SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZO MAGGIO

Era la sera del tredici maggio del duemila. Era un sabato. E Marco andò a letto nervoso e demoralizzato. Perché Il giorno successivo si sarebbe concluso il campionato di calcio. E la conclusione stava prendendo, per il secondo anno di seguito, i contorni di una vera beffa.

La sua Lazio si presentava con un distacco di due punti dalla prima in classifica. Era seconda per la seconda volta consecutiva alla penultima giornata. E in Marco era ancora vivo il ricordo della beffa dell’anno precedente. Per questo e per quello che era successo la domenica prima in Juventus Parma, Marco riponeva poche speranze negli ultimi novanta minuti da giocare contro una Reggina che non aveva nulla da chiedere al torneo. I tre punti erano già in cascina mentre la Juventus sarebbe scesa in campo al “Curi” di Perugia di Carlo Mazzone, romano e romanista. I proclami di Luciano Gaucci, presidente umbro, che garantiva trasparenza e impegno della sua squadra mal combaciavano con quello che era successo l’anno prima, quando il Perugia lasciò campo, vittoria e Scudetto al modesto Milan di Zaccheroni.

Per quello, e per tante altre cose, Marco non ci credeva più.

Lui, nato l’anno dopo lo scudetto del settantaquattro, era diventato Laziale per tradizione di famiglia. Come spesso succede. E, da Laziale, ne aveva viste e sentite di tutti i colori, arrivando a credere che tifare Lazio era una più un atto di fede che una questione di tifo e basta.

In fondo, lui era cresciuto negli anni ottanta. Anni sbagliati, o forse no, per diventare tifoso della Lazio.

“Cosa resterà di questi anni 80?” cantava Raf. E proprio gli anni ottanta regalarono alla Lazio poche gioie e molti dolori.

Appena superata la metà del decennio, infatti, la Lazio, appena salvata dal fallimento grazie all’imprenditore Gianmarco Calleri, fu coinvolta nello scandalo scommesse. O meglio, per dirla tutta, solo un suo giocatore, Claudio Vinazzani, risultò indagato. Ma la responsabilità oggettiva della società portò ad una retrocessione in serie C, trasformata, successivamente, in una penalizzazione di nove punti. Che, per molti, aveva il sapore di una retrocessione posticipata.

Sembrava l’inizio della fine.

Fu invece il trampolino per ritornare a vivere.

Salvatasi dai meno nove alla fine di una stagione drammatica, l’anno successivo ottenne la promozione in serie A. E da quel momento, finalmente, arrivò quella stabilità che tanto era mancata nelle ultime due decadi, fatte più di nadir che di zenit.

All’inizio degli anni novanta, poi, un imprenditore romano e Laziale di nome Sergio Cragnotti rilevò la società e iniziò un processo di crescita che portò la Lazio a lottare con le più importanti squadre d’Europa, grazie a investimenti sempre più importanti.

Per Marco, si aprirono così nuovi orizzonti da tifoso. Finalmente, il suo amare a prescindere cominciò a raccogliere i meritati frutti.

Arrivarono una Coppa Italia vinta contro il Milan, una finale di Coppa Uefa persa contro l’Inter a Parigi, arrivarono la Coppa delle Coppe vinta contro il Maiorca e la Supercoppa Europea vinta contro il Manchester United. E Marco fu sempre presente. Nel trionfo e nella sconfitta.

Ma mancava lo Scudetto. E sembrava fosse irraggiungibile. Perché era troppo difficile sconfiggere un certo potere italiano. Marco ne era sempre più convinto. Per questo, dopo aver salutato la foto del padre scomparso due anni prima poggiata sul comodino, spense la luce deluso e amareggiato. Lui così ottimista e idealista si scontrava per il secondo anno di fila con il cinismo dei poteri forti. Quello che era successo la settimana precedente a Torino era il segnale che faceva il paio con l’arbitraggio dell’anno prima a Firenze. Era tutto deciso. Non c’era nulla da fare. Non c’era spazio per la Lazio in Italia. Questa, dall’alto dei suoi venticinque anni, era la sua più grande sconfitta. Decise, così, di andare incontro a Morfeo, il Dio del Sonno però. Non il fantasista talentuoso scuola Atalanta che già si stava perdendo in un Calcio più grande di lui.

Non era sveglio.

Di questo ne era certo. I contorni della stanza erano sfocati, travisati da un’atmosfera onirica. Era nel letto ma non era sveglio quando due uomini sulla trentina gli si avvicinarono. I contorni del viso e del corpo erano sfocati. Non riusciva a vedere chi fossero. Però si avvicinavano verso di lui. E si fermarono a bordo letto. Quando si fecero più nitidi e vivi. Se così si potevano definire. Uno era biondo, l’altro era moro. Entrambi avevano i capelli un po’ lunghi e mossi. Marco non sapeva che pensare.

Si alzò con la schiena sul cuscino. Cercò di accendere la luce sul comodino ma il comodino non c’era più. C’era solo il letto e la stanza non aveva pareti. Sembrava uscita da una canzone di Gino Paoli.

“Chi siete?” chiese spaventato Marco.

Non riusciva a inquadrare il loro viso.

“Ciao Marco, siamo tuoi amici…”- il biondo aveva un accento milanese che lo infastidiva un po’.

“…e siamo venuti per raccontarti due storie…le nostre storie…”- il moro si esprimeva in dialetto romagnolo.

Ma i volti erano ancora troppo poco definiti.

“…sicuramente ci conosci, di nome o di fama…purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista…” – proseguì il biondo.

“…e siamo qua perché ti abbiamo sempre seguito a distanza…ci ha colpito la tua passione, il tuo modo di amare la tua squadra del cuore, in modo puro e totale….”- il moro lo stava coinvolgendo.

“…ma sono un po’ di giorni che ti vediamo giù…triste…svuotato…nervoso…”- il biondo continuava.

“…siamo qui per ricordarti che il vero laziale non molla mai…il vero laziale ne ha passate tante…troppe…e se sta ancora qui, a combattere e a sperare che domani succeda qualcosa di speciale…romantico, direi…è perché ha dentro una forza morale che non l’abbandona mai…”- il moro proseguiva.

“Abbiamo conosciuto un signore qualche tempo fa dove siamo ora…è un uomo serio ma di spirito, un Laziale come te…ci ha chiesto di seguirti…si chiama Mario, è il tuo Papà…”

Marco si commosse. Non sapeva cosa pensare ma stranamente si fidava.

Parlavano di Lazio. Conoscevano il suo papà morto due anni prima per colpa di un brutto male. Bastava quello.

“Vieni con noi…” – gli dissero all’unisono.

Marcò si alzò dal letto. Si avvicinò a loro. Una luce fortissima investì la stanza. Come il flash enorme di una macchinetta fotografica. Quando la luce scomparve, la stanza non c’era più.

C’era, però, lo Stadio Olimpico. Pieno di gente. E c’erano maglie attillate, pantaloni a zampa d’elefante e colletti extralarge.

Era il dodici maggio del millenovecentosettantaquattro. Era il giorno di Lazio Foggia. Il giorno dello scudetto.

Marco si girò verso l’angelo biondo.

“Ma tu, quindi, sei Luciano…Luciano Re Cecconi…”

“Si…sono io…” – e i lineamenti presero forma. Mostrando quel viso semplice ma tenace. Simpatico ma deciso.

