PAUL GASCOIGNE, GAZZA & ME (Una storia d’amore, anche se lui non lo sa)

La prima volta che vidi Paul Gascoigne avevo quattordici anni e stavo nell’aula di reparti dell’ITIS. E anziché limare un pezzo di metallo, sfogliavo di nascosto Zzap, mitica rivista di videogiochi della mia generazione. Il suo faccione biondo e sorridente mi ammiccava dalla pubblicità di “Gazza’s Super Soccer“. Il suo nome completo e a me sconosciuto era rappresentato sotto forma di autografo. Quasi illeggibile.

Conquistato dalla simpatia che trasmetteva la foto e sempre a caccia di nuovi giochi di calcio per il mio Commodore64 a cui immolare i pomeriggi adolescenziali, interpellai l’esperto di calcio estero della mia classe, tale Cristian Saragoni. “Ah Cri’, ma chi è ‘sto Gazza?” “Si chiama Paul Gascoigne, gioca nel Tottenham…” “È forte?” “Sì, ed è pure mezzo matto…” Forte e pure mezzo matto. Tenni là la considerazione del buon Saragoni e la sovrapposi a quello che vidi pochi mesi dopo. Quando l’empatia diventò colpo di fulmine.

Le notti magiche di Italia ’90. Un’Inghilterra sensazionale. Ed un giocatore con la maglia 19 che esplose in tutto il suo talento e la sua potenza, trascinando la sua squadra fino alla semifinale contro la Germania Ovest. Ricordo il cartellino giallo che l’arbitro gli sventolò sotto gli occhi e che gli avrebbe impedito di giocare la successiva Finale. E ricordo le lacrime. Le lacrime di chi dietro quell’istrionismo e quella classe, mal celava una fragilità che lo avrebbe accompagnato per il resto della carriera. E della vita soprattutto. Continuai perciò a seguire Gazza e il suo Tottenham con interesse e simpatia, sfruttando i potenti mezzi dell’epoca (Telemontecarlo e il Televideo su tutti) fino a quando una notizia nata come rumor prima e come trattativa poi arrivò a sconvolgere i miei pomeriggi primaverili di sedicenne tutto acne e Subbuteo: la mia Lazio voleva Paul Gascoigne.

Non potevo crederci. La Lazio era da poco ritornata in Serie A al termine di una decade piena di difficoltà. E Paul Gascoigne era il pezzo pregiato del Calcio Internazionale. Era un matrimonio impossibile, pensavo. “Ma te pare che…” E invece no. Dopo una trattativa infinita, in cui imparai a memoria i nomi di tutti i dirigenti del Tottenham, Paul Gascoigne divenne un giocatore biancoazzurro. Paul “Gazza” Gascoigne era un giocatore della Lazio. La mia Lazio. Appresi dell’ufficialità grazie all’Ultima Ora di Televideo. E mi emozionai.

Paul Gascoigne sarebbe stato il primo tassello di una Lazio che sognava di diventare grande. Mancavano poche settimane e poi lo avrei finalmente abbracciato e fatto mio. E invece no. Il 18 maggio 1991, mentre la Lazio perdeva 2 a 0 a Milano contro l’Inter, Gazza stava per scendere in campo per l’ultima volta con la maglia del Tottenham. Contro il Nottingham Forest, a Wembley. Finale di FA Cup. Ero a casa del mio amico Daniele quel pomeriggio, quando “Tutto il calcio minuto per minuto”, sottofondo alle nostre partite al computer, annunciò l’infortunio di Gazza. Rimasi impietrito. Si parlava di legamento crociato. Si parlava di un anno di stop. UN-ANNO-DI-STOP. La Lazio decide di aspettarlo e io con lei. E il poster in cui lui è vestito da cowboy che il Corriere dello Sport regala ai suoi lettori diventa un feticcio nella mia cameretta.

Passano i mesi e in un mercoledì di fine settembre del 1992, vestito a festa, sotto il classico diluvio romano che sancisce la fine dell’estate, mi ritrovo in Distinti Nord, con tanto di macchinetta fotografica, insieme a mio fratello, per festeggiare il suo ritorno al calcio giocato proprio contro il suo Tottenham. E’ Roma ma sembra Londra. E allora a Gazza bastano dieci minuti per mettere il pallone alle spalle di Walker, sfruttando un comodo assist di Thomas Doll. “Incredibile!! Proprio lui!!!” ripeterà cento volte Sandro Piccinini, ossia ogni volta che farò rewind per rivedere la registrazione della partita. E quattro giorni dopo, arriva anche l’esordio in Serie A. Contro il Genoa. E io sono là. E sono là anche contro il Parma, quando la forma fisica è migliore, lui è più sciolto. E contribuisce alla vittoria per 5-2. E sarò lì ogni volta. Ogni domenica. Inseguendo una Passione senza fine.

Il colpo di fulmine, per una proprietà transitiva che non conosce regole, si trasforma così in amore puro. Per il primo bacio, però, devo attendere ancora un po’. Come in tutti gli amori sofferti. E’ una domenica di fine novembre. C’è il Derby. In Curva Sud, i romanisti espongono uno stendardo con su disegnata una carrozzella da invalido e la scritta “It’s ready for you, Gazza”. E Gazza si fa trovare pronto, a pochi minuti dalla fine, su una punizione scaraventata in area da Signori. Il contrasto biondo con Silvano Benedetti premia il nostro idolo. Il colpo di testa è perfetto e finisce alle spalle di Zinetti. Uno pari. E corsa senza direzione che termina sotto la Nord impazzita di gioia. Grazie, Gazza, Grazie. Il poster di quel goal, pubblicato da Lazialità va a fare compagnia a tutti gli altri, sulla parete della mia cameretta.

Passano gli anni, io mi diplomo e parto militare. In quelle notti venete e senz’alba, comincio a scrivere. Tanto. Riempio blocchi e fogli. Invento storie. E poi le chiudo nel cassetto. Non c’è Facebook che mi dà un riscontro immediato con i like. E quel cassetto è lo scudo della mia timidezza. Di cui non ho ancora la chiave. E dentro quel cassetto, tra i tanti, c’è un racconto dedicato proprio a Paul Gascoigne. L’amore calcistico della mia adolescenza. Nel 1999, la nostra cagnolina partorisce. E’ maschio. Sono indeciso su due nomi. Cholo o Gazza. Ma l’amore calcistico di una vita ha la meglio sull’infatuazione del momento. E Gazza cresce con noi, compagno fedele, sbarazzino e affettuoso. Arriviamo al 2001, il Guerin Sportivo, a gennaio, pubblica un inserto in cui scrittori e giornalisti raccontano il proprio mito calcistico. Quell’inserto si chiama “Io e Lui”. E io ho in Paul Gascoigne il mio “Lui” calcistico. E allora, prendo il coraggio a due mani. Apro il cassetto. E attraverso la mia mail, gazza4ever@yahoo.it, invio al Direttore del Guerino di allora, Ivan Zazzaroni, il mio racconto su di Lui, “Parliamone, Paul”. Lo mando così, senza aspettarmi nulla. Quando però, due settimane dopo, lo vedo pubblicato in seconda e terza pagina nella Posta del Direttore, le mani mi tremano e gli occhi si bagnano. Il commento che lo accompagna è il seguente: “L’ho pubblicato, caro Alessandro, perché non è un “Io e Lui”. E’ qualcosa di più.” Ed è una di quelle frasi che non scorderò mai.

