro. E poi succede che Freddi Guarin prende un palo con Marchetti proteso in un inutile tuffo.

E succede che Luciano, in Tribuna, comincia a invocare i santi del calendario. Uno per uno. E poi succede che Cassano la piazza dal limite dell’area, con un tocco dei suoi, quando ricorda di averli. Ma stavolta Marchetti c’è e la devia sul palo. E poi succede che sulla respinta del palo, la palla arriva sui piedi di Nagatomo che, a botta sicura, la butta dentro. O almeno così sembra a tutto lo Stadio. A tutti tranne che a Federico Marchetti. Che c’è ancora. Come c’era prima. E come c’era a Torino. E poi succede che Miro, messo davanti alla porta da un perfetto assist di Gonzales, sbaglia il più facile degli stop mentre Marcolino, Big Mac e tutto lo Stadio con loro erano già pronti ad esultare. Succede che Stefano ripensa a Veron. Che sta lì in tribuna. Leggenda vivente di uno Scudetto bellissimo e incredibile. E pensa che è giunto il momento di lasciare il segno sulla partita. E di seguire i consigli del Mister.

Succede che Hernanes porta palla sulla metà campo. La scarica su Stefano. Che la stoppa di destro, si gira su stesso e lo vede.

Succede che Miro vede Stefano ricevere la palla da Hernanes e capisce che è giunta l’ora. E allora Miro taglia dal centro verso destra. E si va ad infilare in mezzo a tre avversari. Ma lui sa che la palla arriverà. Con i tempi giusti e i giri giusti. Perché Stefano gliel’ha promessa. Una palla così.

E allora Luciano butta la sigaretta per terra mentre Stefano la infila di sinistro. Subito. In profondità. Perfetta. Veloce. Proprio come faceva, anni fa, Veron.

E Miro lascia scorrere la palla quel tanto che basta per colpirla di destro. In corsa tra tre avversari. Proprio come faceva, anni fa, Klose. Che continua a farlo.

Marcolino si alza in piedi. Al rallentatore. Mentre tutti in Curva si alzano con lui. Coreografia spontanea nell’immediato.

Il tiro è perfetto. Angolato. E mentre Miro cade calciando, la palla si infila nell’angolo opposto. Con Handanovic proteso in un volo inutile.

La rete si gonfia.

Lo Stadio esplode.

Luciano lascia il calendario da una parte e abbraccia tutti i suoi vicini di seggiolino alla sua destra. Perché, a sinistra, l’interista non c’è più.

Miro va in scivolata, esultando. E poi viene sommerso dai suoi compagni.

Marco si trova dieci file più su e dieci file più giù. Con Big Mac al seguito.

Stefano sorride e guarda la Tribuna Autorità. Laddove c’è il suo Mito. Che gli ha insegnato come si fa. A creare spazi nel nulla.

La Lazio va in vantaggio a nove minuti dalla fine. E la vince nel momento in cui rischiava di perderla, la partita. L’arbitro concede 4 minuti di recupero. Che diventano quasi cinque.

Poi, finalmente, manda tutti sotto la doccia. E fa calare il sipario su una partita dai due volti.

Miro, a fine partita, va a cercare Stefano.

“Te lo avevo promesso…”

“Già…e io ti ho dato una bella palla, no?”

“Si…ma non mi far fare più scatti come quello…lo sai che sono vecchio, no? Lo dicono tutti…”

E poi gli fa l’occhiolino e, di nuovo, il segno dell’Ok

Perché oggi è la notte è giusta.

Per continuare a sognare.

LA FIABA TRISTE DI KIM VILFORT

Ci sono storie ricordate per il loro lieto fine ma di cui molti dimenticano il retrogusto amaro. Quella sensazione di sconfitta nonostante il trionfo. O forse è proprio quel lieto fine insperato che diventa il modo migliore e più struggente per dirsi “Addio“.

Questa è la favola triste di Kim Vilfort, onesto mediano della Danimarca, vincitrice a sorpresa degli Europei di Svezia.

L’anno è il 1992. Le notti magiche sono un lontano ricordo. Jovanotti ci ricorda quanto è bella l’estate delle mie e delle tue vacanze mentre Luca Carboni ci avverte che ci serve un fisico bestiale per resistere agli urti della vita.