Sì, era Luciano Re Cecconi. “Cecco Netzer” come lo avevano ribattezzato i tifosi, perché con il suo dinamismo e la sua chioma bionda ricordava il mediano dell’allora fortissima Germania Ovest, Gunter Netzer.

Era Luciano Re Cecconi. L’idolo del suo Papà e di tutti i Laziali. Colui che, complice un destino maledetto passò dalle pagine della cronaca sportiva a quelle della cronaca nera nel giro di poche ore.

Era Luciano Re Cecconi, l’angelo biondo, e portò Marco ad assistere al suo più grande trionfo sportivo.

“La prima storia che ti voglio raccontare è la storia di un Sogno spezzato e rimandato all’anno successivo. La storia di una squadra pazzesca. E di un uomo eccezionale…”

“Tommaso Maestrelli…” lo interruppe Marco.

“Si…un uomo eccezionale…era stato il mio allenatore a Foggia e lo seguii con entusiasmo nella sua avventura a Roma…tutti si ricordano lo Scudetto ma il vero capolavoro lo facemmo l’anno prima, con la Lazio appena promossa dalla serie B. Una cavalcata fantastica terminata sul più bello, all’ultima giornata, quando “qualcuno” decise di vendere il proprio onore e di consegnare lo Scudetto alla Juve…”

“Già…la Juve…come quest’anno…”

“Già…però cosa abbiamo fatto noi, l’anno dopo? Non mollammo…anzi…eravamo ancora più carichi e vogliosi di prenderci ciò che ci era stato tolto…eravamo imbattibili…pazzi furiosi e nemici in allenamento, un blocco unico la domenica in campo con il Mister che sapeva consigliarci e guidarci e che ci trattava come figli…beh…forse a Giorgio concedeva qualcosa di più…però andava bene così…tutti per uno e uno per tutti…come quella volta che, sotto di un goal contro il Verona alla fine del primo tempo, decidemmo di non fare l’intervallo e di aspettare in campo, già schierati ai nostri posti, gli avversari. Per intimidirli. Non ci fu partita: finì quattro a due in rimonta. Quello era lo spirito che animava quella squadra. Questo è il senso di ciò che voglio dirti, io, oggi: non dare per scontato il risultato di domani. Quello che è stato lo scorso anno non conta più. Domani sarà un’altra partita. Vai sicuro e orgoglioso della tua fede e dei tuoi colori e credi sempre…Sempre…e ora goditi lo spettacolo…” chiosò Luciano.

Marco si trovò in Tribuna Tevere. Proprio all’altezza del suo posto allo stadio ogni domenica. Al suo fianco Luciano e l’angelo moro di cui non riusciva a vedere i lineamenti e che se ne stava in silenzio.

Re Cecconi era spettatore in tribuna e giocatore in campo. La Lazio aveva bisogno della vittoria per centrare il trionfo. Il Foggia, l’ex squadra di Maestrelli e Luciano si giocava la permanenza in serie A. Strani incroci che solo ai Laziali potevano capitare. Lo stadio era stracolmo. Pronto ad assaporare, per la prima volta sulla sponda biancoceleste, il sapore dello Scudetto.

La Lazio di Maestrelli era la versione italiana del tanto famoso e glorioso calcio-totale di scuola olandese. Si schierava con Pulici, Petrelli, Martini, Wilson, Oddi e Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi e D’Amico. Mischiava tecnica e dinamismo. Furore e classe. Era invincibile.

Chinaglia era il leader e il centravanti di sfondamento. Viveva per il goal e voleva sempre il pallone. A costo di litigare con tutti i compagni di squadra. Nella vita di tutti i giorni, andava in giro con una 44 Magnum. Era l’Ispettore Callaghan dell’area di rigore avversaria.

D’Amico era il genio e la sregolatezza, giovane promessa del calcio italiano, aveva un talento pari alla sua anarchia in campo come nella vita.

Re Cecconi era il dinamismo e il coraggio. Colui che abbinava quantità e qualità senza mai fermarsi un attimo. Era il miglior poster di questa squadra. E l’unico facilmente individuabile grazie al suo casco biondo.

Marco vide il rigore di Chinaglia al sessantesimo. Vide uno stadio esplodere. Si emozionò come mai gli era successo. E pensò che lì, da qualche parte tra gli ottantamila spettatori, c’era suo padre Mario, che tante volte gli aveva raccontato di quel giorno e di quante emozioni uno scudetto poteva portare.

E pianse ancora di più. Nel rivivere emozioni del passato che sembravano così attuali.

Quando l’arbitro Panzino di Catanzaro fischiò la fine la catarsi emotiva esplose in tutta la sua bellezza. Il sogno si avverava. Luciano, il mister Maestrelli e la squadra tutta ci avevano creduto fino alla fine. Un sogno nato sulle ceneri della delusione dell’anno precedente.

Un sogno che si era avverato perché, da veri laziali, non avevano mollato mai.

Marco si girò verso Luciano. Lo abbracciò mentre le lacrime ancora scendevano copiose e lo ringraziò per avergli fatto vivere quelle emozioni.

Luciano ebbe una smorfia di dolore.

“Non stringere forte, piccolè…” – lo redargui sofferente – “…non ti dimenticare che…” e gli mostrò, spostando la maglietta che gli copriva il petto, quella ferita che fu la fine di tutto.

Quella tragedia che interruppe per sempre la corsa di “Cecco Netzer”.

Ci fu di nuovo un flash. Un bagliore di luce accecante.

Quando tutto svanì, rimase il cielo e un ambientazione di montagna.

C’erano un campo sportivo con al centro i giocatori della Lazio. Attaccati alle reti, c’erano i tifosi. E un brusio del quale Marco riuscì a intuire solo alcune sporadiche parole: “Con nove punti di penalizzazione, era meglio la retrocessione diretta…”

Era l’estate dell’ottantasei. I Mondiali in Messico erano passati da poco. Paolo Rossi era un ragazzo come Venditti.

Marco e i suoi due angeli si trovarono a Gubbio, sede del ritiro della Lazio.

Sulle tribunette del campo sportivo, mischiati tra gli altri tifosi, Marco si apprestò a conoscere l’angelo moro.

“Ciao Marco, la seconda storia di oggi è dedicata a un gruppo di ragazzi e al suo allenatore che, quando il Destino sembrava li avesse condannati a una morte calcistica sicura, ebbero la forza di schienare le avversità e di riportare in alto l’aquila biancoceleste….è la storia di una rimonta e di una vittoria all’ultima giornata…”

I contorni del viso si delinearono.

“Ma tu sei Giuliano Fiorini…l’eroe dei meno nove…” – Marco non credeva ai suoi occhi.

“Si, sono Giuliano…ma in questa storia di eroi ce ne sono molti…a partire dal nostro Mister…”

“Eugenio Fascetti…”

“Già…un grande uomo…lo vedi ora in mezzo al campo? Sai cosa ci disse quel giorno?”

“No…”

“Beh…oggi è il giorno dopo il verdetto definitivo del processo legato al calcio scommesse…la CAF ci ha appena revocato la retrocessione ma ci ha inflitto nove punti di penalizzazione…” – Giuliano si accese una sigaretta. Fece un tiro e tossì. – “…maledetto tabacco…” – ma continuò a fumare e a raccontare – “…il Mister ci riunì al centro del campo…c’erano sgomento e preoccupazione in tutti noi…ma bastarono poche parole…semplici ed efficaci per compattarci…”

“Cosa vi disse il Mister?” – Marco era affascinato da quella situazione. Sembrava stesse vivendo nel “Canto di Natale” di Dickens. Era consapevole della realtà onirica. Ma ci si trovava bene. Era sereno.