Come il primo “Ti amo”, per intenderci. Sono entrato da poco in una grande multinazionale. E’ il mio primo lavoro serio e ufficiale. Ho venticinque anni e tanto entusiasmo. Un mio collega, romanista ma amante del Calcio come me, compra il Guerino dove c’è il mio articolo e lo porta in negozio. Quell’articolo finisce nelle mani del mio capoarea di allora che rimane colpita da ciò che avevo scritto e, sfruttando una condivisione ante litteram, molto prima di Facebook, lo ripubblica su un bollettino aziendale che arriva in tutti i negozi dell’azienda per cui lavoravo. Non può fare copia e incolla. Lo ricopia a mano. Parola per parola. Da quel momento, per i miei colleghi di tutta Italia, divento “quello che ha scritto quell’articolo meraviglioso su Gascoigne”, divento quello con cui parlare di Calcio in modo passionale e romantico, e divento un po’, lo ammetto, il prediletto del mio capo. Sono bravo in quello che faccio. Sono un creativo.

Vado a duemila. Ma quell’articolo su Gazza mi dà quella spinta in più. E’ un po’ il Deus ex Machina della mia carriera. Mi vengono assegnate sempre più responsabilità. Compiti in cui oltre all’ingegno bisogna metterci il cuore e un po’ di creatività. Io rispondo presente e cresco. Vengo promosso Manager qualche mese dopo. La mai carriera prende il volo. Grazie a me ma anche un po’ a Paul Gascoigne. Nel 2010, Gazza, il mio cagnolino, muore. Lasciando i segni delle unghie sullo stipite di legno della porta di casa e soprattutto un vuoto che solo chi ha avuto cani, può immaginare. E che non verrà più rimpiazzato da nessuno. Tanto affetto. Ma anche tanto, troppo, dolore.

Nel 2012, dopo tanti anni, Paul Gascoigne torna finalmente all’Olimpico invitato dalla Lazio. La sua Lazio gioca contro il suo Tottenham. Un buon motivo per andare incontro al passato a braccia aperte. Il fuoriclasse, però, ha lasciato il posto all’alcolizzato. Il clown si è tolto la maschera ed è rimasto solo un uomo di quarantacinque anni prigioniero dei suoi demoni e dei suoi vizi. Ma la gente Laziale lo ama ancora. E va allo Stadio, quella sera, per dimostrargli quanto è stato importante, quanto gli ha voluto e gli vuole ancora bene. Perché il tempo passa, ma l’Amore, quello vero, resta. E io sono di nuovo lì. Come tutti. Ma forse, un po’ di più degli altri. In Tribuna Tevere, il mio Nirvana da tifoso.

Con addosso la maglia dedicata a lui e lo sguardo di chi non vede l’ora di commuoversi di fronte a quell’uomo così strano e fragile. Così incredibilmente autodistruttivo. Un uomo che avrebbe potuto avere il Mondo ai suoi piedi e che invece da quel mondo si è fatto schiacciare. La sua passerella sotto la Nord, con gli occhiali finti, è qualcosa di struggente e definitivo. E’ il posto in cui il presente ritrova il passato. Il momento in cui un uomo allo sbando capisce quanto amore c’è. Ancora. Intorno a lui. “Lionhearted, headstrong, pure talent, real man…still our hero.” è il saluto della Nord. Sì, Paul Gascoigne è ancora il nostro eroe. Il mio Eroe. Anche se di anni ora ne ho quarantuno. Anche se non lavoro più per l’azienda in cui feci carriera. E anche e soprattutto, perché io, come lui, ho alternato trionfi a sconfitte.

Come lui, sono caduto e mi sono rialzato. Come lui combatto ogni giorno contro i miei demoni. Che non sono subdoli e tentatori come possono essere l’alcol e la droga, ma stanno lì, ben presenti, a farmi compagnia. Perché Paul Gascoigne, per me, è stato tutto. E forse anche qualcosa di più. E’ stato un poster in camera, un VHS da conservare, una t-shirt da collezionare, un articolo da ritagliare, un libro da rintracciare, un racconto da incorniciare, il doppiopasso da imitare. Paul Gascoigne è stato l’eroe dei miei pomeriggi. Il leit motiv della mia vita sportiva. Il ricordo più puro e struggente del mio essere tifoso. Paul Gascoigne è stata una lunghissima e bellissima Storia d’amore. Che iniziò per caso grazie ad una rivista di videogiochi, ventisette anni fa, continua fino ad oggi e proseguirà fino a domani, fino a dopodomani. Per sempre. Perché se è vero che in un viaggio non conta la meta ma quello che si prova durante, Paul “Gazza” Gascoigne, per me, è stato il miglior compagno di viaggio possibile. “E per questo, non finirò mai di ringraziarti. Grazie, Gazza, Grazie.” Ti voglio bene.

IL VOLO DI SIMONE

Diciamocelo.

Chi, indossando i panni del tifoso più passionale, non si è mai lasciato andare ad esultanze che sono poi andate oltre, trasformando involontariamente un gesto catartico in una gag comica? Personalmente, di mie esultanze così, in tanti anni di stadio, ne ricordo un bel po’. Sono inciampato nei seggiolini. Ho versato addosso al mio vicino la birra che stavo bevendo. Mi sono volati gli occhiali. Mi sono ritrovato dieci file più su o dieci file più giù. Insomma, spesso l’esultanza si è trasformata in un momento di cui ridere. Magari cullati dal ricordo di una vittoria giunta proprio per quel goal.

E allora che bello vedere un Mister che esce dai confini della professionalità e dell’aplomb e dopo la rete che chiude il discorso qualificazione si lascia andare ad una corsa sul tartan bagnato che si trasforma in un ruzzolone senza precedenti.

Che bello vedere un Mister che simula inconsapevole il gesto del tiro in porta per partecipare a modo suo al goal del suo bomber.

Che bello vedere un Mister correre sulla linea del fallo laterale per accompagnare in porta il suo attaccante partito sul filo del fuorigioco.

Che bello vedere un Mister esultare come un tifoso.

Che bello sapere che da due anni la Lazio è allenata da un uomo che fa della Lazialità la sua arma in più.

Che bello vedere Simone Inzaghi allenare la Lazio.

Un uomo che se cade proprio mentre sta per cominciare a volare, si rialza come se non fosse successo nulla. Anzi, si rialza più forte di prima.

Proprio come la Lazio.

Proprio come i Laziali.

LA MIA LAZIO. LA MIA VOCE #3

La ruota gira. E adesso gira in direzione ostinata e contraria. E così capita di uscire dalla Coppa Italia senza aver subito un tiro in porta. Capita di perdere al 92esimo per colpa dell’unico tiro preso in porta. E capita di prendere il palo all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di recupero. Capita. Il calcio, come la vita, è spesso deciso da momenti. Come raccontava Woody Allen in quel capolavoro che è “Match point”, la differenza la fa la pallina da tennis che prendendo il nastro della rete, cade in una parte o in un’altra del campo. Ecco. La Lazio adesso è una squadra che fa fatica ad uscire dal pantano della cattiva sorte in cui è entrata. Certo, c’è anche dell’altro, ovviamente. Una forma fisica che non aiuta ad arrivare sulla palla appena quel centimetro prima dell’avversario e che ci permetterebbe di trasformare un contrasto in una ripartenza. Qualche scelta più o meno azzeccata (ma con il senno di poi siamo tutti Mourinho). Insomma. Adesso, sulla Lazio, se decide di piovere, diluvia. Ma al netto di tutto ciò, la squadra c’è ed è viva. Perché il Milan è stato dominato. La Juve è stata limitata. E con la Dinamo, quando la squadra si è accesa, il match è cambiato. Sí, forse è un po’ stanca. Ma a dargli una mano, ora tocca a noi. Che di Lazio, di questa Lazio, non ci stanchiamo mai.