Quella vita che ha giocato uno scherzo infame a Kim Vilfort, onesto centrocampista danese in forza al Brondby. La figlia di otto anni infatti è stata colpita da una forma molto aggressiva di leucemia e lui è già pronto a vivere un’estate maledetta, da passare accanto a lei nell’ospedale in cui è ricoverata, a Copenaghen. Ma un giorno di fine maggio, riceve la chiamata del CT danese Moeller Nielsen che lo convoca per gli Europei. Nonostante la Danimarca non si sia qualificata.

“La Jugoslavia, a causa dell’assedio di Sarajevo che dura da due mesi, è stata esclusa dalla competizione. Noi siamo stati ripescati, altrimenti non arrivano a otto squadre. Posso contare su di te?“. Sembra la telefonata di un amico che cerca il decimo per giocare a calcetto. E invece è la convocazione ufficiale per un Europeo di Calcio. Nel 1992, il Calcio funziona ancora così.

“Sì, Mister, può contare su di me, come sempre. Ma conosce la mia situazione…”

“Non ti preoccupare, Kim, potrai andare a trovare tua figlia ogni volta che vorrai. Certe cose valgono molto di più di una partita di calcio.”

“Grazie…”

“Grazie a te…”

I giocatori danesi svuotano le valigie già pronte per le vacanze e preparano la borsa per le partite. Tutti tranne Michael Laudrup, fuoriclasse del Barcellona, che attacca il telefono in faccia al suo CT con la motivazione che “sarà pure un Europeo e la Svezia è pure un bel paese ma io di venire a fare figuracce non ne ho proprio voglia.”

Di Laudrup a quegli Europei ne sarà presente solo uno, il fratello Brian, ventitreenne stellina del Bayern Monaco. Basterà. I giocatori danesi vengono accolti in Svezia come vittime sacrificali. Guardati con ironia e compassione dagli addetti ai lavori. Molti di loro avrebbero preferito indossare il costume e non il fratino da allenamento. Ma “in fondo sono solo tre partite, le vacanze sono solo posticipate di qualche giorno.”

Poi succede che la prima partita, l’11 giugno, contro l’Inghilterra finisce, contro ogni pronostico, con un dignitoso 0 a 0. Nel secondo match, i padroni di casa si impongono uno a zero grazie ad un goal di Thomas Brolin. E tutti pensano che il cammino della Danimarca sia giunto al termine.

“Grazie per aver salvato gli Europei, ma adesso arrivederci e grazie!”

E grazie lo dice di nuovo Kim Vilfort al suo CT che gli concede il permesso di volare dalla figlia. Tanto è rimasta una sola partita. Contro la Francia. Figurati se…

Poi però i giocatori danesi realizzano che, per un incrocio di risultati, gli basta battere i galletti transalpini per andare direttamente in semifinale e allora perché no? Perché non provarci? E allora dopo setteminutisette, Larsen porta in vantaggio la Danimarca tra lo stupore dei giocatori francesi.

“Ma questi mica vorranno vincere? Ma non stavano già al mare?”

Jean Pierre Papin, JPP per gli amici, restituisce certezze agli esperti di calcio internazionale pareggiando. Poi però dalla panchina danese si alza un certo Elstrup. Uno che fino a quel giorno non si era mai tolto i pantaloni della tuta. E quel giorno, non solo se li toglie, ma entra e segna. E porta la Danimarca in semifinale. Tra lo sgomento di tutti gli addetti ai lavori e il fomento di chi vede Cenerentola salire su quella carrozza che una volta era una semplice zucca. Per andare al gran ballo finale.

In semifinale, li aspetta l’Olanda mentre loro aspettano solo il ritorno di Vilfort, che li raggiunge e si piazza a metà campo, con la testa e il cuore lasciati al capezzale della figlia. L’Olanda è Campione in carica. Schiera tra le sue fila Van Basten, Gullit, Rijkaard e un giovanissimo fenomeno di nome Dennis Bergkamp.

Ma Larsen ci ha preso gusto. Prima porta in vantaggio i suoi. Poi sigla il due a uno dopo il momentaneo pareggio del biondo e poco temerario Dennis. Finita? No. Frank Rijkaard, uno con i piedi pensanti, pareggia a quattro minuti dalla fine. E le porte dei supplementari si spalancano proprio mentre Peter Schmeichel, estremo difensore danese che farà la storia del Manchester United, decide di blindare la sua, di porta. Arrivano così i calci di rigore. Ed è in quel momento che il Dio del Calcio comincia a scrivere la sua storia più bella e struggente.

Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht, l’attaccante più forte del mondo, titolare della squadra più forte del mondo, prende la solita rincorsa, fa il suo solito saltello pre-rigore e tira. Ma Schmeichel indovina l’angolo, la mette fuori e trasforma il cigno Van Basten in un brutto anatroccolo. Si arriva così senza più errori, al quarto rigore. Sul dischetto, si presenta proprio Kim Vilfort, che guarda la porta ma vede sua figlia. Che tifa per lui in quel letto d’ospedale. Il goal è catarsi pura.

I giocatori danesi non credono ai loro occhi.

Ma ora c’hanno preso gusto. Non si torna più indietro. Le infradito e i costumi lasciati a casa sono solo un ricordo. La Gloria e, soprattutto, la Storia sono ad un passo. Cenerentola comincia a ballare al centro del salone mentre tutti guardano quanto può diventare bella una sguattera oppressa dalle sorellastre.

In finale, la Danimarca trova la Germania Campione del Mondo. Che nel calcio è come il mostro di fine livello nei videogiochi. C’è sempre. E, come ricorda Gary Lineker, “il calcio è quello sport dove si gioca undici contro undici ma alla fine vincono i tedeschi.” Anche quel giorno?

Il 26 giugno, la Germania vuole bissare il successo di due anni prima allo Stadio Olimpico di Roma. La Danimarca non ha nulla da perdere. Parleranno comunque tutti di lei, a prescindere. Ma Jensen sa come si fa a invertire la rotta della Storia e porta in vantaggio la Danimarca al diciannovesimo. I tedeschi non ci stanno, reagiscono e mettono sotto gli avversari ma trovano in Schmeichel l’antidoto ai loro sogni di gloria, l’autobus parcheggiato davanti alla porta, il buttafuori che non vi fa entrare nel locale perché non avete la camicia.

La partita, anzi l’assedio, va avanti così fino al 78esimo. Quando dopo un’azione confusa sulla trequarti tedesca, un colpo di testa fa arrivare il pallone a Kim Vilfort, proprio lui. Il controllo con il petto in corsa gli fa guadagnare un tempo di gioco sugli avversari, la finta a rientrare sul sinistro gli permette di liberare un tiro in cui c’è tutto. Speranza, gioia, tristezza, amore. La palla colpisce il palo interno e si insacca alle spalle di Bodo Illgner.

I compagni sommergono in un abbraccio il loro compagno, capendone il momento e gioendo con lui. Che piange. Piange. Piange di felicità e di rabbia. Perché Kim Vilfort sa che il momento più alto e epico della sua onesta carriera di calciatore si sta sovrapponendo in modo beffardo al momento più tragico della sua vita di uomo, marito e genitore.

Kim Vilfort festeggerà infatti il trionfo della sua squadra e del suo Paese ma, qualche settimana dopo, darà l’ultimo saluto a sua figlia Line, sconfitta da un male più forte di lei. Che nessuna squadra richiamata dalle vacanze potrà mai sconfiggere.

Quella squadra, però, che ha saputo donargli, in quegli ultimi giorni, un sorriso in più. Il più bello.

A QUELLI COME NOI

A quelli come noi, ci ha fregato la “sindrome da campeggio”, quella sensazione eterna di chi pensa che la vita sia una lunga, meravigliosa estate.

Che la vita sia piantare la tenda dove capita, perché tanto il mare è ad un passo. E ci si arriva correndo e gridando.

Che il campo da pallone sia sempre lì, alle spalle della pineta, dove possiamo giocarci per ore fino a che non faccia buio. Fino a che la cena non è pronta. Fino a che tuo padre non ti viene a cercare in bicicletta per sapere che fine hai fatto. Ignaro che tu ti sia sentito, per un interminabile pomeriggio, Ruben Sosa o Marco Van Basten.

A quelli come noi, ci hanno fregato i sorrisi. Quelli carpiti di sfuggita ma ugualmente catturati, durante i falò. Cantando Lucio Battisti e bevendo Peroni. E assaporati, finalmente, durante il bagno di mezzanotte. Quando il buio e il mare diventano i primi vetri appannati della nostra vita.

A quelli come noi, ci hanno fregato le amicizie che non muoiono mai, perché d’estate siamo tutti perfetti, senza difetti e indimenticabili. Tutti sempre con qualcosa di interessante da dire. Con una nuova barzelletta da raccontare. Perché in campeggio, non ci si annoia. E, soprattutto, non si invecchia. Mai. Al massimo, si cresce.

A quelli come noi, ci hanno fregato il calcio balilla e il tavolo da ping-pong, piccoli regni dove far risaltare la nostra prima virilità e i nostri talenti in erba. Anche contro gli adulti.