“Ci disse le fatidiche parole: ‘Chi vuole resti…chi non se la sente può andar via subito…chi resta, però, combatte fino alla fine.”

“E voi?”

“Rimanemmo tutti…” – rispose Giuliano. Fece l’ultimo tiro e poi gettò la sigaretta per terra.

“Quella era una Lazio che aveva due palle così…” – e ne mimò la consistenza e la grandezza – “…c’erano il Mister e il suo secondo, Giancarlo Oddi…te lo conosci bene, eh, Lucià?”

Luciano sorrise e annuì. Erano stati compagni di squadra in quella squadra dello Scudetto.

“C’erano Piscedda e Gregucci, Magnocavallo e Terraneo, c’erano il muto Acerbis e il timido Poli, Marino, Caso, Mandelli, Esposito, Podavini, Camolese…eravamo mestieranti del calcio, nessun fenomeno, ma eravamo uomini veri. E se la Lazio domani si va a giocare lo Scudetto e non scomparve nelle paludi della serie C…beh…ragazzì…un po’ è merito anche nostro…”

“Già…” – Marco sorrise – “…quella Lazio me la ricordo…io avevo undici anni…mi ricordo il goal di Poli contro il Campobasso negli spareggi a Napoli che ci salvò…”

“Si…ma prima di quel goal…ci fu un’altra partita…” – lo corresse Giuliano.

“Lazio Vicenza…” – rispose Marco.

“Già…quel Lazio Vicenza…vieni…andiamo…”

E di colpo l’ambientazione cambiò.

I tre si ritrovarono di nuovo allo Stadio Olimpico. Stesso posto in Tribuna Tevere di poco prima.

Lo Stadio era gremito in ogni posto. Anche il papà di Marco c’era. Da qualche parte in curva Nord. Come sempre.

Ma stavolta l’aria che si respirava era diversa. Non c’era l’attesa del trionfo. C’era la paura della serie C. Con la certezza di sparire per sempre dal calcio che contava.

Gli ottantamila dell’Olimpico lo sapevano.

E tifarono.

E tremarono.

E sperarono.

La Lazio indossava quella che, probabilmente, rimarrà la maglia più bella della sua storia: un’aquila blu stilizzata al centro su sfondo bianco e celeste. A pensarci ora, con il senno di poi, poteva sembrare una Fenice che rinasceva dalle ceneri. Una maglia profetica.

Ma gli ottantamila che erano lì. Quel giorno. Il ventuno giugno del millenovecentottantasette non potevano ancora saperlo.

La partita sembrava stregata. La Lazio dominò e tentò il goal in ogni modo possibile. Ma il portiere del Vicenza, Dal Bianco, sembrava insuperabile.

Erano le sei del pomeriggio. Mancavano otto minuti alla fine delle speranze. Otto minuti all’inizio del dramma sportivo. Ogni miracolo del portiere vicentino veniva accompagnato da urla di disapprovazione e sconforto.

Quando.

Quando Podavini decise di provare il tiro della disperazione. La palla era indirizzata fuori dallo specchio della porta ma, in agguato, sul secondo palo, c’era Giuliano Fiorini, bomber d’altri tempi e vecchio filibustiere dell’area di rigore. L’uomo del Destino. Uno che si accendeva la sigaretta alla fine delle partite e non disdegnava un goccetto di whisky.

Giuliano arpionò la palla con il destro e se la fece scorrere tra le gambe. Si girò su stesso mandando fuori tempo l’avversario e, di punta, come solo chi ha attraversato in lungo e largo le aree di rigore avversarie, facendo a sportellate per conquistare spazio e presenza, mise la palla tra palo e portiere.

Un goal sceso dal cielo.

Fu il delirio biancoceleste.

La corsa di Giuliano Fiorini sotto la Curva Nord impazzita di gioia rimase nella storia della Lazio come il momento più catartico di sempre.

Giuliano rientrò in campo come se la partita fosse finita in quel momento. Ciondolante. Con il corpo invaso da un’adrenalina infinita.

Era il re, in quel momento.

E aveva un popolo intero in adorazione per lui.

Marco in tribuna si commosse, esultò come se non sapesse come sarebbe andata a finire. Come se fosse tutto in diretta. E abbracciò Giuliano che piangeva rivedendo se stesso.

Un corto circuito emotivo che solo i sogni potevano creare.

“Ma la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?” – la frase storica di Marzullo pronunciata alle tre di notte su Raiuno lo svegliò.

Era sicuro di aver spento la televisione prima di dormire. E, invece, la trovò accesa. E fu strano che a svegliarlo fu quella frase banale e sempre uguale. Leit motiv di tanti sonnambuli italiani.

Marco si trovò nel suo letto. Nella sua stanza. Il comodino vicino con sopra la foto di suo papà.

Nessuna traccia dei suoi angeli. Di Luciano e Giuliano.

Accese la luce.

E c’era qualcosa di strano sui muri.

Insieme ai poster di Salas e Mancini, di Nesta e Veron, di Nedved e Almeyda, idoli del presente, c’era qualcosa di diverso.

C’erano due poster che prima non c’erano.

Uno, in bianco e nero, ritraeva Luciano Re Cecconi, palla al piede e sguardo deciso.

L’altro era dedicato a Giuliano Fiorini, a colori, mentre si apprestava ad andare sotto la Nord dopo il goal contro il Vicenza.

Marco sorrise e capì.

Potenza dei sogni.

Si rimise a dormire in attesa del Sole della domenica.

Una domenica di mezzo maggio.

Arrivò allo Stadio due ore prima.

La Curva Nord avrebbe scioperato per un quarto d’ora per protestare contro un finale di campionato che puzzava di bruciato.

Gli “Irriducibili” avevano organizzato, addirittura, il “funerale del calcio italiano” con tanto di bare e processione che partiva da Piazza della Libertà.

Marco no.

Prima di quella notte si sarebbe unito anche lui ai tanti manifestanti per protestare. Ma quella notte, quella strana notte, gli portò consiglio e lo convinse a vivere quella giornata a petto in fuori e con orgoglio. Fiducioso nella sua squadra e in quel Destino che spesso si era divertito a scherzare con i colori biancocelesti. Ma che spesso, proprio quando sembrava tutto deciso, veniva sconfitto dall’Aquila biancoceleste e da quello stellone che proteggeva dall’alto il popolo Laziale.

Parcheggiò il Booster vicino al Ministero degli Esteri e si diresse verso la Tribuna Tevere.

Il cappellino degli “Irriducibili” in testa, farcito delle spillette di molte squadre inglesi, i pantaloncini al ginocchio che rendevano vivibile un pomeriggio già estivo e, come maglietta, la scelta cadde sulla replica della maglia di Giuliano Fiorini che gli regalò lo zio Luciano per il compleanno, l’anno prima.

Era perfettamente identica, con lo sponsor “Cassa di risparmio di Roma” e il marchio “Tuttisport” in rosso, sul petto. Non l’aveva mai messa. La tirò fuori dal cassetto dove conservava tutte le maglie della Lazio e pensò che, mai come quel giorno, meritava di essere indossata.