SE QUESTO È UN DIRETTORE

Qualche anno fa, nel negozio che gestivo, avevo un collega che aveva una scarsa cura del corpo. In poche parole, puzzava. La mia azienda mi fece pressioni per risolvere il problema e io, imbarazzato perché si trattava di un argomento molto delicato e personale, cercai la soluzione più delicata e meno impattante. Convocai così una riunione con tutto lo staff e feci presente a tutti che un cliente si era lamentato con la nostra azienda per l’igiene di uno di noi ma che non sapevo chi fosse. Quindi invitai tutti, me compreso, a fare più attenzione a quell’aspetto così fondamentale quando si lavora a contatto con il pubblico. Ovviamente gli altri componenti dello staff sapevano a chi fosse rivolta quella critica ma tutto ciò finì con la persona “incriminata” che dava consigli di igiene agli altri colleghi. Non percependosi parte del problema. Solo successivamente, durante una discussione face to face, ripresi l’argomento e in modo un po’ brusco gli buttai in faccia la verità senza tanti giri di parole. Da quel momento, le cose cambiarono definitivamente.

Questo per dire che la stampa, anziché lamentarsi di eventuali mancate sanzioni ai danni di una tifoseria incolpevole e che in questo momento ha ricreato, grazie anche alla Società, un’atmosfera bellissima e nella quale i bambini si divertono e sono felici, dovrebbe rinforzare il concetto che i “colpevoli” di quel gesto sono stati daspati e non potranno venire a vedere la propria squadra del cuore per un sacco di tempo. Ecco. Quella, eventualmente, sarebbe la sentenza da risaltare e applaudire. Perché quando spari nel mucchio, tutti scappano e c’è il rischio che, passata la prima paura, la lezione non venga capita. E si ricominci.

Quindi, cari giornalisti, anziché attaccare un’intera tifoseria e migliaia di persone perbene spingendo per togliere loro una grande Passione, anziché pulirvi la coscienza parlando di “memoria” e di “sequestoèbuonismo”, pensate a fare un’informazione corretta e intellettualmente onesta. E non di certo come il Tg Nazionale che fu costretto a fare errata corrige sul minuto di raccoglimento durante Bologna-Lazio. Perché se il culo vi rode e siete accecati da una rabbia, la colpa non è certo della Lazio e dei Laziali. O forse, sì.

Dipende sempre qual è il colore della sciarpetta che mettete intorno al collo.

Forse, gialla come er fiele.

Rossa come er livore vostro.

LAZIO-UDINESE: LE MIE PAGELLE

Strakosha 8: nel primo tempo se allunga su Barak come Reed Richards dei “Fantastici Quattro”. Nel secondo, visto che s’annoiava, se inventa l’autoparata: consegna volontariamente er pallone ai giocatori dell’Udinese pe’ compie un miracolo dei suoi e costringe tutti a metteje mezzo voto in più.

Wallace 6,5: se narra che Martin Caceres, Inzaghi lo usi come l’uomo nero pe’i ragazzini. “Guarda, che se me fai un’altra cazzata la prossima volta faccio gioca’ Caceres!”. Missione compiuta. Prestazione senza macchia per Fortuna. Sua e nostra.

De Vrij 7: maestoso come er cinema a San Giovanni.

Radu 7: nel primo tempo, se immola su Perica generando lo stesso fomento de quando Bud Spencer interveniva nelle risse pe’ dà ‘na mano a Terence Hill.

Basta 7: la sgroppata che se fa nel secondo tempo sotto la Tevere con dribbling a centrocampo e poi il tiro in porta è stata commovente e l’avemo tutti accompagnata con la colonna sonora de “Momenti di gloria”. Dusan Basta is the new Toninho Cerezo: “un gran professionista”.

Milinkovic-Savic 6,5: partecipa ai primi due goal ma rispetto alla straripante prestazione de domenica, se rilassa un po’. In pratica, come quando t’accendi ‘na sigaretta dopo ‘na gran trombata.

Leiva 7: se Napoleone avesse potuto schierarlo a Waterloo, probabilmente la storia mondiale sarebbe andata diversamente. Lucas Leiva è il generale che mancava a questa squadra. Il condottiero che sa sempre cosa fare. Lucas Leiva è come er culo dell’ortolano. Sta sempre dove casca er cetriolo.

Parolo 7: onora la fascia da capitano con una prestazione vecchio stampo. Sul goal del vantaggio distrae e costringe all’autogo’ Samir chiedendoje: “Ma senti un po’, secondo te, la figurina de Dzeko su quale album la devo attacca’? Quello italiano o quello inglese?”

Lukaku 7: quando parte palla al piede cominciano gli “ooohhh” di stupore e d’attesa come quando, al club privè, la spojarellista se stava pe’ leva’ er reggiseno. Chiude un paio de diagonali difensive con lo stesso tempismo con cui Berlusconi, sotto elezioni, promette de abbassa’ le tasse. Ma cicca in piena area di rigore un pallone facile facile solo perché s’era coordinato con la gamba fuori ordinanza.

Anderson 8: continua il periodo Battisti pe’ FeLucio e mi ritorna in mente bello come sei. Forse ancor di più. Nel secondo tempo straripa come er Tevere sotto Alemanno.

Nani 8: se Anderson è Battisti, lui a inizio secondo tempo diventa Mo’ Goal. Quando Felipe gli offre un assist strepitoso e gli porge un pallone che va solo spinto in rete, lui si trasforma nell’ottavo nano: “Segnalo”.

Lulic 7: entra per fare legna a centrocampo ma quando la partita ormai non ha più nulla da dire, ha una crisi d’identità, se crede de esse Lulic Alberto e manda in porta Anderson con un passaggio strepitoso.

Luis Alberto, Murgia sv: entrano solo pe’ dimostra’ che l’unica panchina corta è quella che sta al parco de Monte Mario.

Inzaghi 8: qualsiasi allenatore senza il proprio bomber andrebbe in crisi mistica. Lui invece che fa? Toje pure Luis Alberto e manda l’amico Oddo in analisi. Ha il merito di aver creato una squadra in cui tutti si sentono utili e parte integrante del progetto. Una media di quasi tre goal a partita e una capacità di trovare sempre il punto debole dell’avversario e il pertugio giusto per sbloccare il match.

AVANTI LAZIO

AVANTI LAZIALI

SPAL-LAZIO: LE MIE PAGELLE

Strakosha 6: se nun fosse pe’ Wallace e Tagliavento passerebbe ‘na domenica tranquilla. Ner mezzo, il solito paratone che ormai è prassi come tu’ nonna che te regala la mezza piotta a Natale.

Wallace 6: sul 3 a 1 guarda i tifosi della Lazio nel settore ospiti e pensa: “Se so’ fatti tutti ‘sti chilometri e noi famo fini’ la partita così presto?” Detto fatto. Rinvio de merda. Go’ della Spal. E partita riaperta. Almeno fino alla tripletta de Ciro.

De Vrij 6,5: pe’ ‘n allenatore, avecce De Vrij in difesa è come quando scopri de avecce la matta a sette a mezzo. E fai “banco e carta” perché te senti er più forte der mondo.

Radu 6: se mette d’accordo co’ Tagliavento pe’ fasse ammoni’, squalifica’ e salta’ er Chievo perché er 21 c’ha er concerto de Cristina D’Avena e i Gem Boy a Trevignano e nun lo salterebbe pe’ niente ar mondo.

Basta 6: partita da ventennio. Qualche errore ma “ha fatto anche delle cose buone”. Come l’assist per Ciro, per esempio.

Lukaku 7: lui è er torrone al cioccolato che sotto le feste nun po’ manca’ mai. Er Tartufone. Er gelato al cioccolato de Pupo e Malgioglio. È ‘na spina nel fianco della difesa della Spal. “E meno male che è solo nel fianco” pensa Lazzari tutte le volte che viene puntato dal nostro amico Jordan.

Leiva 5: sempre più convinto che co’ Gonalons al posto suo, ‘sta squadra sarebbe prima in classifica. Vabbè, dai, stavo a scherza’. 7: pilastro insostituibile come quelli della Salerno-Reggio Calabria.

Parolo 6: meno lucido del solito. Non brilla perché un po’ brillo. Tutta colpa de quello spumantino portato da Manzini, riciclato da un regalo de Natale pe’ Luciano Spinosi nel lontano 2001.