A quelli come noi ci ha fregato il gommone che ci accompagnava al largo. Dal quale facevamo i tuffi per ore, come se non ci fosse un domani.

A quelli come noi, ci ha fregato il panorama. Quell’orizzonte sconfinato che solo chi ha avuto il mare davanti può capire. Quella vastità che profuma di sogno e speranza. Di nuova opportunità.

A quelli come noi, ci ha fregato la doccia dopo la spiaggia. Quella fredda. Che ci toglieva gli ultimi residui di sabbia e che giustificava le mani un po’ ovunque. Quella che sulla pelle calda e abbronzata provocava un brivido di piacere e contrasto.

A quelli come noi, ci ha fregato l’estate.

Perché, nonostante gli anni che passano e le esperienze che si fanno, ci troviamo sempre impreparati quando la gente ci trascina giù.

Nel proprio inverno.

TORINO-LAZIO: LE MIE PAGELLE

Strakosha 6,5: De Silvestri lo impegna subito e lui risponde “presente” come Toto Cutugno a Sanremo. Poi passa la serata a lancia’ con i piedi e se dimostra sicuramente più tecnico der poro Mauricio.

Luiz Felipe 7: concreto ed efficace come un tutorial de Aranzulla.

De Vrij 7: solo tre persone al mondo sono in grado di fare un lancio come quello con cui manda in porta Milinkovic nell’azione del rigore: Andrea Pirlo, ma s’è ritirato l’anno scorso…Stefan De Vrij, ma pare abbia già firmato per l’Inter…e il terzo, beh, il terzo lo chiamavano Bulldozer.

Radu 6,5: gioca la solita partita attenta fino all’infortunio. Quando incrocia De Silvestri che prova ad affonda’ sulla sua fascia, lui se lo guarda come Oronzo Canà co’ Pruzzo e je fa “io ti ho visto nascere…eri un pulcino…facevi ancora “Pio pio”.

Caceres 6,5: sostituisce Radu e passa er secondo tempo a chiedese perché hanno dedicato er nome dello stadio a un film de Clint Eastwood.

Marusic 6: come cantavano Tozzi, Ruggeri e Morandi, “si può dare di più”.

Lulic 6,5: fa una partita talmente ordinata e diligente che, a fine partita, Inzaghi je fa misura’ la febbre.

Murgia 6,5: er mini Parolo se smazza con poca eleganza ma con tanta sostanza.

Leiva 7: biondo, con quello sguardo così profondo, in vena de miracoli a centrocampo, a volte canta e qualche volta porta la croce. Pare che prossimamente sarà il protagonista di un musical ispirato alle sue gesta: “Je suis Leiva Superstar”.

Milinkovic-Savic 8: figlio di un Dio maggiore. Nell’azione del rigore, stoppa il pallone di petto in corsa con la stessa facilità co’ cui Al Bano faceva i figli. Sul goal, se smarca da N’Koulou dopo avergli chiesto “ma lo sai che er cognome tuo è pure un complemento de stato in luogo?”. Nel finale, insieme a Leiva, dà vita ad un’azione volante che rientra di diritto nella categoria dei capolavori incompiuti alla pari de “l’adorazione dei Magi” di Leonardo Da Vinci.

Luis Alberto 6: calcia il rigore con la stessa serenità de quando al supermercato devi ancora imbusta’ tutta la spesa e la cassiera t’ha già fatto er conto.

Immobile sv: la sua ex squadra non gli porta bene. Dopo le nefandezze dell’andata compiute da Giacomelli, ieri lo stiramento che probabilmente, ma speriamo di no, gli fa chiudere in anticipo la sua meravigliosa stagione. Torna presto. Ti vogliamo bene.

Caicedo 6,5: entra al posto di Immobile e fa la sua parte. Nel secondo tempo, fa una progressione alla George Weah ma tira in porta come Berardino Capocchiano. In pratica pare uno de quegli attori porno che gira bene tutte le scene ma, nel momento clou, viene sostituito dalla controfigura.

Lukaku 6: entra al posto de Luis Alberto e non sfigura (almeno sotto la doccia).

Inzaghi 7,5: dopo i risultati di sabato, la Lazio ha la possibilità di allungare sull’Inter. E i suoi ragazzi non si fanno trovare impreparati. Nonostante il rigore sbagliato e due infortuni che potrebbero compromettere il match, la Lazio tiene sempre il comando delle operazioni e porta a casa tre punti fondamentali nella corsa Champions.

AVANTI LAZIO

AVANTI LAZIALI