Perché se si era arrivati al maggio del nuovo secolo a giocarsi lo scudetto era, soprattutto, grazie a chi, tredici anni prima, tirò fuori la Lazio dall’Inferno.

Lo stadio si riempì. La gente tifava ma era disillusa.

I tifosi, dopo una rimonta in cui la squadra aveva recuperato sette punti nelle ultime sette giornate a una Juventus stremata, avevano paura che sarebbe svanito tutto all’ultima giornata. Come l’anno prima. E non volevano vivere un nuovo Lazio Parma.

La partita viaggiava sulle ali della monotonia quando un mani in area di rigore calabrese, portò l’arbitro Borriello a fischiare il rigore per i padroni di casa.

Dal dischetto, Simone Inzaghi portò la Lazio in vantaggio.

Passarono pochi minuti e Pancaro venne atterrato dal terzino amaranto in area di rigore. Altro penalty. E stavolta si presentò sul dischetto Juan Sebastian Veron, il tuttocampista, che non fallì. Due a zero e partita archiviata.

Intanto, a Perugia, la Juventus non riusciva a mettere sotto un Perugia arcigno e mai domo. Il che alimentava le speranze dei più ottimisti. Che non erano tanti. Ma Marco era tra questi.

In caso di parità, Lazio e Juve si sarebbero giocate lo Scudetto allo spareggio.

Era il traguardo massimo a cui i Laziali aspiravano.

Ma stava per succedere qualcosa di strano ed epocale.

Alla fine del primo tempo, la radio diede la notizia che, a Perugia, si era scatenato il diluvio universale. Cosa da non crederci visto che a Roma e, in generale, in tutta Italia, c’era un Sole che spaccava le pietre.

Sembrava la nuvola dell’impiegato tanto cara a Fantozzi.

Era molto di più.

Marco sorrise e capì.

L’intervallo all’Olimpico durò trentacinque minuti, in attesa che ricominciasse anche il secondo tempo al “Renato Curi”.

La contemporaneità degli eventi garantiva la regolarità del campionato.

Ma a Perugia non smetteva di piovere e Pierluigi Collina, il miglior arbitro del mondo, mandato dal Palazzo a gestire una partita così problematica e delicata, si trovò a prendere la più importante e scomoda decisione sportiva della sua carriera.

I giocatori della Juve, guidati dal capitano Antonio Conte, spingevano l’arbitro a rinviare il match.

Intuivano che quella era una partita maledetta e non avevano in corpo più energie a sufficienza per portare a casa i tre punti.

La zebra sentiva il fiato dell’aquila sul collo.

Il Destino si apprestava a darle il colpo di grazia.

Nel secondo tempo, Diego Pablo Simeone, il Cholo, uno dei tanti leader di quella Lazio, fissò il risultato sul tre a zero. Le orecchie di tutti posero così l’attenzione su quello che stava accadendo a Perugia.

Per Marco e per i tifosi, ci fu, però, ancora il tempo di applaudire Roberto Mancini che, sostituito a pochi minuti dalla fine, diede l’addio al calcio giocato e fu portato sotto la curva a cavalcioni dal suo amico e compagno Attilio Lombardo. Erano le sedici e quarantanove.

Quando l’arbitro Borriello decretò la fine del match dell’Olimpico, quasi in contemporanea, Collina fischiò l’iniziò del secondo tempo dopo la sospensione di un’ora.

Il campo era ancora pesante.

Ma si doveva giocare. Non si sarebbe potuto fare altrimenti. Dopo quello che era accaduto la settimana prima.

Quando Alessandro Calori, stopperone grezzo e Capitano del Perugia infilò alle spalle di Van Der Sar il goal del vantaggio dei Grifoni, l’Olimpico esplose in un boato clamoroso.

In quel momento, con quel risultato, la Lazio sarebbe stata Campione d’Italia.

Marco cominciò a piangere.

Mentre tutti si abbracciarono speranzosi, Marco si chiuse nel suo silenzio scaramantico.

Fino al giorno prima non avrebbe mai pensato che sarebbe stato possibile un evento del genere.

Ma quella notte, e quel sogno, avevano cambiato tutte le sue convinzioni. Sportive e non.

Il campo di gioco dell’Olimpico fu invaso dai tifosi. Ma, con i cancelli aperti, molta gente raggiunse lo Stadio e l’effetto visivo fu quello di uno stadio strapieno in ognidove, in campo e sugli spalti.

Alle diciassette e quarantacinque, partì il collegamento audio con “Tutto il Calcio minuto per minuto”: Riccardo Cucchi era il profeta del verbo in arrivo da Perugia. La sua voce veniva emanata dagli altoparlanti dello Stadio in vivavoce.

Sembrava la scena di un sogno.

In tribuna, i commenti erano i più disparati.

Si passava dal “Nun ce credo…” al “Male che va, se pareggiano, andiamo allo spareggio…”

Marco non proferì parola. Ma piangeva e pensava.

Pensava al papà Mario e a quanto avrebbe voluto dividere con lui questo momento.

Pensava a Luciano e a Giuliano, angeli di un sogno di metà maggio.

E pensava che, finalmente, era giunta l’ora del trionfo.

Bisognava crederci sempre.

E così fu.

Quando Collina fischiò la fine delle ostilità a Perugia, erano le diciotto e zero quattro.

Riccardo Cucchi, fiero e solenne, decretava: “La Lazio è Campione d’Italia millenovecentonovantanoveduemila, la Juventus è stata battuta a Perugia per uno a zero dalla squadra di Carletto Mazzone…la linea all’Olimpico…”

Fu il trionfo.

Gente che piangeva.

Che si abbracciava.

Che non ci credeva.

Marco guardò verso il cielo e sorrise.

Sorrise ai suoi due angeli e al suo papà che lo avevano guidato da lassù.

E, colto da tanta emotività e da tanto entusiasmo, non si accorse che, nonostante lo Stadio scoppiasse e fosse pieno come un uovo, tre seggiolini intorno a lui erano rimasti sempre vuoti e non furono mai occupati per tutta la durata della partita.

Potenza dell’amore e di un sogno di una notte di metà maggio.

QUATTRO PERSONAGGI IN CERCA DI UN GOAL

Piove su Roma. Un’altra volta. Sembra che la pioggia non debba smettere mai. Sembra quasi che la pioggia debba lavare chissà che. Chissà cosa. Per purificare la città.

Ma con questa pioggia, non fitta e lacerante come quella del Derby di qualche settimana prima, ma fastidiosa e improvvisa, Roma, oggi, sembra Milano.

E non va bene.

Perché stasera c’è Lazio Inter.

E Roma non deve fa la stupida stasera.

Luciano arriva allo Stadio alle sette e mezza. Parcheggia la sua “Mito” sulla salita del Don Orione. Vicino allo Chalet, la discoteca dove qualche lustro prima, viveva i suoi sabato sera. Quando era un trentacinquenne con un bel lavoro e tante donne ai suoi piedi.

Luciano passa davanti all’ingresso della discoteca, e ora che ne ha poco più di cinquanta, di anni, ora che ha una figlia di pochi mesi che gli ha cambiato la vita, ora che le poche certezze della sua vita sono la Lazio e gli affetti che lo aspettano a casa, beh, Luciano sorride e pensa che è felice così. Perché la vita ha i suoi cicli. E quello che sta vivendo è il suo ciclo più bello. Quello definitivo.