Milinkovic-Savic 7: sull’assist per Immobile è come Muhammad Alì: “vola come una farfalla e punge come un ape”. Resiste alla carica dell’avversario e inventa uno spazio che Luis Alberto subito dopo je fa: “Ah stronzo, quell’assist li posso fa’ solo io!”

Luis Alberto 9: se sull’azione del goal, gli oscurate il viso, si potrebbe pensare che si tratti di Zinedine Zidane per l’altissimo tasso di classe, eleganza e leggerezza nel tocco di palla. L’assist per Immobile apre invece un capitolo cinematografico. Ne “Il mio amico Eric” di Ken Loach, quando Eric Bishop chiede al suo idolo Eric Cantona quale sia stato il suo gesto tecnico migliore in carriera proponendogli una serie di goal fantastici, Cantona lo guarda e gli risponde con quel sorriso così francese e così solo suo: “Non è stato un goal ma un passaggio…” A Denis Irwin contro gli Spurs. E quando Eric gli chiede cosa sarebbe successo se Irwin avesse sbagliato quel goal, The King risponde “Devi sempre avere fiducia nei tuoi compagni. Altrimenti tutto è perduto”. Ecco, l’assist di Luis Alberto a Immobile è identico nel gesto ma più veloce nei giri del pallone. E proietta il giocatore spagnolo nel gotha di quei giocatori che il calcio non lo vedono. Ma lo anticipano e lo indirizzano. Magari un giorno, rispondendo alla stessa domanda fattagli dal nipotino, un ormai anziano Luis risponderà: “Non è stato un goal ma un assist…al mio amico Ciro…che giocatore Ciro, uno di cui potevi fidarti perché si buttava sempre nello spazio e io amavo inventare spazi per lui…giocavamo a Ferrara…sai dov’è Ferrara, tesoro mio?” Fenomeno assoluto.

Immobile 10: pare che la sera prima in ritiro, Milinkovic j’abbia bussato alla porta insieme a Radu e Manzini e j’abbia chiesto: “Ciro, te va un pokerino?!” E lui, professionista come Toninho Cerezo a Capodanno, pare j’abbia risposto: “No, grazie, me lo tengo pe’ domani!” Segna quattro go’ uno diverso dall’alto, se porta a casa er pallone e si conferma il miglior centravanti in Italia.

Anderson, Lulic, Luiz Felipe 6: determinanti come i Re Magi sur Presepe er 6 gennaio sera.

Inzaghi 9: ha trasmesso a questa squadra quella tigna e quel veleno che ogni tifoso Laziale chiedeva. La sua Lazio è un perfetto mix di tecnica, bullismo, grazia, consapevolezza e cinismo. Ogni altro commento sarebbe superfluo. Questa Lazio va amata e va seguita. Nulla più. Chapeau.

Tagliavento 2: più antilaziale de Max Leggeri il 26 maggio, fa un all in de zozzerie che la metà basterebbero pe’ rovina’ er campionato a ‘na squadra. Ma ‘sta Lazio è più forte pure de lui. E lui, come tanti quest’anno, se la pija riccamente ‘nder culo.

AVANTI LAZIO.

AVANTI LAZIALI.

IO HO AMATO PAOLO DI CANIO

Io ho amato Paolo Di Canio.

O, almeno, l’ho amato fino al momento in cui la penna che ha tracciato il cerchio del suo Destino ha ricongiunto, in un prepotente e magico incrocio, l’inizio con la fine.

Per proseguire, poi, in modo svogliato verso la sbavatura finale. Ma quella, in fondo, è un’altra storia.

Penso a lui e mi viene in mente la Bic Multicolore. Quel pennone bianco e azzurro con le quattro mine di diverso colore che andavano di moda tra gli alunni degli anni ottanta e novanta. Quelle che si usavano per lasciare dediche sui diari degli amici e, soprattutto, delle amiche.

Penso ai colori della penna e rivedo la sua carriera.

Bianca e azzurra la base, la Lazio, la sua fede, poi la Juve e la mina nera, il Napoli e la mina blu, il Milan e le mine nera e rossa, il Celtic e la mina verde, lo Sheffield e la mina blu, il West Ham e le mine blu e rossa, il Charlton e la mina rossa, la Lazio e il ritorno a casa.

A chiudere il Cerchio.

Mi immagino la Bic che scrive lenta e sicura. Come un Giotto del Destino. Ci mette sedici anni a finire il giro. Ma il risultato finale è perfetto e ironico. Beffardo e istrionico.

È una domenica di metà gennaio dell’ultimo anno degli anni 80, quando la Bic comincia a scrivere.

Tra qualche mese, Raf si chiedere cosà resterà di quegli anni. Il giorno prima, mio fratello e io abbiamo comprato il Subbuteo per la modica cifra di sessantamila lire con i soldi faticosamente vinti a sette e mezzo e alla tombola durante le solite feste natalizie.

Quella domenica, a Roma, c’è il Derby.

La Lazio è una neopromossa. La Roma, una squadra poco più che mediocre. Ma loro sono, da sempre, in serie A pur non vincendo un granché. Un pò di differenza c’è.

La Lazio, invece, viene da anni difficili: il calcio-scommesse, la retrocessione in serie C1 successivamente trasformata in una permanenza in B con una penalizzazione di nove punti, gli spareggi a Napoli con Taranto e Campobasso, la salvezza grazie al gol di Fabio Poli e, l’anno dopo, finalmente, il primo raggio di Sole dopo tante nuvole. Uno spiraglio. La promozione in serie A.

Sembrano cose normali. Drammi sportivi come se ne sentono spesso. Ma acquistano molta importanza se a viverli è un ragazzino di tredici anni e mezzo.

Eh già, proprio tredici anni. E mezzo. Perché a quell’età si fa di tutto per sembrare più grandi.

Io sono della Lazio. Da sempre. Per merito di mio papà e del mio fratello maggiore. Ma essere tifoso della Lazio per quelli della mia generazione non è facile.

Ma fortifica.

Crescere tifando una squadra in serie B è difficile.

Ma fortifica.

Stare in classe con ragazzini romanisti cresciuti con lo Scudetto giallorosso dell’ottantatre, non è facile.

Ma fortifica.

Avere come idoli Magnocavallo e Vinazzani, Batista e Beruatto mentre i tuoi amici impazziscono per Falcao e Di Bartolomei, Bruno Conti e Pruzzo, non è facile.

Ma fortifica.

Vedere i propri giocatori stampati piccoli e doppi sulle figurine Panini e chiedersi perché, non è facile.

Ma fortifica.

Ed è anche per quello che la Bic comincia a scrivere.

Perché quella Lazio, infarcita di giocatori mediocri, quel giorno di gennaio, forse, pensa a tutti quei ragazzini di tredici anni e mezzo sbeffeggiati da sempre.

A tutti quelli che si sono sentiti dire almeno una volta, quell’anno: “Quest’anno ai derby, so’ cazzi vostri. Con voi, so’ quattro punti sicuri.”

La Lazio, per il suo ritorno in A, ha pescato in Argentina e Uruguay i tre stanieri che le competono: due si riveleranno dei bidoni, Dezotti e Gutierrez, uno, Ruben Sosa, scriverà discrete pagine nei campionati a seguire.

A quella squadra, si è aggiunto qualche giovane promettente della Primavera che comincia a fare capolino in prima squadra.

Uno di questi è Paolo Di Canio dal Quarticciolo, quartiere periferico nella periferia sud-est di Roma, classe sessantotto, anno di rivolte e cambiamenti, la stessa di mio fratello maggiore.

Quel giorno, il quindici gennaio, Di Canio è in campo con la maglia numero nove. La stessa di Silvio Piola, Giorgio Chinaglia e di Bruno Giordano. Quella dei più grandi bomber biancocelesti.