Si accende la sigaretta, si sistema la sciarpa biancazzurra intorno al collo, si alza il bavero del giaccone, guarda verso lo Stadio illuminato mentre la pioggia lo bagna in modo fastidioso, sorride e scende giù.

Direzione Tribuna Tevere.

Miro detto “Mito” scende dal pullman della squadra alle sette e mezza. Non ha le cuffie enormi di tanti suoi colleghi. Non ne ha bisogno per mostrarsi fashion e per isolarsi. Per cercare la concentrazione. Perché lui, concentrato, ci è nato.

Miro entra nello spogliatoio e si mette al suo solito posto. Dove i magazzinieri gli hanno già preparato tutto. La maglia numero 11 ben piegata. Gli scarpini Nike di due differenti colori. Miro si emoziona ancora, ogni volta che entra nello spogliatoio. Perché il calcio è la sua vita. Insieme alla sua splendida famiglia. Ed è per questo che per lui, ogni goal è sempre speciale e non è mai banale.

Miro si spoglia e si riveste. Cambia pelle. Si toglie i panni dell’uomo, si trasforma nel cecchino infallibile che sta guidando la propria squadra in alto.

Diventa uno dei giocatori più temuti in Italia.

Sicuramente, quello più decisivo.

Ascolta il Mister che comunica la formazione e gli da gli ultimi consigli.

“…Miro, tu gioca come sai…vieni a prendere palla e fai salire la squadra…cerca di allargare il gioco quando puoi e punta la porta…e cerca il movimento che abbiamo provato in allenamento…”

Si allaccia gli scarpini bianco e verdi, sorride, si infila la felpa da allenamento, sbatte i tacchetti sul pavimento e si incammina verso l’uscita.

Direzione campo di calcio.

Marcolino parcheggia lo scooterone al solito posto. Di fronte al Ministero degli Esteri. Sono le sette e mezza. Ha fatto tutto di corsa per arrivare in tempo. Alle sette è uscito dal negozio dove lavora in centro da pochi mesi. Con lo scooter ha eluso ogni trappola dell’infernale traffico romano di un qualsiasi sabato prenatalizio. Ed è volato allo stadio. Noncurante della pioggia che lo tormenta da giorni. Lui che è un animale delle due ruote.

Si toglie le cuffiette dell’Iphone. “Sei un Mito” degli 883 termina sul più bello. Quando lei gli dice di salire su perché non ci sono i suoi. Controlla i messaggi ricevuti sul cellulare, prima di entrare in clima partita. Risponde a Jessica, la ragazza con cui si frequenta da qualche giorno.

“Sono allo Stadio. A dopo. Se sopravvivo. Come sempre. Ciao…:-)”

Mette la catena allo scooter. Chiude il casco nel bauletto. Si sistema la sciarpa del gruppo intorno al collo. Indossa i guanti di pelle nera e il cappello della “Stone Island”. Alza gli occhi verso lo stadio illuminato in lontananza e sorride. Dall’alto dei suoi diciannove anni. E si avvia.

Direzione Curva Nord.

Stefano scende dal pullman dopo Andre. Per ultimo. Da buon Capitano. Come sempre. Soprattutto quando manca Tommaso. Stefano è sereno. Ha le cuffie in testa. Quelle enormi. Le usa per distrarsi. Per concentrarsi. A dire la verità, le hanno tutti i suoi compagni. Tutti tranne uno. Miro. Ma a lui non servono. Lo sa anche Stefano. Miro è Miro. Punto. “E oggi voglio mandarlo in porta”. Pensa tra se e se Stefano. Se lo ripromette. Mentre saluta l’autista. Che gli fa l’in bocca al lupo per la partita.

Stefano percorre il tunnel che porta agli spogliatoi. È l’ultimo del gruppo. Incrocia Juan Sebastian Veron. Che è appena arrivato allo Stadio invitato dalla Lazio.

“Ciao Sebastian…Come stai?”

“Io bene…Grazie Stefano, in bocca al lupo per stasera…”

“Crepi…eri il mio Mito…ti studiavo quando giocavi…per capire come facevi ad inventare i corridoi dal nulla…”

Veron sorride e gli stringe la mano. Stefano sorride. Ed è pronto. Entra nello spogliatoio. Entra il Mister, elegante come sempre. Che comunica la formazione.

“…Stefano tu parti alto a destra…”

Stefano è pronto. Come sempre. Comincia a cambiarsi e ripensa agli ultimi eventi della sua vita. Al carcere, alle battute gratuite, ad una stampa sempre con il dito puntato.

Pensa a tutte le rivincite che si sta togliendo sul campo. E pensa che un’altra se la toglierà stasera. Ne è sicuro.

Per questo sorride quando sale le scale.

Direzione prato verde.

Luciano compra e beve un “Caffè Borghetti” prima di arrivare ai cancelli. Gli piace il “Borghetti”. Gli ricorda gli anni passati. Quelli delle trasferte con gli amici, quelli dello Stadio con i gradoni bianchi e senza copertura, quelli in cui non bisognava avere la Tessera del Tifoso per poter seguire in modo costante la propria squadra. Quella stessa tessera del Tifoso che usa per superare il controllo ai cancelli gialli e ai tornelli interni. Una routine che affronta senza nemmeno pensarci. Proprio in quanto routine. Come tante altre cose della sua vita. Sale le scale che lo portano al suo settore. Ma prima di raggiungere il suo posto, si ferma a guardare il campo e le squadre che entrano per il riscaldamento.

Batte le mani ai suoi ragazzi. E sorride.

Fa l’ultimo tiro alla seconda sigaretta della serata e la getta via.

Sono le otto.

Luciano raggiunge il suo posto.

Miro entra in campo e va verso la Tevere correndo. Batte le mani ai tifosi che lo applaudono. È concentrato. Ancora più del solito. Questa sera è fondamentale vincere. Lui lo sa. Corre nel suo solito modo. Inconfondibile. Spalle strette. Schiena dritta. Elegante. Miro si trova bene a Roma. L’ha scelta per cercare di raggiungere il suo sogno. Superare Gerd Müller come cannoniere di tutti i tempi della Nazionale Tedesca e giocare il Mondiale in Brasile per superare Ronaldo nella classifica dei marcatori delle fasi finali dei Mondiali.

Obiettivi che ne testimoniano la grandezza, la professionalità e la motivazione. Per Miro, ogni partita è una finale. Ogni goal, una Polaroid della sua carriera. Indelebile. E a colori. Il preparatore chiama i giocatori per iniziare il riscaldamento. Miro si avvicina a Stefano. Prima di iniziare l’allungo e gli fa:

“Dammela sulla corsa, quando taglio verso l’area. Stasera ci penso io.”

E scatta con l’entusiasmo di un ventenne alla prima di serie A.

Marcolino compra “La Voce della Nord” al banchetto fuori l’ingresso della Curva. La colleziona da sempre. Da quando va allo Stadio da solo. E quando non può andare per vari motivi, se la fa comprare dai suoi amici di Curva. Supera l’ingresso dopo essere stato perquisito da capo a piedi. L’abito fa il monaco. Da sempre. E a lui lo perquisiscono tutte le volte. Anche se, in fondo, è un bravo ragazzo. Ma ai tornelli non lo possono sapere. Che fa volontariato e che è donatore di sangue. E che sogna di adottare un figlio a distanza. Ma tutto questo, mentre appoggi la Tessera del Tifoso al lettore ottico, nessuno lo sa. Il laser legge un codice a barre. Non le intenzioni.

Marcolino sale le scale che lo portano dentro lo Stadio. Si ferma quado arriva a gustarsi il prato nella sua interezza. Lo stadio gli trasmette serenità. Lo rilassa. Lo fa sentire a casa. Guarda i giocatori entrare in campo per il riscaldamento. Vede Miro andare verso la Tevere applaudendo e Stefano venire verso la Nord.

Parte il primo coro della Curva. Lui comincia a scaldare la sua voce.

La Voce della Nord.

Stefano entra in campo per il riscaldamento e si avvia verso la Nord. Come ogni domenica. Arriva fino alla linea di fondo e saluta la Curva. È carico e concentrato. E poi, l’incontro con Veron lo ha galvanizzato. Sa che lui è in Tribuna. Doppio ex di livello mondiale. Lui, invece, è un discreto centrocampista con i tempi giusti negli inserimenti e ottime intuizioni di prima e in verticale. Spesso azzarda e sbaglia. E la cosa gli procura critiche. Lui sa di essere amato e odiato. Ma sa pure che, cambiando gli allenatori, lui il posto lo trova sempre. Un motivo ci sarà. Stefano palleggia un po’ per scaldarsi con Senad. Poi il preparatore li chiama per iniziare gli allunghi e il riscaldamento vero e proprio. Gli si avvicina Miro che gli suggerisce come servirlo in profondità.

“Io cerco di infilarla subito. Appena vedo uno spiraglio. Tu parti, Miro, che con me la palla arriva sempre. Ricordi Milano?”

E mentre Miro scatta ricordando il suo goal all’esordio in serie A a San Siro contro il Milan, lui ripensa alla “Strega” Veron. A come apriva gli spazi e a come creava corridoi dal nulla. Stefano sorride e scatta anche lui.

Ci vorrà un po’ di magia per battere l’Inter.

Luciano è nervoso. La Lazio gioca bene, fa la partita ma non riesce a concludere. L’Inter si copre. Aspetta l’avversario chiusa nella propria metà campo e non riparte mai. Sembra di assistere ad un Lazio Atalanta qualsiasi. Il colore delle maglie, in fondo, è lo stesso. Luciano è nervoso. Perché l’Inter fa catenaccio e, soprattutto, perché ha un’interista vicino che non sta mai zitto. E Luciano, come confessa a Marco, il suo compagno di Stadio da anni, si sta rompendo le scatole.

“Nun gliela faccio più…mo’ je meno…”

E quando Klose viene atterrato in area di rigore e l’arbitro fa segno di continuare, lo Stadio esplode veemente nella protesta. Tutto lo Stadio unito nei fischi tranne i diecimila tifosi dell’Inter presenti e il vicino di posto di Luciano. Che non fa nulla per nascondere la sua fede nerazzurra. E allora Luciano esplode. Come mai gli era successo negli ultimi anni di Stadio. Quelli della tranquillità. Il suo tono romano prende il sopravvento. Il turpiloquio diventa il leit motiv della discussione. Tra le risate dei suoi compagni di Tribuna e gli occhi impauriti del malcapitato e poco accorto tifoso. Che capisce l’antifona e abbandona il posto. Per manifesta inferiorità.

“Oooooohhh….e che cazzo….nun gliela facevo più…se doveva mette proprio accanto a me, sto infiltrato de merda…”

E si accende un’altra sigaretta. La quinta della serata.

Tutti ridono. Luciano no. È nervoso.

L’Inter continua a fare catenaccio.

Quando l’arbitro fischia la fine del primo tempo, Miro scuote la testa. È nervoso. L’Inter si chiude troppo e lui ha ricevuto pochi palloni giocabili. E poi, l’arbitro gli ha negato un rigore netto. Mentre scattava verso la porta di Handanovic, ed è stato sgambettato da un avversario. Mazzoleni ha fatto segno di continuare. Lui si è arrabbiato. All’inizio. Ma tanto, arrabbiarsi non serve a nulla. È questo il motto di Miro. Che ha continuato a giocare e a lottare ma senza mai trovare il guizzo. E mentre scende negli spogliatoi per l’intervallo, osserva i suoi compagni e gli avversari. Osserva il fumo che esce dai loro corpi. Colpa del contrasto calore-umidità. E ripensa a quante volte, lo ha visto nei campi della sua Germania, quell’effetto di contrasto. E allora, per un attimo, si sente a casa. Di nuovo. E giura a se stesso che su questa partita lascerà il segno.

Questo pensa mentre sorseggia il the.

Fumante. Anche lui. Come i suoi compagni di squadra.

Marcolino paga la birra per lui e per Big Mac, il suo amico di Stadio da sempre. Una Peroni alla spina ghiacciata ci sta sempre bene. Brindano. Con il bicchiere di plastica. La partita non si sblocca. Sono tutti un po’ nervosi. Ma fiduciosi. Sono i finiti i tempi dell’Inter di Mourinho. Quella invincibile. Sono due anni di seguito che l’Inter ne prende tre all’Olimpico. Big Mac è convinto che sarà così anche quest’anno.

“Ma che non li hai visti quanto so’ scarsi?…avemo giocato solo noi…ci manca solo il goal…”

“Già…speriamo che non ci fanno la sorpresa…quante ne avemo viste di partite così?”

“Ma dai…’ndo vanno?! Oggi li sfonnamo…”

Marcolino invidia la sfrontatezza di Big Mac. Per questo, lui per gli amici è “Ino” e l’altro è “Big”. Anche se fa di tutto per apparire ciò che non è. E nasconde dietro al look aggressivo, le sue insicurezze di ventenne. E allora, prima che inizi il secondo tempo, si prepara una sigaretta con le cartine e il tabacco. Controlla il suo profilo Facebook. E riparte verso il suo posto insieme a Big Mac. Che sta a lui, come Jimmy Cinquepance stava a Paul Gascoigne. Il mito di suo fratello maggiore che ora si gode le partite in Tribuna Tevere.

Lui, no. È troppo piccolo per la Tribuna.

Lui è un animale da Curva.

Ha i suoi istinti, le sue necessità.

Ha bisogno del branco. E lo trova solo lì.

Il branco. Che gli disinibisce l’istinto represso di una vita da bravo ragazzo.

Ce ne sono tanti come Marcolino in Curva.

Che si perdono nel branco e guardano le stelle.

Stefano rientra in campo. Insieme ai suoi compagni. Ha fretta di chiudere il match. Sa che la sua squadra è superiore. Il Mister, negli spogliatoi, gli ha chiesto più velocità nel verticalizzare il gioco. Gli ha detto “Stefano, tu sai come si fa…fallo…veloce…due tocchi…nello spazio…sulla corsa di Miro e dai che facciamo goal…”.

Stefano incrocia gli sguardi dei suoi compagni. Devono solo essere più veloci nella manovra e più cinici. Guarda Miro. Gli fa il segno del pollice. Sperando che Miro, più tardi, ricambi con il segno dell’Ok. Quello che è sinonimo di goal e di vittoria. In fondo, gliel’ha promesso durante il riscaldamento, il goal. Solo che lui ci deve mettere l’assist. La velocità d’esecuzione. E i tempi giusti. Soprattutto. Perché, in fondo, è il tempo che ci frega. Sempre.

E poi succede che l’inerzia della partita cambia.

E mentre tutti aspettano il goal della Lazio, ecco che sul prato di gioco appare, dopo un’ora di gioco, la strana Inter di Stramaccioni. Romanista dentro. E poi succede che Freddi Guarin prende un palo con Marchetti proteso in un inutile tuffo.