Paolo Di Canio aveva tredici anni e mezzo solo sette anni fa. Lui sa cosa significa.

Il mio amico Guido, compagno di terza media, romanista fino al midollo, mi chiamerà a fine partita per prendermi in giro. Dopo il sicuro trionfo giallorosso. Me lo ha ripetuto per tutta la settimana.

Io e mio fratello piccolo abbiamo montato il Subbuteo sul tavolo in salone. Simuliamo anche noi il Derby. Io, per motivi di età e, quindi, di prepotenza, ho preso la Lazio. A lui tocca la Roma. Ma, fortunatamente, queste imposizioni calcistiche, non influenzeranno la sua fede negli anni successivi. Per rendere il tutto più simile allo Stadio Olimpico, sulla sedia alle spalle della mia porta, ho legato una sciarpa biancoceleste. Dall’alto dei miei tredici anni e mezzo, rendo omaggio agli Eagles Supporters e alle loro coreografie. Come in ogni Derby che si rispetti.

La Tv è accesa su “In campo con Roma e Lazio”, mitica trasmissione domenicale trasmessa su TeleRoma 56 e condotta dall’altrettanto mitico Lamberto Giorgi, fratellone dell’Eleonora attrice, la moglie di Massimo Ciavarro.

La cronaca è a due voci, una laziale e una romanista, che si alternano in base agli attacchi delle rispettive squadre.

La partita è brutta. Figlia della mediocrità in campo e della paura di perdere. Mio fratello e io, neofiti del Subbuteo, riusciamo a fare di meglio sul tappeto verde steso sul tavolo del salotto.

È in quel momento, però, che entra in azione la Bic.

La Lazio attacca verso la Curva Sud, feudo giallorosso anche se dimezzato dai lavori per la ristrutturazione dell’Olimpico in vista dei Mondiali alle porte. Antonio Elia Acerbis infila una palla in profondità per Ruben Sosa. L’uruguagio, dal lato sinistro dell’area di rigore, si coordina e, senza guardare, mette una bella palla in mezzo.

Di Canio arriva puntuale all’appuntamento con la sua Storia con lo stesso entusiasmo e la stessa veemenza con cui un ragazzino innamorato si presenta al primo appuntamento importante con una ragazza. E l’incoscienza è la stessa.

La palla rimbalza un paio di volte. Giusto il tempo per rendersi più addomesticabile.

Un po’ come la ragazza che allarga le gambe sulla panchina dei giardinetti per farvi sentire meglio la voglia che ha di voi.

La botta è forte. Secca. E si infila tra il primo palo e Tancredi, portiere di tanti trionfi romanisti, che nulla può su quella palla guidata dal Destino.

E disegnata dalla Bic.

Il telecronista giallorosso, che sta raccontando l’azione, ammette il gol in modo quasi silenzioso. E, poi, dignitosamente, si eclissa.

Lo speaker biancoazzurro irrompe in modo brasileiro:

“GOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOLLLLL!! PAOOOOOOLO DDIIII CAAAAANIIIIIIOOOOOOOOOO!!!!!”

Paolo prosegue la sua corsa sotto la Curva giallorossa. Il braccio è alzato in segno di sfida. L’indice lo evidenzia Re per un pomeriggio. E lo immortala in un fotogramma eterno.

È lui contro i tifosi della Roma.

A ventun’anni, fa quello che molti giocatori più navigati di lui non hanno mai avuto le palle di fare in tutta la carriera. Lo guidano, nel gesto, l’incoscienza e la golardia di chi ha passato i pomeriggi interi a giocare a pallone con gli amici sotto casa, in tornei estenuanti e senza fine. Quando una serranda era la porta dello Stadio Olimpico e l’asfalto era bello come il prato di Wembley. Io e mio fratello, confusi dall’alternanza di voci, esitiamo un attimo. Ma è solo un attimo. Poi è solo un misto tra tripudio e sofferenza. Scaramanzia e speranza. In attesa del fischio finale. Che arriva. Ed è un’emozione mai provata prima.

La mia polluzione da tifoso. Giunta, più o meno, nello stesso periodo di quella da ragazzino. Come tutti i vincitori, mi siedo in riva al fiume e aspetto la telefonata di Guido. Che, puntualmente, non arriva. E allora godo prendendo in mano la cornetta, prima di cena. Il telefono è di quelli a disco. Non bisogna fare nessun prefisso per chiamare a cinquecento metri di distanza. Mi risponde il papa’ di Guido, laziale come me. Che sorride consapevole.

“Ciao Alessa’, vuoi Guido, vero? Ora te lo passo….” Sorride lui.

“Si, grazie, arrivederci…” Sorrido io.

“Ciao Gui’, come va?”

Non proferisce parola. Mi attacca il telefono in faccia. Io sorrido e lo capisco. Ma aspettavo quel momento da anni. E godo. Paolo Di Canio gode con me. E con tutti i ragazzini laziali di tredici anni e mezzo come me.

Sono passati sedici anni esatti da quel giorno di gennaio.

È il sei gennaio duemilacinque. Il giorno della Befana.

C’è il Derby.

Il Subbuteo, molti ragazzini non sanno nemmeno cosa sia. E anch’io, lo ammetto, gli preferisco “Winning Eleven” sulla Playstation 2.

Ho ventinove anni. Tra sei mesi ne faccio trenta. Ma ho ancora ventinove anni.

Ne è passata di acqua sotto il fiume dei vincitori in questi anni. Guido l’ho perso di vista.

La Lazio ha vinto lo Scudetto e, poi, come un Icaro finanziario, ha rischiato il fallimento per aver voluto volare troppo vicino al Sole. La Roma ha vinto lo scudetto l’anno successivo. E pure lei, ora, non se la passa cosi’ bene.

Sono diventato un manager e gestisco il più importante negozio italiano della mia azienda.

Il mio Papà non c’e’ più. Se n’è andato due anni fa. Forse, ora, sarebbe soddisfatto di quel suo figlio così diverso da lui. Ma non è riuscito a vederlo. Mio fratello più grande si è sposato e poi ha divorziato. Quello più piccolo è quasi un uomo. Per strada, i ragazzini non giocano più a pallone. A tredici anni e mezzo, ora, molti hanno avuto già i primi approcci con il sesso. Le ragazzine non hanno più i brufoli. Ed è più facile diventare famosi senza fare niente per cento giorni dentro una casa, ripresi dalle telecamere, che studiare e impegnarsi per diventare un buon attore o un buon giornalista. Ma tant’è.

Sono passati sedici anni e Paolo Di Canio non l’ho mai perso di vista. Per vari motivi. Non sempre positivi.

Se ne andò male.

C’è chi dice che fu venduto a forza dall’allora Presidente Calleri.

Fatto sta che la frase “Meglio essere uno qualsiasi nella Juve che una bandiera della Lazio” -la pronunciò lui e non Calleri.

Per questo l’ho anche odiato. Ma l’odio e l’amore sono sentimenti simili. Da avversario, quando venne a giocare con il Napoli all’Olimpico, fu anche bersaglio del coro “Di Canio come Lionello”. Quel Lionello Manfredonia, difensore eccelso, che osò passare dalla Lazio alla Juve e poi alla Roma, e che durante un Bologna-Roma venne colpito da un infarto.

Nella Juve, Di Canio non lasciò traccia. Un po’ per colpa sua, un po’ per colpa di un progetto fallimentare che morì sul nascere. Litigò con Trapattoni e gli diedero il benservito al Sud.

Arrivò a Napoli e lì, complice il buon lavoro fatto da un allenatore esordiente di nome Marcello Lippi, risorse per la prima volta e stregò più di una volta il San Paolo.

Berlusconi si innamorò di questo ragazzo talentuoso e sfrontato e lo portò alla corte rossonera dove, però, chiuso da fuoriclasse di livello mondiale, ebbe poco spazio, e dove riuscì a litigare, anche lì, con il mister durante una tournè estiva.

Conclusa l’avventura italiana, emigrò in Scozia, dove, con la maglia dei Celtic di Glasgow fece meraviglie grazie alle quali venne eletto miglior giocatore del campionato.

Subì, poi, il fascino della Premier League, ma la scelta di andare a giocare a Sheffield, sponda Wednesday non si rivelò felice. Alti e bassi che culminarono con una lunga squalifica per il famoso spintone all’arbitro.

Terminata in malo modo l’avventura a Sheffield, scelse la tranquilla vita di periferia a Londra e abbracciò i colori celeste e amaranto del West Ham. Lì, risorse di nuovo. Vinse il premio Fair Play e ricostruì la sua immagine anche grazie a gol spettacolari e ad atteggiamenti da vero leader. Si parlò anche di un interessamento del Manchester United. Sir Alex Ferguson rivedeva in lui, per classe e carisma, un nuovo Eric Cantona. Ma nulla si concretizzò e lui firmò per il Charlton Athletic. Ultima tappa prima del ritorno a casa.

Io, intanto, crescevo e accumulavo ricordi e gadget. La sua maglia del West Ham. Quella del Charlton. La sua biografia in lingua originale. Il VHS dei suoi goal con il West Ham. Sperando sempre nella parabola del figliol prodigo che tornava a ridare splendore a quei colori che, in modo lento ma inesorabile, stavano morendo.

L’estate duemilaquattro, infatti, stava per segnare la fine di una Storia gloriosa e ultracentenaria. La Lazio, infatti, visse la fase più brutta della sua storia recente e rischiò il fallimento. Per me sarebbe stata la fine di tutto. L’andropausa prematura del mio essere tifoso.

Mai avrei voluto fare la fine dei tifosi della Fiorentina e del Napoli, costretti a tifare, per alcuni anni, per la “Florentia Viola” e per il “Napoli Soccer”.

Mai avrei voluto vedere, in serie c2, le partite della “Aquile Biancocelesti Football Club”. Volevo continuare a vivere da tifoso la mia passione. In modo ininterrotto. Senza reset.

Ma dove non arriva il cuore, arriva la politica. E Claudio Lotito, un piccolo imprenditore specializzato in pulizie, su “consiglio” di Francesco Storace, presidente della Regione Lazio, rileva il pacchetto di maggioranza della società e la salva da morte sicura.

La Lazio squadra, però, non esiste quasi più.

Roberto Mancini, l’allenatore, l’ha abbandonata dopo la vittoria della Coppa Italia. C’è da scegliere un nuovo tecnico e ricostruire la rosa. È tardi, però, per fare affari e la nuova dirigenza può e deve accontentarsi di un manipolo di mestieranti presi all’ultimo giorno di mercato. Tra tanti sconosciuti, brilla il nome di Tommaso Rocchi, promettente punta proveniente da un buon campionato nell’Empoli. Serve qualcosa di diverso, pero’, per accendere di nuovo la fantasia dei tifosi. Per ridare entusiasmo ad un ambiente demoralizzato. Serve il ritorno del figliol prodigo. Il ritorno di Paolo Di Canio.

Mi immagino la firma del contratto con la Bic che scrive sorridente e sicura.

Sicura di poter chiudere, dopo sedici anni, finalmente, il suo Cerchio.

È il giorno della Befana, oggi.

Per la nuova Lazio di Lotito, finora, solo carbone. Il campionato ha effettuato la lunga sosta natalizia. La Lazio, dopo la sconfitta a Udine nell’ultima giornata del duemilaquattro, ha esonerato il tecnico Mimmo Caso, troppo inesperto e senza polso per gestire una situazione difficile come quella. Al suo posto, viene scelto un altro ex giocatore biancazzurro, quel Giuseppe Papadopulo che, con la sua grinta e il suo carattere, ha portato il Siena in serie A. Il sei gennaio del duemilcinque, Papadopulo esordisce nel derby. Ma su quella panchina, quel giorno, ci può stare anche Mister Magoo. L’importante è che Paolo Di Canio sia in campo. Il resto non conta. La Lazio, poi, non è cosi’ scarsa come la classifica lascia intendere. Ci sono giocatori del calibro di Peruzzi, Couto, Zauri, Oddo, Giannichedda, Liverani, Dabo, Cesar, Rocchi, Pandev e, ovviamente, Di Canio. Ma ha un male oscuro dentro che la divora. E la trascina giù in classifica tra pochi alti e molti bassi.

Quel giorno, però, succede qualcosa.

Sono cresciuto, ormai. Sono un uomo. E posso permettermi un abbonamento in Tribuna Tevere. Insieme a mio fratello. Quello piccolo. Il mio sparring partner a Subbuteo di tanti anni fa.

Sono anni che non vedo più “In campo con Roma e Lazio”. Il mitico Lamberto Giorgi, però, è sempre lì, al suo posto. La sorella non recita quasi più e si limita a fare la produttrice. I ragazzini non sanno nemmeno chi sia. Né lei né Massimo Ciavarro.

La partita va in notturna su Sky. Fa freddo. Il cielo è stato tutto il giorno bianco e azzurro. Vorrà pur dire qualcosa. La Befana sta preparando le calze per la sera. Di Canio è in campo con la maglia numero nove. La stessa di sedici anni fa. È la sua notte. L’ha preparata nei minimi dettagli. Cene cameratesche per far gruppo e battutine polemiche contro il Pupone, idolo e capitano avversario. Pupone fa rima con carbone. Le calze, quella sera, sono già assegnate. Ma i giallorossi non lo sanno. La partita è brutta. Tirata. Se l’avessimo giocata io e mio fratello a Winning Eleven, sarebbe venuta meglio.

Poi, però, entra in azione la Bic. Come tanti anni fa.

La Lazio attacca sotto la Sud. Fabio “Dottor Jekyll” Liverani, cervello bianoceleste e cuore giallorosso, addomestica a centrocampo un pallone vagante e, di prima intenzione, come solo lui sa fare, lancia in profondità Di Canio che scatta sul filo del fuorigioco e si infila tra i due difensori giallorossi in ritardo.

“BELLA PALLA DI LIVERANI PER DI CANIOOOO…” racconta alla radio, uno speranzoso Guido De Angelis, voce simbolo del popolo laziale.

La palla di Liverani è perfetta e muore appena poco dentro l’area di rigore. Mexes e soci sono in ritardo. Pelizzoli accenna, sbagliando come gli succede spesso, l’uscita e rimane piantato a metà, sul dischetto del rigore.

In tribuna, tutto appare più lento. Quasi un replay in diretta.

Di Canio colpisce al volo.

Ma non è più il ragazzino al primo appuntamento che non vede l’ora di arrivare al sodo.

È un uomo di trentasei anni.

Adesso sa come si accarezza un pallone. Come si tocca una donna. Non ha bisogno di forza e irruenza.

Basta saper toccare i punti giusti. Per farle fare quello che si vuole. Ed il tocco è dolce. Liftato.

La palla si lascia accarezzare volentieri.

Un po’ sposa e un po’ puttana. Come cantava Jovanotti anni fa.

Pellizzoli viene scavalcato in tutto il suo metro e novanta.

La palla gode in fondo al sacco.

Il primo orgasmo non si scorda mai.

Quello è il primo di tre di una notte magica.

Ma è indimenticabile.

“GOOOOOOOOOOLLLLL!!!!!!!!!GOOOOOOOOOOL!!!… PAOLETTO MIO…TE VOJO BENE, PAOLE’…PAOLE’, TE VOJO BENE…ANCORA ‘NA VOLTA…J’HAI FATTO MALE ANCORA ‘NA VOLTA… J’HAI FATTO MALE PAOLE’……PAOLE’ J’HAI FATTO MALE… PAOLE’ J’HAI FATTO MALE… PAOLE’ J’HAI FATTO MALE… PAOLE’ J’HAI FATTO MALE…PALLONETTO DI PAOLO DI CANIO SOTTO LA CURVA SUD COME QUINDICI ANNI FA…”

Le parole di un Guido De Angelis stravolto sono i pensieri dei quarantamila laziali allo stadio e di tutti quelli davanti alla tv o alla radio. Diventeranno la colonna sonora della partita.