E succede che Luciano, in Tribuna, comincia a invocare i santi del calendario. Uno per uno. E poi succede che Cassano la piazza dal limite dell’area, con un tocco dei suoi, quando ricorda di averli. Ma stavolta Marchetti c’è e la devia sul palo. E poi succede che sulla respinta del palo, la palla arriva sui piedi di Nagatomo che, a botta sicura, la butta dentro. O almeno così sembra a tutto lo Stadio. A tutti tranne che a Federico Marchetti. Che c’è ancora. Come c’era prima. E come c’era a Torino. E poi succede che Miro, messo davanti alla porta da un perfetto assist di Gonzales, sbaglia il più facile degli stop mentre Marcolino, Big Mac e tutto lo Stadio con loro erano già pronti ad esultare. Succede che Stefano ripensa a Veron. Che sta lì in tribuna. Leggenda vivente di uno Scudetto bellissimo e incredibile. E pensa che è giunto il momento di lasciare il segno sulla partita. E di seguire i consigli del Mister.

Succede che Hernanes porta palla sulla metà campo. La scarica su Stefano. Che la stoppa di destro, si gira su stesso e lo vede.

Succede che Miro vede Stefano ricevere la palla da Hernanes e capisce che è giunta l’ora. E allora Miro taglia dal centro verso destra. E si va ad infilare in mezzo a tre avversari. Ma lui sa che la palla arriverà. Con i tempi giusti e i giri giusti. Perché Stefano gliel’ha promessa. Una palla così.

E allora Luciano butta la sigaretta per terra mentre Stefano la infila di sinistro. Subito. In profondità. Perfetta. Veloce. Proprio come faceva, anni fa, Veron.

E Miro lascia scorrere la palla quel tanto che basta per colpirla di destro. In corsa tra tre avversari. Proprio come faceva, anni fa, Klose. Che continua a farlo.

Marcolino si alza in piedi. Al rallentatore. Mentre tutti in Curva si alzano con lui. Coreografia spontanea nell’immediato.

Il tiro è perfetto. Angolato. E mentre Miro cade calciando, la palla si infila nell’angolo opposto. Con Handanovic proteso in un volo inutile.

La rete si gonfia.

Lo Stadio esplode.

Luciano lascia il calendario da una parte e abbraccia tutti i suoi vicini di seggiolino alla sua destra. Perché, a sinistra, l’interista non c’è più.

Miro va in scivolata, esultando. E poi viene sommerso dai suoi compagni.

Marco si trova dieci file più su e dieci file più giù. Con Big Mac al seguito.

Stefano sorride e guarda la Tribuna Autorità. Laddove c’è il suo Mito. Che gli ha insegnato come si fa. A creare spazi nel nulla.

La Lazio va in vantaggio a nove minuti dalla fine. E la vince nel momento in cui rischiava di perderla, la partita. L’arbitro concede 4 minuti di recupero. Che diventano quasi cinque.

Poi, finalmente, manda tutti sotto la doccia. E fa calare il sipario su una partita dai due volti.

Miro, a fine partita, va a cercare Stefano.

“Te lo avevo promesso…”

“Già…e io ti ho dato una bella palla, no?”

“Si…ma non mi far fare più scatti come quello…lo sai che sono vecchio, no? Lo dicono tutti…”

E poi gli fa l’occhiolino e, di nuovo, il segno dell’Ok

Perché oggi è la notte è giusta.

Per continuare a sognare.

LA PARTITA CHE RACCONTERETE

Quando gioca la Lazio non vado mai su Fb. E non controllo mai le notifiche di Whatsapp. Anzi, spesso silenzio le chat “laziali” per isolarmi e concentrarmi solo sulla partita. Mercoledì, pero, no. Non ce l’ho fatta. Allibito per quanto stava accadendo al Franchi ho cominciato a cercare conforto, nemmeno fossi Tiziano Ferro abbracciato a Carmen Consoli, interagendo con i miei amici Laziali, con i miei fratelli, con il gruppo della Tevere. E lo schifo era talmente dilagante che in molti, sottoscritto compreso, al goal di Caceres non hanno nemmeno esultato. Perché quello che stava accadendo a Firenze, teatro mai banale ed equamente ospitante di imprese epiche e beffe colossali, stava andando oltre ogni più fervida e complottistica previsione. Soprattutto perché la ferita apertasi nella partita d’andata non si era minimamente rimarginata. Anzi. Era stata malamente lacerata da altri episodi di altre partite con altri arbitri. Un modo di operare chirurgico da far invidia a Sir William Gull, il medico inglese principale indiziato per i delitti di Jack lo Squartatore. Perché quando sei in malafede e sai dove intervenire, è facile trasformare una semplice operazione in un vilipendio.

Il problema è che gli arbitri hanno sbagliato obiettivo. Perché la Lazio non è un cadavere. E perché si sono messi contro la squadra e la tifoseria più stronze della Serie A. Perché mai come quest’anno, la Lazio è una squadra-tifosa e i Laziali sono una tifoseria-squadra. Entrambe fuse in una sorta di connubio calcistico che toglie il fiato e rinasce continuamente dalle ceneri dove vogliono spedirci.

Perché solo una squadra che ragiona come una tifoseria sarebbe in grado di ribaltare una partita come quella di Firenze.

Perché solo una squadra che ha dentro di sé un cuore Laziale può essere in grado di restare agganciata al terzo posto nonostante tutte le nefandezze subite quest’anno.

E anche se ogni tanto cade, come è successo a Salisburgo, poco importa. Anche se fa male. Perché solo chi striscia, non cade mai. Solo chi non fa, non sbaglia.

E questa Lazio di cose ne fa tante. Molte sono belle. Qualcuna meno. Altre sono indimenticabili. Come la vittoria di Firenze, per esempio.

Perché quando tra qualche anno, vostro nipote vi chiederà perché siete della Lazio, voi ve lo metterete sulle ginocchia, gli legherete intorno al collo la sciarpetta, gli accarezzerete i capelli, lo guarderete negli occhi e gli direte:

“Ora nonno ti racconta una storia…era un mercoledì di aprile, l’anno era il 2018…e giocavamo a Firenze…”

E lui capirà.

IL VOLO DI SIMONE

Diciamocelo.

Chi, indossando i panni del tifoso più passionale, non si è mai lasciato andare ad esultanze che sono poi andate oltre, trasformando involontariamente un gesto catartico in una gag comica? Personalmente, di mie esultanze così, in tanti anni di stadio, ne ricordo un bel po’. Sono inciampato nei seggiolini. Ho versato addosso al mio vicino la birra che stavo bevendo. Mi sono volati gli occhiali. Mi sono ritrovato dieci file più su o dieci file più giù. Insomma, spesso l’esultanza si è trasformata in un momento di cui ridere. Magari cullati dal ricordo di una vittoria giunta proprio per quel goal.

E allora che bello vedere un Mister che esce dai confini della professionalità e dell’aplomb e dopo la rete che chiude il discorso qualificazione si lascia andare ad una corsa sul tartan bagnato che si trasforma in un ruzzolone senza precedenti.

Che bello vedere un Mister che simula inconsapevole il gesto del tiro in porta per partecipare a modo suo al goal del suo bomber.

Che bello vedere un Mister correre sulla linea del fallo laterale per accompagnare in porta il suo attaccante partito sul filo del fuorigioco.