Di Canio va verso la Sud. Si ferma ai cartelloni pubblicitari. Allarga le braccia e si mostra agli avversari. Sembra dire: “Sono stato io…vi ricordate di me?”

Io mi ritrovo dieci file più su. E poi quindici file più giù. In una coreografia spontanea, anarchica e catartica. Mio fratello non so dove sia finito. Lo ritrovo solo due minuti più tardi, accanto a me. Il viso stravolto. Gli occhi al cielo a ringraziare il Destino. I pupazzetti del Subbuteo sono tutti rotti. Schiacciati dai nostri piedi impazziti. Alla Playstation, un gol così non sono mai riuscito a farlo.

La partita finisce tre a uno per noi. Dopo il momentaneo pareggio di Cassano, Cesar e Rocchi chiudono il conto in una notte indimenticabile. A cinque minuti dalla fine, il Mister concede la giusta passerella al trionfatore della serata.

Mentre esce tra gli applausi dei suoi tifosi e gli insulti della sponda opposta, si rivolge verso la tribuna Monte Mario e fa il segno del tre.

Tre frecce che colpiscono nel segno.

Il greco Dellas, nella Roma, è l’unico che prova a interrompere il suo show. Il Pupone e gli altri restano a guardare.

La Bic ha quasi finito l’inchiostro.

Il Cerchio è chiuso.

L’arbitro fischia la fine. Lo stadio sfolla.

Mi resta il ritorno a casa.

Il clacson dello scooter in continua sollecitazione e, in bocca e sulla pelle, il dolce sapore della vittoria.

Per una notte, solo una notte, sono stato contento e orgoglioso di avere ventinove anni e mezzo.

Anche, e soprattutto, per questo, io ho amato Paolo Di Canio.

LAZIO: IL PAGELLONE DEL 2017

Strakosha 8: come quando rivedi er fijo de ‘n amico tuo dopo ‘n anno e je fai: “Ammazza quanto sei cresciuto!” Dall’esordio a San Siro al rigore parato a Dybala, un anno in cui Thomas ha fatto più passi da gigante che Gulliver in quel di Lilliput.
Vargic 6: è quello che te porti a gioca’ a calcetto in porta quando te manca uno. Quello che gioca coi pantaloni della tuta e le Air Max. Quello che “sì, ma rimediateme un par de guanti”. Quello che te fa perde la partita all’ultimo minuto perché la palla je passa in mezzo alle gambe. Quello che nonostante tutto, je voi bene perché te racconta le barzellette mentre te stai a fa’ la doccia dopo la partita.
Wallace 6,5: più de tre mesi in infermeria. E meno male che se chiama Fortuna.
Luiz Felipe 6,5: colui che era famoso pe’ esse er Mauro Repetto de Mauricio nei selfie è diventato ‘na valida alternativa al pacchetto difensivo della Banda Inzaghi.
De Vrij 7,5: possiede er senso della posizione de tu’ madre quando te doveva mena’ cor mattarello e la seraficità de tu’ nonna quando co’ ‘na cartella sola faceva ambo, terno, quaterna, cinquina e tombola. Mezzo voto in meno per il rinnovo che nun arriva.
Radu 8: “L’eterna giovinezza dona a Radu, oh Simone. Risplenda in esso, la Lazialità perpetua. Che giochi in pace. Amen.”
Bastos 6,5: alterna prestazioni eccellenti e goal decisivi a errori che manco er peggior Oscar Lopez. ‘Na via de mezzo, no?
Basta 6: gli anni passano, gli acciacchi aumentano ma il soldato Dusan offre sempre la sua solita prestazione di razza. Ariana.
Marusic 7: er solito acquisto de Iglone. Nun je dai ‘na lira e poi te lo ritrovi titolare pe’ i prossimi dieci anni.
Parolo 7: er fidanzato che tutte le mamma Laziali vorrebbero per le loro figlie.
Murgia 7: er go’ decisivo in Supercoppa vale come er lasciapassare pe’ Fracchia in “Fracchia la belva umana”.
Leiva 8:  se le squadre le facessero i tifosi, la maggior parte di esse retrocerebbe più veloce del Benevento. “Nun è er sostituto de Biglia”, “è finito!”, “se era bono, er Liverpool lo dava a noi?!” Meno male che nun ce capite un cazzo. Lucas Leiva non è solo un giocatore eccellente. Lucas Leiva è la dose di carisma e personalità che mancava a questa squadra.
Milinkovic-Savic 8: forse il giocatore che incarna più di tutti quello che è la Lazio di Simone Inzaghi. Una crescita mostruosa per un giocatore che pare troppo più forte degli altri per essere vero. Tecnica, fisicità e quella spavalderia che lo mettono già nell’anticamera del fuoriclasse. Nei Derby di Coppa Italia raggiunge il suo picco. Ma pare ce sia qualcuno, a Roma, che dice sia più forte Pellegrini. Pellegrini. Pellegrini. Pellegrini. Pellegrini. Ahahahahahahahahahahahahahahahahaha.
Lulic 8: l’unico giocatore che se va dallo psicologo, manda in analisi lo psicologo stesso. Colui che gioca a sinistra ma te lo ritrovi a crossa’ a destra. Colui che se coordina al contrario. Che se fosse un omino der calcio-balilla c’avrebbe ‘na stecca solo pe’ lui pe’ pote’ fa’ come cazzo je pare. L’uomo del 26 maggio e del 26 dicembre. Il Capitano. Una leggenda vivente del calcio romano.
Lukaku 7: dell’anno di Jordan ricorderemo lo stupro su De Sciglio all’ultimo secondo in Supercoppa e le grida di dolore di Lombardi a Benevento: “Se nun me venite a dà ‘na mano, io questo nun lo reggo!” Fisicamente di un altro pianeta, Jordan Lukaku se fosse un porno, sarebbe il protagonista del remake hard di un classico di Aldo, Giovanni e Giacomo: “Un uomo e tre gambe”.
Luis Alberto 7,5: inversamente proporzionale al Fabbris de “Compagni di scuola”. Lui è come quella compagna de classe tua che in seconda media nun se poteva vede, piatta e coi brufoli, e che all’inizio della terza media te la ritrovi pezzo de fica, co’ la pelle de seta e ‘na terza de seno. E più la guardi, più te innamori.
F. Anderson 6,5: l’amico ritrovato.
Bruno Jordao e Pedro Neto ng: loro so’ come i ragazzini de “Stranger Things”. Imprigionati nel sottosopra de Formello in attesa che Manzini li liberi.
Nani ng: pensa se avesse giocato pure lui ‘ndo cazzo stavamo.
Caicedo 6,5: accolto con il solito scetticismo dagli stessi che dicevano che co’ Leiva ce facevamo la birra, se dimostra più utile lui de tanti tifosi da tastiera.
Immobile 8,5: Monchi de qua. Monchi de là. Ma il vero colpo di mercato per il calcio romano, Monchi lo ha fatto quando stava ancora a Siviglia. Regalandoci praticamente quello che è per le generazioni moderne, il Beppe Signori dei ragazzini che fummo. Il bomber sgobbone che nun molla mai. Come la Lazio. Come i Laziali.
Inzaghi 8: quando  Lotito, un anno e mezzo fa, je fece fa’ marcia indietro mentre stava a paga’ er casello a Salerno, nessuno sarebbe stato in grado de immagina’ quello che sarebbe successo. Nessuno, tranne lui: Simone Inzaghi. Non più “Inzaghino”. La sua Lazio è un perfetto mix di tecnica, grinta e Lazialità. Se a gennaio je comprassero pure un mezzo chilo de cinismo, le cose sarebbero ancora più interessanti.

BUON ANNO LAZIO.
BUON ANNO LAZIALI.

LAZIO-FIORENTINA: LE MIE PAGELLE

Strakosha 7: la parata su Chiesa nel secondo tempo è monumentale. Come e più di quella del 2 giugno per la Festa della Repubblica.

Bastos 6: il problema suo è che se crede de esse Thuram. Se se limitasse a fa’ Bastos, andrebbe più che bene.

De Vrij 6,5: se guarda Babacar e je fa: “scusa, secco, ma io preferisco Uber. Cor carpooling che offrite voi, me so’ sempre trovato male.”

Radu 7: 26 dicembre, Santo Stefan.

Basta 6,5: gioca’ sul lato de Bastos è come quando uscivi er sabato sera e te portavi appresso tu’ fratello piccolo. E tu’ madre te diceva: “Me raccomando, pensace te…”

Lulic 10: il 26 di ogni mese dovrebbe essere dedicato a San Senad, il Santo protettore della Coppainfaccia. Fa tutto. Segna. Imposta. Lotta. Sbaja. Ma c’è. Ed è ovunque. Pure dove nun dovrebbe sta. Ma Senad è così. L’anarchia al potere. La variabile impazzita in un’equazione perfetta. La pallina matta in mezzo ad una cristalliera. Andrea Diprè ad un ricevimento a Buckingham Palace.

Leiva 6,5: lui è quell’amico tuo coscienzioso che quando vai a balla’ nun beve perché “sennò chi guida al ritorno?”

Parolo 6: meno lucido del solito. Ma pare che Manzini, ar posto degli integratori, c’abbia messo er prosecco nelle borracce.

Milinkovic-Savic 6: al decimo del primo tempo, dopo ave’ mandato in porta Lulic sente chiama’ il “21” dalla panchina e pensa de esse stato sostituito. E invece è Manzini che sta a fa’ ‘na tombolata co’ Murgia, Nani e Palombi. Da quel momento, smette de gioca’ e prende du’ cartelle pure lui.

Anderson 6: lui il panettone ce l’ha in testa, al posto dei capelli. Nel primo tempo è immarcabile. Nel secondo, complice er torrone rumeno portato da Radu, rientra appesantito e non riesce a fa’ la differenza.

Caicedo ng: la verità è che nun s’è fatto male. La verità è che doveva anda’ a cambia’ un regalo che j’aveva fatto Nani e c’aveva paura che Euroma2 chiudesse.

Immobile 6,5: quando esce Caicedo sbrocca, perché annava pe’ uno e ha dovuto lascia’ le cartelle a Luiz Felipe.

Lukaku 6: er fijo de Inzaghi pare j’abbia chiesto pe’ Natale un paio de Jordan e Inzaghi pare j’abbia risposto: “Io de Jordan ce n’ho solo uno e domani me serve pure! Quindi accontentate de un paio de Adidas”.

Inzaghi 7,5: Winston Churchill di lui direbbe “mi piace Simone Inzaghi. Gioca ogni partita di Campionato come fosse una finale di Champions e gioca ogni partita di Coppa Italia come fosse una partita di Campionato”. Non molla un cazzo. Mai.

AVANTI LAZIO.

AVANTI LAZIALI.

LAZIO-CROTONE: LE MIE PAGELLE

Strakosha 6,5: tra una parata e una giocata azzardata coi piedi, trova er tempo de organizza’ ‘na partita a “Il mercante in fiera dell’Est” co’ Tare, Basta e Marusic. E co’ Manzini che pe’ vole’ partecipa’a tutti i costi s’è spacciato per un certo “Maurizio il serbo”, criminale pericoloso ricercato pe’ tutta Formello.

Patric 6: arrembante e poco lucido come quei regazzini che vanno in discoteca pe’ la prima volta e vorrebbero limona’ co’ tutte le pischelle che je passano davanti. Indipendentemente dal fatto che siano esse buste de fave o pezzi de sorca.

De Vrij 6,5: “ci vuol talento per chiamarlo amore, se chiudi gli occhi ti scoppia il cuore. E allora resta, resta cu ‘mme…”

Wallace 6: spaesato e impacciato come un anziano a cui hanno appena tolto er cantiere.

Marusic 6: se magna un go’ a porta vota che è tipo quando esci co’ una e questa, quando la riaccompagni a casa, te invita su a casa sua a “prende ‘na cosa…” e tu je dici che nun poi fa’ tardi che la mattina dopo c’hai er saggio de judo.

Lukaku 7: straripante come Eddie Murphy in “Una poltrona per due”. Ha il merito de sblocca’ ‘na partita che se stava a complica’ un po’ troppo. Cinquanta sfumature di nero sul Bianco Natale.

Milinkovic-Savic 6: passa tutta la partita a

cerca’ de fa capi’ a Lotito quanti so’ 170 milioni.

Murgia 6,5: parte alla grande. Poi cala. Un po’ come la vita sessuale dell’uomo medio.

Parolo 6: nel primo tempo, gioca talmente male che pare un giocatore del Crotone al punto che, quando Inzaghi je chiede “Ah Marco, ma come cazzo stai a gioca’?” lui je risponde in calabrese. Nel secondo tempo, se sblocca come tutta la Lazio: se inventa un auto-tacco al volo e regala a Felipe la palla del quarto goal.

Luis Alberto 6,5: nella vita, due sono le cose certe: la morte e che Luis Alberto proverà a segna’ da calcio d’angolo almeno ‘na volta a partita.

Immobile 8: ci sono (attenzione spoiler) Ciro che stirano le zampe su Sky (fine spoiler) e ci sono Ciro che risorgono nel modo migliore, al momento giusto. Un assist, un goal e quel “ci tenevo a fare goal per la mia gente” che lo eleggono a nuovo idolo della tifoseria Laziale. Anche le nuove generazioni hanno il loro Beppe Signori. Chapeau! Anzi: Chireau!

Leiva 6,5: talmente affidabile e carismatico che se Brumotti fosse annato a San Basilio insieme a lui, ne sarebbe uscito indenne. E pure co’ ‘na pacca sulla spalla.

Lulic 8: entra in campo ed è subito 26 maggio. Devastante. Mette in testa ad Immobile il pallone per il raddoppio e poi realizza il terzo goal con un gioco di gambe che ricorda quello usato da Celentano quando cantava “Prisencolinensinainciusol”. All right.

Anderson 7,5: l’assist stratosferico (che lui rende normale) per Lulic, il goal del 4 a 0. La leggerezza con cui gioca a calcio andrebbe fatta studiare a danza.

Inzaghi 7: nel primo tempo la partita è arida e priva de emozioni come lo Scrooge de “Il Canto di Natale”. Nell’intervallo Inzaghi se traveste da “fantasma delle Lazio passate” e mostra ai suoi giocatori come se rompe er culo alle squadre de merda come er Crotone. I suoi ragazzi, commossi di fronte a quei ricordi indimenticabili, cambiano registro, annientando il Crotone e regalano ai tifosi un Natale indimenticabile.

Lo Stadio 10: fosse sempre così, l’arbitri farebbero meno gli stronzi. Per quanto fatto vedere, per il cuore che ci mette, per le palle che c’ha, per quanta Lazialità esprime, sta squadra meriterebbe sicuramente più presenze. Offerte promozionali a parte.

Special Guest per gli Amici romanisti che mi leggono di nascosto (birboncelli!)

Schick (pron. Scicche) 8: noi Laziali te capimo. In fondo, pure Caicedo a Torino s’è magnato un go’ solo soletto davanti ar portiere all’ultimo minuto. Peccato.

BUON NATALE LAZIO.

BUON NATALE LAZIALI.