Che bello vedere un Mister esultare come un tifoso.

Che bello sapere che da due anni la Lazio è allenata da un uomo che fa della Lazialità la sua arma in più.

Che bello vedere Simone Inzaghi allenare la Lazio.

Un uomo che se cade proprio mentre sta per cominciare a volare, si rialza come se non fosse successo nulla. Anzi, si rialza più forte di prima.

Proprio come la Lazio.

Proprio come i Laziali.

LA MIA LAZIO. LA MIA VOCE #3

La ruota gira. E adesso gira in direzione ostinata e contraria. E così capita di uscire dalla Coppa Italia senza aver subito un tiro in porta. Capita di perdere al 92esimo per colpa dell’unico tiro preso in porta. E capita di prendere il palo all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di recupero. Capita. Il calcio, come la vita, è spesso deciso da momenti. Come raccontava Woody Allen in quel capolavoro che è “Match point”, la differenza la fa la pallina da tennis che prendendo il nastro della rete, cade in una parte o in un’altra del campo. Ecco. La Lazio adesso è una squadra che fa fatica ad uscire dal pantano della cattiva sorte in cui è entrata. Certo, c’è anche dell’altro, ovviamente. Una forma fisica che non aiuta ad arrivare sulla palla appena quel centimetro prima dell’avversario e che ci permetterebbe di trasformare un contrasto in una ripartenza. Qualche scelta più o meno azzeccata (ma con il senno di poi siamo tutti Mourinho). Insomma. Adesso, sulla Lazio, se decide di piovere, diluvia. Ma al netto di tutto ciò, la squadra c’è ed è viva. Perché il Milan è stato dominato. La Juve è stata limitata. E con la Dinamo, quando la squadra si è accesa, il match è cambiato. Sí, forse è un po’ stanca. Ma a dargli una mano, ora tocca a noi. Che di Lazio, di questa Lazio, non ci stanchiamo mai.

LAZIO-MILAN: BENVENUTI ALL’INFERNO

Quello di seconda media è stato un anno di merda. A metà tra l’inferno della prima e il paradiso della terza. Un purgatorio scolastico di cui conservo indelebile un ricordo che è stato incipit di un odio. Anche se ancora non potevo saperlo. Era l’anno scolastico 1987/88, avevo dodici anni, la Lazio era al suo ultimo anno di serie B e il Milan si apprestava a diventare la squadra più forte del mondo. In un tema di italiano a sfondo fantasioso, inventai la storia di un ragazzino tifoso Laziale che, alla vigilia di un Lazio-Milan futuro, per cercare di sconfiggere gli invincibili avversari, decise di fare ricorso ad aiuti sovrannaturali. Drogato dei Dylan Dog letti avidamente con le mani sudate e l’acquolina in bocca, feci organizzare al piccolo protagonista una seduta spiritica in cui convocava gli spiriti di Tommaso Maestrelli e Luciano Re Cecconi per chiedere il loro aiuto. E in una partita/battaglia che viaggiava in parallelo tra il prato dell’Olimpico e il cielo, dove angeli e demoni, molti anni prima di Dan Brown, si scontravano in un duello senza esclusione di colpi, la Lazio riusciva ad avere la meglio sul Milan rendendo felice il piccolo protagonista. Soddisfatto per aver contribuito a modo suo alla vittoria.

A quel foglio protocollo scritto in malo modo dalla mia calligrafia da ex-mancino, affidai ciò che sarebbe stato il mio più grande odio sportivo nei successivi trent’anni.

La Lazio salì in A e sbancò subito San Siro grazie ad un autogoal maldestro di Paolo Maldini. Da lì in poi, a San Siro, il nulla. Nemmeno quando eravamo la squadra più forte del mondo.

Venne però una Coppa Italia. Il primo trofeo dopo tanti anni. Vinta proprio contro il Milan grazie a un goal di un ragazzo romano e Laziale che indossava la maglia numero 13. Venne però uno Scudetto rubato sul fil di lana proprio da quel Milan. Vennero poche gioie e molte delusioni. Che misero il Milan sul mio personale podio delle squadre più odiate. E quello che è successo ieri aggiunge un’altra piccola tacca a questa personale biografia. Una partita infinita. Il gelo e la neve di questi giorni. Una squadra che in 220 minuti ha pensato solamente ad arrivare ai rigori. E poi la lotteria finale. Quella in cui ti tradiscono il tuo giocatore più forte e quello con maggior esperienza. E quella in cui un ragazzo romano e Laziale con addosso la maglia numero 13 ti spedisce all’inferno.

Perché se ci piace credere che Dio è Laziale, per forza di cose il suo avversario principale sarà la squadra del Diavolo.

E se è pur vero che il Diavolo fa le pentole.

È altrettanto vero che la Lazio ancora non riesce a fare i coperchi.

Almeno fino a quando un altro dodicenne come il me di tanti anni fa non deciderà di organizzare un’altra seduta spiritica.

SERGEJ MILINKOVIC-SAVIC: UNA BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA

Sergej nasce in Serbia ventitré anni fa ed è er fijo segreto de Ivan Drago e de Brigitte Nielsen, concepito sul set de “Rocky IV” e partorito solo una decina de anni dopo, al termine de ‘na lunga gestazione.

Quando viene ar mondo, infatti, è alto già un metro e cinquanta e viene subito convocato pe’ ‘na partita de spareggio tra la Serbia e la Croazia, categoria Allievi Terminator.

A scuola, nun è bravissimo: sempre seduto all’ultimo banco, è il re dello “schiaffo der soldato” e de “nun se move ‘na foja!”, giochi nei quali sviluppa le sue future abilità di provocatore e di mostratore de diti medi occulti a tutti i compagni de classe. Soprattutto a quelli che nun je passano i compiti.

Quando sbarca a Fiumicino se presenta così a Tare: “Io Sergej”. E il buon Igli, memore delle gare de verbi che faceva a Tirana, je risponde: “…Tu sergesti, egli sergebbe, noi sergemmo, voi sergeste, essi sergerono!”

Fu così che nacque subito un grande feeling che fece sì che Sergej preferì la Lazio alla Fiorentina.

Accolto dal solito mantra del laziale 2.0, “se era bono, te pare ce lo davano a noi?” (lo stesso usato, tra l’altro, per De Vrij, Leiva e Parolo), er buon Sergej co’ er poro Pioli se specializza nella spizzata de palloni su rinvio der portiere e nulla più, nun trovando un’esatta collocazione in campo.

Sarà grazie a Simone Inzaghi, uno che fa colazione co’ Pane e Bielsa, pranza con Spaghetti alla Mourinho e cena co’ Scaloppine alla Sven Goran, che er buon Sergej se piazzerà ar centro der campo. E nun ne uscirà più.

Perché Sergej c’ha er nome ar passato ma è il primo giocatore proiettato nel futuro pe’ quanto è moderno.

Perché Sergej c’ha più ruoli che cognomi.

Perché er fratello che gioca in porta, nun è er fratello, ma è lui che sotto mentite spoje se diverte pure a mettese in porta.

Perché Sergej mena quando deve mena’.

Segna quando deve segna’.

Dribbla quando deve dribbla’

Provoca quando deve provoca’.

Sempre co’ quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi che andiamo a tifare la Lazio.

La faccia de chi nun c’ha paura de niente.

La faccia da Laziale fracico.